Anatomia di un’assassina. Il processo alla Cianciulli nelle cronache del Carlino

30 novembre 1940. Un freddo sabato d’autunno inoltrato. Da giugno, l’Italia di Mussolini ha dichiarato guerra a Francia e Inghilterra. Da poco più di un mese è iniziata la disastrosa campagna di Grecia ma, grazie alla Germania, l’avanzata dell’Asse è ancora inarrestabile. Per il momento, a Correggio la vita scorre tranquilla come sempre. Quella mattina Virginia Cacioppo, vedova Fanti, ex cantante lirica ormai vicina ai sessanta che da tempo ha smesso di calcare il palcoscenico, si alza presto. E’ emozionata e anche un po’ spaventata.

E’ il gran giorno in cui potrà finalmente lasciarsi alle spalle la malinconia che l’attanaglia da quando la sua carriera d’artista ha conosciuto un triste tramonto, da quando il marito, il violinista correggese Alfredo Fanti sposato nel 1924, è mancato dopo appena due anni di matrimonio a causa di una grave malattia. E senza Alfredo, per una donna a cui la vita ha concesso l’emozione di cantare nei teatri d’Italia, Egitto e perfino Sudamerica (dove, quarantaduenne, ha conosciuto e sposato il Fanti), abituarsi alle giornate tutti uguali di una piccola cittadina agricola come Correggio, non deve essere stata un’impresa facile.

Leonarda Cianciulli, per le amiche, Nardina

Leonarda Cianciulli
Leonarda Cianciulli

Poi una cara amica, Leonarda Cianciulli detta Nardina, nota in tutto il paese come donna gioviale e simpatica (sebbene susciti qualche apprensione la sua passione per pratiche come magia e chiromanzia, anche se non esiste alcuna testimonianza certa che svolgesse effettivamente l’attività di chiromante), commerciante di abiti usati, famosa per le sua abilità nella preparazione di torte strepitose e gustosissimi pasticcini, le offre su un piatto d’argento l’occasione di tornare finalmente alla vita. A Firenze. Dove la Cacioppo, proprio grazie ai buoni contatti dell’amica, avrebbe potuto acquisire la gestione di uno spaccio di generi di monopolio – sali e tabacchi – pagando una cauzione di sessantamila lire. Una cifra eccessiva per l’ex cantante, benestante, ma di certo non in possesso di tutto quel denaro. Ma a Firenze, la Cianciulli racconta di avere una sorella ricchissima in grado di anticipare la somma. Ciliegina sulla torta, afferma anche di essere in contatto con un vedovo milionario che potrebbe fare al caso della ex cantante.

La Cacioppo si lascia convincere. Troppa la sua voglia di cambiar aria, di ricominciare. Nonostante i dubbi e le paure, le inquietudini per la passione di arti magiche della Cianciulli, e per l’improvvisa partenza – nel dicembre del ’39 l’una, nel settembre del ’40 l’altra – di altre due amiche di Leonarda, Faustina Setti e Francesca Soavi, di cui poi non si è più saputo niente. Come già alle altre due, la Cianciulli le consiglia di non rivelare a nessuno della sua partenza che deve essere tempestiva per chiudere immediatamente la faccenda dello spaccio sul quale altri hanno già messo gli occhi. Ma a differenza della Setti e della Soavi – cosa che si rivelerà decisiva per le indagini – l’ex cantante ha dei parenti in paese: i fratelli del marito, Augusto, Ezio e Alberta, maestra elementare che in famiglia viene scherzosamente chiamata “la poliziotta”.

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30 novembre 1940, ore 9.30

Quella mattina, poco prima delle nove e trenta, la Cacioppo esce da casa sua, in via Roma 1, e percorre i trecento metri che la separano dal vecchio edificio di Corso Cavour 11, al terzo piano del quale vive Leonarda Cianciulli. “La mia vita è un romanzo e finirà come un romanzo” aveva confessato la Cacioppo a un’amica qualche giorno prima di quel 30 novembre. Una profezia rivelatasi purtroppo prossima alla realtà: anche lei conclude la sua vita sotto i colpi della mannaia della Cianciulli, per essere poi squartata, bollita nella soda caustica e ridotta a pezzi di sapone, le sue ossa finemente triturate a far da ingrediente ai dolci della Cianciulli tanto apprezzati dai correggesi. Fino a quando Alberta Fanti, il 17 gennaio 1941, non avendo trovato ascolto presso il maresciallo Scagliarini della caserma dei Carabinieri di Correggio, si reca in questura a Reggio e denuncia la Cianciulli al commissario Serrao: troppi i fatti che non tornano, troppi i dubbi e i sospetti che ormai in paese si rincorrono di bocca in bocca. Ad esempio una testimone, tale Santina Secchi, ha visto entrare la Cacioppo all’11 di via Cavour, senza più uscirne. Nonostante in teoria una macchina dovesse venirla a prendere.

