Qual è la lettura perfetta per una singola giornata al mare?

Diamo subito la risposta esatta: è “Tifone” di Joseph Conrad. Il motivo più banale per fare di questo romanzo breve o racconto lungo la miglior lettura possibile per una per una toccata & fuga marina è naturalmente la sua lunghezza: a seconda delle edizioni, un centinaio di pagine. Il che lo rende perfetto per essere tranquillamente concluso nell’arco della giornata intervallandolo senza problemi all’intero ciclo di bagni, al pranzo a sacco, alla pennichella pomeridiana e a ogni altra possibile variante relativa ai gusti individuali.

[Spoiler: con la scusa dei libri, qui si parla di tutt’altro].

La storia è piuttosto semplice: il piroscafo commerciale Nan-Shan navigando per i mari cinesi, si imbatte in un terribile tifone al quale scamperà per miracolo. A comandare il battello è il capitano inglese MacWhirr e la sua breve descrizione, che fa anche da incipit al romanzo, è un capolavoro di psicologia e un pugno nello stomaco per chi, non conoscendo affatto Conrad, tende a ridurlo a “interprete magistrale di atmosfere esotiche” o, peggio ancora, a un autore “per ragazzi”:

Il capitano MacWhirr, del piroscafo Nan-Shan, aveva, per quanto concerne l’aspetto esteriore, una fisionomia che rispecchiava fedelmente l’animo suo: non presentava alcuna distinta caratteristica di fermezza o di stupidità; non aveva, assolutamente, alcuna caratteristica pronunciata; era soltanto comune, insensibile e imperturbabile”. E poi ancora: “Dato che possedeva appena quel tanto di immaginazione sufficiente a consentirgli di vivere alla giornata, e non di più, era serenamente sicuro di se stesso; e per questa identica ragione non sapeva che cosa fosse la vanità. E il superiore immaginoso ad essere suscettibile, arrogante e diffìcile da soddisfare; ma ogni nave comandata dal capitano MacWhirr era stata la dimora galleggiante dell’armonia e della serenità”.

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Parole d’amore tra scienziati

Parole d’amore tra scienziati: “Fu così doloroso e penoso che decisi che non avrei mai più festeggiato quella giornata, a meno che tu non mi fossi stato accanto. Sai, l’esistenza di una stella nana è così disperatamente dolorosa, dopo che ha perso il suo guscio elettronico e mantiene solo il nucleo; e dentro al mio petto c’era lo stesso vuoto e lo stesso dolore, come se il cuore si fosse ritirato in se stesso”.

E’ tutta colpa sua!

In questo weekend di caldo asfissiante, anche il cervello deve ridurre le attività al minimo. Nel mio caso, significa stordirsi davanti al monitor del pc guardando un film dopo l’altro. Seguendo due filoni facili: i film di Verdone (‘O famo strano? Famolo!) e gli Hollywood Classics. Che però, a rivederli a distanza di 40 anni dalla (mia) prima volta – come nel caso del leggendario “Gilda” che rese una star Rita Hayworth (“Gli uomini vanno a letto con Gilda e si risvegliano con me”) – costringono ad accendere, almeno occasionalmente, il cervello.

Un noir del 1946 come “Gilda” che da ragazzino mi era piaciuto tantissimo (a me come a qualche altro milione di persone), rivisto oggi, è di un sadismo al limite dell’imbarazzante nei confronti della protagonista. Gilda subisce ogni sorta di angheria da quello che dovrebbe essere il suo innamorato, Johnny Farrell (Glenn Ford), per redimersi dal suo status di ragazza “facile”.

Un sadismo che mi ha ricordato quello con cui in una famosa favola dei fratelli Grimm – Re Bazza di Tordo – una principessa “di straordinaria bellezza” viene punita ferocemente dal padre perché rifiuta di sposare – prendendosi anche la libertà si sbeffeggiarli – i pretendenti scelti da lui, e per questo dal rango di principessa viene ridotta a quello di sguattera. Fino all’happy ending finale, in cui la ragazza – esattamente come Gilda – è redenta dopo aver sofferto le pene dell’inferno. Il premio? Il matrimonio col proprio persecutore.

The song Gilda sings, “Put the Blame on Mame”, is about an infamous woman who can be blamed for all the world’s ills. I find its implications feminist, particularly in the context in which Gilda sings it. Like the biblical Eve, “Mame” stands for the quintessential woman, demonized for her sexuality in a patriarchal culture. Gilda is a heartless temptress, Johnny decides, and so Gilda gives him what he asks for. (In “Gilda,” what is the significance of the “Put the Blame on Mame” number?)

Fruck&Frac!