Ma soprattutto, la Fanti è in possesso di un elenco di titoli di stato, con numero di serie e importo, che le ha consegnato la cognata prima di sparire. Sarà questa la chiave che permetterà una svolta nelle indagini quando, in seguito, si scoprirà che già il 4 dicembre qualcuno – Don Adelmo Frattini, parroco della frazione di San Prospero – ne ha venduto uno alla succursale del Banco di San Prospero di Reggio. E da lui, si risalirà a un altro complice (per entrambi verrà quasi subito derubricata l’accusa di complicità negli omicidi: saranno invece prima condannati per ricettazione e poi amnistiati), il casaro Abelardo Spinabelli, e da questi alla Cianciulli. Che dal primo marzo 1941 si trova in stato di fermo a Reggio mentre l’indagine prosegue.

Vengono rinvenute le armi dei delitti

giuseppe pansardi
Giuseppe Pansardi

Il 5 aprile viene fermato il maggiore dei suoi quattro figli, Giuseppe Pansardi, detto Peppuccio, perché sospettato di complicità con la madre, anche se prove certe ancora ne sono state trovate. Ma il muro comincia a sgretolarsi. Durante una perquisizione in casa Cianciulli-Pansardi vengono rinvenuti in un solaio un’accetta, una piccola scure, un martello e un seghetto di 48 centimetri. Nonché una pagina della Gazzetta dello Sport datata 2 dicembre 1940 macchiata di sangue. L’allora domestica della Cianciulli, Nella Barigazzi, offre una testimonianza preziosa, Spinabelli e don Adelmo confessano la loro parte, minore, in una vicenda che comprendono sta diventando sempre più pericolosa per loro. Infine, il 17 aprile, il giorno prima del suo quarantasettesimo compleanno, angosciata dal possibile coinvolgimento dell’amatissimo figlio Peppuccio, la Cianciulli confessa tutto. A partire dall’agosto del ’41, viene spedita al manicomio giudiziario di Aversa, nel casertano, in attesa del processo che si terrà solo a guerra conclusa, nel giugno/luglio del 1946.

La mannaia usata dalla Cianciulli
La mannaia usata dalla Cianciulli

“Una donna accusata di tre terrificanti delitti”

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Il trafiletto sulla prima pagina de La Stampa di Torino di sabato 7 febbraio 1942

Nonostante nel corso del Ventennio tutti i giornali fossero sottoposti alla rigida censura del regime che, per creare l’illusione che il fascismo avesse totalmente pacificato il Paese, proibiva si parlasse di omicidi, furti e rapine (i suicidi si trasformavano in “disgrazie da gas” e gli omicidi in “incidenti di lavoro”) il caso della “saponificatrice di Correggio” era talmente eclatante che qualcosa riuscì a filtrare sui giornali. La Stampa di Torino ad esempio, gli dedicò un trafiletto in prima pagina il 7 febbraio 1942, a istruttoria del Pubblico Ministero in corso (si concluderà nel settembre del 1943). “Una donna accusata di tre terrificanti delitti”, recita il titolo:

“Si ha notizia da Correggio che dopo una lunga e difficile istruttoria, l’autorità ha fatto luce sopra una serie di atroci delitti commessi in Correggio negli anni 1939-40 da una donna criminale, certa Leonarda Cianciulli, di anni 40 da Lacedonia (Avellino) (…) Insieme alla Cianciulli è stato arrestato e denunciato, per gravi indizi di complicità, il ventiquattrenne Giuseppe Cianciulli (un errore, in realtà il cognome del ragazzo è Pansardi. Ndr), studente, figlio dell’imputata”.

La cronaca nera accende l’interesse per la lettura dei giornali

A guerra conclusa però, dopo vent’anni a far da passacarte alle veline di regime, i giornali scoprono il piacere della libertà. Già dall’immediato dopoguerra, la lettura dei quotidiani, da passatempo per pochi, si evolve in strumento di informazione di massa. A contribuire a questa svolta epocale è certamente anche la cronaca nera che, attraverso il racconto di grandi delitti e vicende straordinarie come quello di Leonarda Cianciulli, avvicina alla lettura anche chi se ne era tenuto sempre ben lontano.

Come scrive Massimo Polidoro nel suo “Cronaca Nera” (Piemme), quella della Cianciulli “è una storia che da sola racchiude tutti gli ingredienti della nera: una donna dalla vita drammatica e difficilissima che si trasforma in un’assassina, ancora oggi non si sa bene se per follia o per interesse. Una alla volta uccide tre amiche, poi le fa a pezzi e ne cuoce i resti in un pentolone, ricavandone saponette e candele, tra improbabili riti satanici e complici misteriosi. Ogni fase del dibattimento era offerto ai lettori come un giallo a puntate. Per gli editori si rivelò una scelta azzeccatissima a giudicare dagli enormi incrementi delle vendite dei giornali”.

Nascita della repubblica

Il processo si apre a Reggio Emilia il 12 giugno 1946, a pochi giorni dal referendum che ha sancito il passaggio del paese dalla monarchia alla repubblica. Alla sbarra degli imputati, la Cianciulli e il figlio Giuseppe, accusato di complicità negli assassinii delle tre donne. Il Pubblico Ministero è Giulio Laurens. Nevio Magnarini e Giulio Fornaciari difendono quella che per tutti è già la Saponificatrice di Correggio. Piero Fornaciari, Alberto Ferioli e Bartolo Bottazzi gli avvocati delle parti civili. Alessandro Cucchi e Raul Comini, invece, gli avvocati di Giuseppe.

Il caso attira subito l’interesse dei lettori. Il fatto che l’assassina sia una donna, solletica ancora di più la morbosità del pubblico. Scrive il “Nuovo Corriere della Sera” l’11 giugno 1946: “La Cianciulli viene ad aumentare il numero delle donne di cui purtroppo abbondano le cronache criminali per occuparvi un posto di primo piano. Della criminalità femminile essa rivela i caratteri principali: il cinismo, la crudeltà, la depravazione, caratteri che più raramente si riscontrano nella criminalità maschile, meno intensa e meno perversa”.

Ercole Moggi, inviato della Stampa, scrive anche per il Carlino

Dal canto suo, La Nuova Stampa invia sul posto uno dei suoi cronisti più brillanti ed esperti, Ercole Moggi, ferrarese d’origine e torinese d’adozione. Sarà lui per tutti i due mesi della durata del processo a raccontarlo non solo ai lettori torinesi, ma anche sulle pagine de Il Resto del Carlino, lo storico quotidiano bolognese. Che però, dalla fine della guerra – il suo ultimo direttore Giorgio Pini condannato per il passato da dirigente della Repubblica di Salò – prende il nome di “Corriere dell’Emilia” conservandolo fino al 4 novembre 1953, quando tornerà ad assumere il vecchio.

Le cronache di Moggi, a rileggerle anche oggi, sono spettacolari. Capaci di rendere tutta la drammaticità di una vicenda terribile e, al tempo stesso, di cogliere l’involontaria ironia e la palese assurdità di certe dichiarazioni e situazioni verificatesi durante il processo, così come di raccontare l’Italia appena uscita dall’esperienza bellica e ancora preda dei pesanti strascichi della guerra civile.

Ferrara, Reggio e Bologna: il triangolo della morte

La prima pagina de La nuova Stampa di venerdì 8 novembre 1946. L'articolo di taglio basso a sinistra titola: "Con le armi dell'Emilia si può fare un arsenale"
La prima pagina de La nuova Stampa di venerdì 8 novembre 1946. L’articolo di taglio basso a sinistra titola: “Con le armi dell’Emilia si può fare un arsenale”

Occorre infatti tener presente il quadro complessivo della situazione del dopoguerra lungo l’asse che congiunge Reggio, Modena e Bologna con Ferrara, che proprio il Giornale dell’Emilia per la prima volta in un articolo del 26 maggio 1946 denominerà ‘triangolo della morte’. «Un triangolo tracciato col sangue» di ex fascisti e cattolici, la cui responsabilità viene attribuita ai partigiani comunisti. Come riportato da una relazione – senza data, ma successiva alla proclamazione della Repubblica – compilata dalla “Divisione Affari generali e riservati” della Direzione generale di Pubblica Sicurezza nel Ministero dell’Interno, per l’Emilia si parla di una “situazione esplosiva con rappresaglie sanguinose, pressoché cessate nelle altre regioni, anche verso chi era semplicemente sospettato di essersi compromesso col precedente regime. Tra le vittime anche donne e bambini. Categoria particolarmente presa di mira era quella dei sacerdoti accusati di tendenze fasciste solo perché contrari al comunismo per motivi di ordine morale e religioso”.

Preoccupa anche la delinquenza comune: sono infatti insicure non solo la via Emilia e le altre strade di grande comunicazione nelle quali vengono regolarmente commesse rapine e omicidi, ma anche le città. Si verifica pure il caso di “interi paesi rimasti per molte ore in mano di malviventi che vi avevano commesso – riporta sempre la relazione – efferatezze di ogni genere”.