Prima di leggere queste poche righe date un’occhiata al video qui sotto. Dura 15″: “si può fare!” (cit). E’ un brevissimo spezzone tratto dalla terza stagione della bellissima serie di fantascienza “Battlestar Galactica“. Un prigioniero cede alle pressioni di uno dei protagonisti della serie, il capomeccanico Tyrol (The Chief), e gli rivela quel che vuole sapere. “Dica al Presidente di rilasciarli” concede a questo punto il Capo. “Frac!!!” ribatte il prigioniero. Che intende? Che il protocollo prevede che la liberazione di un prigioniero vada richiesta al Presidente in frac? Ovviamente no. Nella versione inglese originale il tipo impreca, arrabbiato con se stesso per aver ceduto. “Fruck!” urla: una variante un po’ più soft del ben noto termine inglese “Fuck” che in italiano si traduce con “Cazzo!” oppure “Fanculo!”.

Un’espressione comune utilizzata praticamente in (quasi) tutte le 73 puntate della serie. Ma nel doppiaggio italiano non viene tradotto e in questa come in tutte le altre puntate viene ripetuto in maniera letterale, trasformandosi incomprensibilmente in un “frac”, un abito da sera, che ogni tanto qualcuno infila nel discorso. Sembra una barzelletta. Lo è. Di sicuro è un buon motivo per abituarsi a guardare film e serie in lingua originale. In inglese, di certo (per un film norvegese saremo costretti a fidarci).

I 2200 anni della via Emilia

Pare che quest’anno la via Emilia compia 2200 anni e perciò si preparano grandi celebrazioni. Un po’ di tempo fa noi l’avevamo raccontata com’è oggi, evitando come la peste “l’effetto cartolina”, ma cercando lo stesso di metterne in evidenza tutto il fascino, felliniano. Questo che vedete è un breve spezzone del documentario “I migliori bar della via Emilia” di Martino Pinna (guest stars Ilmo Malagoli e Marco Balugani); poi ci sono gli scatti di Antonio Tomeo, “Emilia ritrovata“; e infine il mio reportage “Ritratto apocrifo di signora, ovvero: dell’Emilia e della sua via“.

Quando la mafia del Brenta era di casa a Modena

La mafia è a Roma, non qua” afferma sicura una brescellese accorsa nel settembre 2014 a una manifestazione di sostegno nei confronti dell’allora sindaco del paese del reggiano, Marcello Coffrini, dopo che le sue sconcertanti dichiarazioni a favore del concittadino Francesco Grande Aracri (imprenditore condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso, descritto dal sindaco come «un uomo composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello» nell’intervista registrata dai giovanissimi ragazzi dell’associazione Cortocircuito) hanno acceso i riflettori dei media nazionali sul paese di Peppone e Don Camillo. Un anno e mezzo dopo, il 26 febbraio 2016, Brescello diventa il primo comune emiliano sciolto per mafia. Dal canto suo, l’ex sindaco – dimissionario prima dello scioglimento e mai indagato – ancora oggi difende così le sue affermazioni di allora: “Non è parlando con una persona che si diventa delinquenti. La criminalità non è un virus, una malattia che si prende incontrando qualcuno per strada”. Eppure, come riporta il decreto di scioglimento firmato dal Presidente della Repubblica “l’atteggiamento di acquiescenza degli amministratori comunali che si sono avvicendati alla guida dell’ente nei confronti della locale famiglia malavitosa (…) si è poi trasformato in una condizione di vero e proprio assoggettamento al volere di alcuni affiliati alla cosca, nei cui riguardi l’ente, anche quando avrebbe dovuto, è rimasto, negli anni, sostanzialmente inerte”.

Sempre un anno fa, nel marzo 2016, nell’aula bunker allestita a Reggio Emilia inizia il maxiprocesso legato all’inchiesta denominata Aemilia: un vero e proprio terremoto in una terra forse ancora prigioniera del mito di se stessa che, nell’indagine, vede definitivamente certificato il radicamento mafioso in quella che fu l’Emilia rossa. Il processo è l’approdo di un’inchiesta durata cinque anni. Una lunga indagine che trova un primo passaggio chiave nel giugno 2015, quando il sostituto procuratore della Direzione distrettuale Antimafia di Bologna Marco Mescolini invia 224 avvisi di fine indagine ad altrettante persone accusate di far parte o di essere fiancheggiatrici della ‘ndrangheta radicata fra Reggio Emilia, Bologna, Modena, Parma e la Romagna. Esclusi gli indagati che hanno optano per il rito abbreviato e i pochissimi proscioglimenti, al momento sono 147 gli imputati nel maxiprocesso – il primo di ‘ndrangheta in terra emiliana – ancora in corso (prossima udienza domani, 21 marzo, alle 9.30).

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