“La fosca criminalità della Cianciulli”

fosca criminalitaEd è proprio a questa situazione drammatica a cui fa riferimento Ercole Moggi nell’attacco della sua prima corrispondenza da Reggio Emilia, giovedì 13 giugno 1946, in un lungo pezzo dal titolo: “La fosca criminalità della Cianciulli documentata nella prima udienza del processo”.

“Nonostante gravi fattacci di cronaca siano nel reggiano purtroppo all’ordine (o al disordine) del giorno, l’interessamento e l’avida curiosità della popolazione di questa operosa cittadina, sono oggi concentrati su un solo soggetto, su questa Petiot in gonnella, che il popolino chiama anche strega o peggio, secondo i personali giudizi. C’è una morbosa sete di vederla e sentirla: vedere quella faccia che taluni hanno descritto torva e altri insignificante, e sentire ciò che racconterà dei suoi delitti e con quale accento. Ad acuire la curiosità intanto si conferma che in carcere la strega ha tentato di suicidarsi ingoiando alcuni chiodi e cocci di vetro. Questo stomaco di criminale ha digerito chiodi e vetri, e allora tentò di impiccarsi lacerando a strisce una coperta. Ma tutto si ridusse a un danno della Amministrazione carceraria. (…)”

“L’aula della Corte è una delle più belle e più vaste dei palazzi di giustizia. Il pubblico l’ha invasa. Gli imputati, madre e figlio, hanno preso posto nella gabbia di buon’ora. Leonarda Cianciulli, di 55 anni, è di statura al di sotto della media (…) Dalla fronte bassa spiccano due occhi neri, furbeschi talvolta o allucinati, che essa volge in giro come per ambientarsi. Sul labbro superiore mostra una peluria che le dà un’aria di un maschio. Eppure ha avuto ai suoi tempi qualche distrazione sentimentale e poi 17 figli, dei quali soltanto 4 viventi. Non sappiamo se abbia avuto dal regime elogi o un premio durante la battaglia demografica…”

Leonarda Cianciulli nel corso del processo.
Leonarda Cianciulli nel corso del processo.

“Sono una grande italiana”

“Ha mani piccole – continua a scrivere Moggi – ma devono essere robuste se maneggiò nei suoi crimini una grossa scure da spaccalegna e una pesante mazza da marmista. (…) Il Presidente spiega ai giudici popolari le imputazioni mosse alla Cianciulli, cioè di aver ucciso Faustina Setti, Francesca Soavi, maestra d’asilo e Virginia Cacioppo Bassi (in realtà il cognome riportato da Moggi è errato, la Cacioppo è vedova Fanti. Ndr), ex artista lirico, sbarazzandosi dei cadaveri saponificandoli in un calderone preso a prestito da un’amica col pretesto di fare molto sapone. (…) Ora è la volta dell’imputata che dichiara: «Non sono una donna colpevole. Non desidero che mio figlio assista al mio interrogatorio. (…) Racconterò tutto quello che volete; condannatemi anche, però mio figlio è innocente e non voglio che mi ascolti»”. (…)

“«Non sono una colpevole, non ho rubato per lucro. Tutta Correggio ha avuto in regalo da me dei dolci. Sono una grande italiana (ilarità del pubblico) una madre prolifica. Avevo bisogno di danaro per farne dono agli dei, per rendere mio figlio invulnerabile, avendo letto nell’Eneide che Achille era stato reso invulnerabile dai sacrifici resi agli dei da sua madre». (…) Sul conto di questa vittima (si parla della Soavi. Ndr) ha raccontato: «Era una mia cara amica ed era ammalata per un cancro a una mano. Una voce interna mi suggeriva: ammazzala e guarirà. Allora l’abbattei con la scure». (…) L’imputata prosegue: «Soltanto io e Dio possiamo sapere quel che è successo. Dopo due giorni misi la mia amica a pezzi nella caldaia a bollire nella soda caustica. Quando vedevo la carne sciogliersi, esultavo. Io mescolavo il liquido e ci toglievo con un mestolo la schiuma, con la quale ci facevo la cera. Quel mestolo di rame l’ho donato alla Patria» (commenti ostili del pubblico)”.

“Credo nella resurrezione della carne”

scure abbatte la cacioppoIl dibattimento prosegue il giorno dopo con la ricostruzione da parte della Cianciulli dell’assassinio dell’ultima sua vittima. Nell’edizione di venerdì 14 giugno così titola il “Giornale dell’Emilia”: “La scure abbatte la Cacioppo”.

“La saponificatrice la quale si presenta tranquilla, accurata nella persona e nella capigliatura a riccioli, anche oggi vuol parlare senza la presenza del figlio il quale, poverino, non avrebbe nulla da apprendere dalla sua genitrice, anche ammesso che non le abbia tenuto mano, come sostiene l’accusa, o fosse totalmente all’oscuro delle operazioni necroscopiche che tra la cucina e lo stanzino del lavabo si compivano in casa sua. E chissà che non abbia mangiato di quella marmellata che la provvida donna preparava col sangue delle vittime e dava a degustare, nella sua vantata prodigalità, alle amiche di casa. Poiché quasi come un refrain ella non fa che ripetere di aver sempre fatto dono a tutti di tortine, di ciambelle preparate con le sue mani. Il pubblico è tornato in questa seconda udienza più numeroso, e poiché la vasta sala non è sufficiente, a molta gente basta semplicemente di vedere la saponificatrice e le fa ala quando dopo l’udienza costei scende le scale, poiché la Corte è al primo piano, per avviarsi, protetta da un nucleo di carabinieri, due volte al giorno alle carceri. Una volta queste erano in comunicazione col Palazzo di Giustizia ed era una bella comodità di famiglia, ma i bombardamenti hanno devastato questa via di comunicazione tra il luogo dove si distribuiscono le pene e dove si espiano”. (…)

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“Colla solita parlantina, col suo agitare delle mani per dare più forza alle sue risposte, l’imputata ripete che non ha mai chiesto denaro alle sue vittime. Glielo ha tolto; ma con tono di semplicità osserva che denaro e gioielli li ha avuti in deposito. Il denaro l’avrebbe restituito dopo la loro ‘resurrezione’. (…) «Credo nella resurrezione della carne». Ma la resurrezione, secondo la Cianciulli, sarebbe stata effettuata da un processo chimico e meccanico insieme (…). Infatti dichiarava al Presidente: «Se io riuscivo a farle resuscitare, avrei rivoluzionato il mondo. Sarei diventata ricca, io e le mie vittime». Se il Presidente le fa qualche contestazione o chiede spiegazioni, la scaltra donna esclama con tono dispiaciuto: – Non mi ricordo quel che precisamente mi è successo. Posso dirle che una forza oscura, il mio Destino, mi trascinava. Sentivo una forza ignota e misteriosa che mi afferrava il braccio. Già – commenta il Presidente che non crede a siffatti sortilegi – il braccio di muoveva e giù un colpo di scure sulla nuca”.

In sostanza l’aveva spolpata. Non giunse però alla scarnificazione

deposizioni schiacciantiIl 15 giugno è il giorno della deposizione di una ex domestica, Nella Barigazzi, secondo la quale, riporta Ercole Moggi nel lungo articolo intitolato “Deposizioni schiaccianti contro la Cianciulli e il figlio”, “la Cianciulli lavorava con metodo. Quando le vittime entravano in casa, la tragica caldaia con la soda caustica era già pronta. (…) Il pubblico che oggi nella sala era veramente straboccante si affolla lungo le scale e l’atrio per assistere al passaggio dei due imputati che passano imperterriti, come al solito, fra due ali di curiosi non certo osannanti. Prima di andarcene abbiamo modo di dare una scorsa ai voluminosi incartamenti dell’Istruttoria e leggiamo due precedenti giudiziari della Cianciulli. Con sentenza del tribunale di Lagonegro confermata dalla Corte d’appello di Potenza il 9 giugno 1927 veniva condannata a dieci mesi di reclusione per truffa continuata. Dice la sentenza che l’imputata, «con un diabolico disegno», si era impossessata di due libretti di risparmio di una povera donna cui sottrasse pure biancheria, generi alimentari e grano fino a costringerla a vendere un asino, il cui importo la Cianciulli si trattenne. In sostanza l’aveva spolpata. Non giunse però alla scarnificazione (…)”.

Entra in azione una macchina da presa cinematografica

regalo la scureIl processo conosce una breve pausa di qualche giorno e riprende il 21 giugno, come viene riportato il 22 nell’articolo “La Cianciulli regalò la scure quando ebbe finito di servirsene”. Il pezzo riporta un paio di episodi, del tutto ininfluenti su quello che sarà il prosieguo del dibattimento, ma che rappresentano un gustoso quadretto, per una volta non così drammatico, dell’Italia del dopoguerra.

“Si è molto parlato nei passati giorni dell’eventualità di un clamoroso colpo di scena che avrebbe forse aumentato il numero degli occupanti la gran gabbia della Corte d’Assise. Niente di fatto per ora, ma tuttavia qualcosa di nuovo c’è. Nella gabbia troviamo, oltre la Cianciulli e il figlio, una terza persona. «Chi è?» si domanda la folla. S’è scovato un complice? Lo sconosciuto che siede accanto al giovane Pansardi con aria visibilmente ritrosa è un semplice teste del processo, tale Luigi Bassi, detenuto in espiazione di una condanna a quattro anni di reclusione per collaborazionismo coi nazifascisti. Insignificante è stata la sua deposizione che fu resa nel solito emiciclo dei testi. (…) Il teste, licenziato, nell’accomiatarsi dalla Corte si è irrigidito – con nostalgie d’un tempo che fu! – nel saluto romano. Il pubblico scoppia in una clamorosa risata. Ridono i giurati, gli avvocati, i carabinieri. (…) Nel pomeriggio sono stati escussi altri testi su circostanze già note. Nella udienza l’aula è stata sotto il fuoco degli obiettivi dei fotografi e oggi è entrata in azione una macchina da presa cinematografica con speciali impianti di luce. Madre e figlio sembrano lusingati da questo apparato (…)”.

Sospetti e pettegolezzi impediscono alla Cianciulli di operare per la resurrezione della Cacioppo

colpo di pazziaIl 23 giugno, domenica, il “Giornale dell’Emilia” pubblica un nuovo pezzo sulla seduta del giorno precedente. Titolo: “Un colpo di pazzia della Cianciulli”. Il sommario riporta una dichiarazione della saponificatrice: “Non riuscii a rifare la Cacioppo per colpa dei pettegolezzi e dei sospetti”.

“Tutti attendono il cosiddetto ‘fatto nuovo’ al processo della Cianciulli. Si spera in qualche lucido intervallo della saponificatrice perché riveli come effettivamente consumò i suoi delitti e chi l’aiutò nel processo di saponificazione dei cadaveri. Settanta chili pesava la povera Soavi ed i 70 chili dovettero essere posti da questa donnetta criminale, dalle mani delicate, nella caldaia famigerata. Il metodo illustrato dalla Cianciulli non convince. Essa ha dichiarato al presidente di essere pronta a dimostrare che in venti minuti può uccidere e squartare una persona; l’eccellentissimo magistrato ha naturalmente lasciato cadere la proposta. (…) Tutte e tre le vittime, prima di partire da Correggio (ed effettivamente per l’altro mondo) salutavano parenti ed amiche, insomma parlavano con amiche e, cosa strana, mantennero un chiuso riserbo circa la loro futura residenza e sistemazione”.

riprodursi in udienza

“La Cianciulli, evidentemente, le aveva ben istruite e suggestionate, sicché, dopo la loro sparizione, le ricerche dell’autorità vagarono senza alcun punto di riferimento né si riusciva a sospettare dove fossero finite le disgraziate. Nessuno immaginava che si fossero dissolte nella macabra caldaia? Lo si seppe perché lo confessò la stessa Cianciulli subito dopo il suo arresto. (…) La Cianciulli, condotta davanti al Presidente dice, fra la grande attenzione del pubblico: «Io lo avevo detto alla teste (Lucia Ferrari, amica della Cacioppo che poco prima ha testimoniato in aula. Ndr): per Natale la sua povera amica sarà di ritorno. Poi avvennero tutti i pettegolezzi, i sospetti che sappiamo e che mi turbavano; quando mi recavo a rimestare nel paiolo cercando di rifare la Cacioppo, non riuscivo a nulla. Ma la colpa non è mia, ma di quelle pettegole, è tutta di quella peste di gente che me lo ha impedito! Sono loro che non mi hanno lasciato ricostruire la Cacioppo». Il Presidente rimanda al suo posto l’imputata”.

“Sono una svergognata, sono un’assassina, sono la saponificatrice di Correggio, ma mio figlio è innocente”

Il processo prosegue il 25, il 26, il 27, 28 e 29 giugno. Poi luglio. Saranno in totale 15 le udienze prima della sentenza. La Cianciulli è rea confessa e per lei non si tratta che stabilire l’entità della pena che varierà a seconda che le venga riconosciuta l’assoluta infermità mentale, come chiede la difesa forte anche della perizia dello psichiatra direttore del manicomio di Aversa, Professor Filippo Saporito, o che invece prevalga la tesi del Pm, Giulio Laurens, che vede nell’interesse il movente principale delle azioni criminali della saponificatrice: “non intendo negare – dichiarerà nell’arringa finale – che la mente dell’imputata sia malata: quale persona sana avrebbe potuto compiere simili atrocità? Ciò che crediamo essere riusciti a provare è che nella sua follia questa orrenda donna agì con sorprendente lucidità. Ora vuole far credere di avere ucciso per salvare suo figlio, ma in realtà ha ucciso solo per denaro, il denaro delle sue povere, sfortunate vittime”.

Si tratta inoltre di stabilire l’eventuale complicità di Giuseppe, anch’egli alla sbarra insieme alla madre. Fin dalla sua confessione del 1941, la Cianciulli ha cercato di sottrarlo all’accusa assumendosi ogni responsabilità. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Piero Fornaciari, ha cercato a più riprese di dimostrare invece la complicità di Peppuccio. Nell’udienza del 13 luglio, la Cianciulli sbotta: “«Tengo a dire che in questo processo, in cui io ho detto 99 bugie, la parte civile ne ha dette 1099. Io sono la sola colpevole; sono una svergognata, sono un’assassina, sono la saponificatrice di Correggio, la fabbricatrice di cera, ferro e gas. Mio figlio è innocente, è un martire». (…) Minaccia quindi di saltare dalla gabbia e di avventarsi contro l’avvocato. «Diverrei una leonessa come sono sempre stata; salterei da questa gabbia e sbranerei chi accusa mio figlio qui davanti a voi». Il pubblico le grida: «Assassina, delinquente, lazzarona». La donna non si smonta; anzi si indirizza nuovamente all’avvocato Fornaciari compiendo con le mani un espressivo gesto, come di tirare il collo a un pennuto”.

la condanna

Arriva la condanna: 30 anni per la Cianciulli

Si arriva all’epilogo. Il 17 e 18 luglio si tengono le arringhe finali. La Pubblica Accusa chiede una condanna di ventiquattro anni per Giuseppe, l’ergastolo per la madre. Ripete che il fine di lucro della Cianciulli è la prova provata che non è pazza. Che la sua determinazione, la sua freddezza, sono altre prove. Dal canto suo l’avvocato dell’accusata, Giulio Fornaciari chiede invece che sia dichiarata pazza e rinchiusa in manicomio. Comini, uno degli avvocati del figlio, chiede l’assoluzione di Peppuccio e, qualora non venga accolta la richiesta, che sia concesso alla madre di fare l’esperimento più volte invocato – poter squartare una persona in aula in pochi minuti – per dimostrare che agì da sola.

Il 20 luglio arriva la sentenza. “La Cianciulli condannata a 30 anni e il figlio assolto per insufficienza di prove” titola il pezzo di Ercole Moggi. “Finalmente alle ore 13.15 – scrive – la Corte esce e nel profondo silenzio fattosi immediatamente nell’aula, il Presidente legge il dispositivo della sentenza con la quale, concessa alla Cianciulli la seminfermità mentale, essa viene condannata per i reati ascrittile a 30 anni di reclusione con le conseguenze di legge, disponendosi il di lei ricovero in manicomio per la durata minima di tre anni prima dell’inizio dell’espiazione della pena. Il Giuseppe Pansardi viene assolto per insufficienza di prove. Un applauso saluta la sentenza che pare abbia soddisfatto il folto pubblico, ivi compresi numerosi intellettuali e professionisti che avevano assiduamente assistito alle ultime battute dell’importante processo”.

L'abbraccio in aula tra Leonarda e Giuseppe
L’abbraccio in aula tra Leonarda e Giuseppe

“Durante la lettura della sentenza la Cianciulli è rimasta impassibile, mentre il figlio appariva pallido e vivamente emozionato. Appresa l’assoluzione del figlio, la Cianciulli scatta improvvisamente in una clamorosa manifestazione di ringraziamento ai giudici, invocando perdono da Dio per i suoi misfatti e dal popolo di Correggio indulgenza e comprensione. Indi abbraccia lungamente il figlio e se lo stringe al seno con gesto teatrale, mentre il pubblico non si decide a sfollare dall’aula, impressionato dalla scena con la quale si chiude l’ultimo atto di questa singolare e mostruosa vicenda giudiziaria”.

Quaderno di un’anima amareggiata

Ercole Moggi continuerà a lungo a fare il suo mestiere di giornalista fino alla morte, ormai settantaquattrenne, nel 1952. Leonarda Cianciulli rimase rinchiusa fino al giorno del decesso, causato da un ictus, il 15 ottobre 1970. Aveva 76 anni. Nel corso della lunga detenzione cambiò molte carceri, per concludere i suoi giorni nel “Manicomio Giudiziario per Donne” di Pozzuoli. Nei primi anni ’40, durante il periodo trascorso nel manicomio di Aversa, ha scritto un memoriale di 748 pagine dattiloscritte intitolato “Quaderno di un’anima amareggiata”, secondo alcuni saggisti ispiratole dai suoi avvocati allo scopo di dimostrare la sua infermità mentale e ottenere così uno sconto di pena.

sanvitale_mastronardi“Centinaia e centinaia di pagine – riportano Vincenzo Maria Mastronardi e Fabio Sanvitale in quello che ad oggi è il miglior libro scritto sul caso, “Leonarda Cianciulli. La saponificatrice” (Armando editore) – di un linguaggio pseudo religioso; zeppo di esagerazioni, un continuo di disperazioni, spasimi, abbracci, entusiasmi, speranze in Dio. Una telenovela popolare a tinte fosche, dove la vita è un susseguirsi di dolore, ma lei è buona e lavoratrice. È tutto talmente romanzesco e fantasioso che si capisce come, dal 1946 ad oggi, chiunque si sia sentito autorizzato, raccontando la sua storia, a sparare grosso, ad aggiungere altre balle, a inventare dettagli inverosimili, invogliato, autorizzato dalle pagine della Cianciulli, tanto erano già enormi quelli che sparava lei. Ecco, mente in un modo così convincente ed affascinante che riesce difficile non restarne avvinti”. (Interessante anche il fatto che il libro di Mastronardi e Sanvitale smentisca alcune circostanze ritenute assodate sul caso Cianciulli: che la donna possa aver compiuto i delitti da sola, così come il fatto che dal grasso corporeo delle vittime abbia effettivamente fabbricato del sapone).

A Correggio, il numero 11 di Corso Cavour è sempre là

Il civico 11 di Corso Cavour nel 1941
Il civico 11 di Corso Cavour nel 1941

Quattro anni fa, la testata Reggionline ha brevemente intervistato il figlio di Alberta Fanti, noto medico a Correggio, Pier Vittorio Saccozzi. Nel ’60 la Cianciulli aveva inoltrato richiesta di grazia al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. “Io, erede unico, avrei dovuto firmarla – ha raccontato Saccozzi – Il sindaco Rodolfo Zanichelli (sindaco di Correggio dal 1951 al 1962. Ndr), persona proba e giusta, mi mandò a chiamare e mi disse tale e quale, ‘Per carite an ne firma mia, se no lì le la vin fora e nin masa di dagl’etri’ (Per carità, non firmi se no quella lì viene fuori e ne ammazza delle altre). E io non non firmai”.

A Correggio, il numero 11 di Corso Cavour è sempre là. A parte due vetrine aperte sulla facciata, il palazzo è lo stesso. L’appartamento del terzo piano, però, è stato ristrutturato dagli anni in cui era abitato dai Pansardi-Cianciulli. E’ stato diviso in tre appartamenti più piccoli e “chi ci abita, quando è arrivato, s’è sentito raccontare strane storie sulla cantina, quella dove i Pansardi tenevano le bottiglie di pomodoro e la bicicletta”.

Articolo originariamente pubblicato su Note Modenesi.

Non dite a mia madre che faccio l’icona pop, lei mi crede giovane ribelle giù nella sierra

Catturato il giorno prima dall’esercito boliviano, nel pomeriggio del 9 ottobre 1967 viene giustiziato Ernesto Che Guevara. Si conclude così la carriera del ribelle più famoso del ‘900, intransigente eroe della rivoluzione permanente, e inizia quella dell’icona pop, da mezzo secolo campione d’incassi del merchandising globale.

Un enorme contributo a farne un simbolo universale di rivolta dal ’68 ad oggi lo ha dato ovviamente il “Guerrillero heroico“, la celebre foto di Alberto Korda, fotografo della rivoluzione cubana che raccontò, nel corso degli anni, in circa 55 mila scatti. Il più famoso dei quali è il primo piano che immortala il Che il 5 marzo 1960 durante la manifestazione per commemorare le vittime dell’esplosione del mercantile francese Le Coubre, ancorato nel porto de L’Avana (secondo i cubani, un attentato orchestrato dalla Cia).

I rami di palma e il profilo del giornalista argentino Jorge Josè Ricardo Masetti Blanco (di origini bolognesi, meglio noto come
Le foglie di palma e il profilo del giornalista argentino Jorge Josè Ricardo Masetti Blanco (di origini bolognesi, meglio noto come “Comandante Segundo”) vennero successivamente eliminati ritagliando la foto

All’epoca il Che è giovane – appena trentunenne – bello e vittorioso (Cuba è nelle mani dei barbudos di Castro da poco più di un anno). Nel ritratto di Korda il suo sguardo intenso e determinato da maschio alfa, nonostante la tristezza e la rabbia del momento, sembra rivolto all’infinito. Verso l’utopia di un mondo liberato per sempre da diseguaglianze e ingiustizie. Nella nuova Cuba è Ministro dell’industria, ma abbandonerà presto l’isola caraibica e gli agi della sua posizione di potere per continuare a fare il rivoluzionario professionista in giro per il mondo, dall’Africa all’America Latina. Fino all’epilogo boliviano.

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Charlie Brown ha 65 anni

Il 2 ottobre del 1950 usciva su sette quotidiani statunitensi – il più importante dei quali è certamente il Washington Post – la prima striscia dei Peanuts. In realtà Charlie Brown e alcuni dei personaggi di Charles M. Schulz erano nati tre anni prima, pubblicati dal St. Paul Pioneer Press. Solo che la striscia che ne raccontava le avventure non si intitolava “Peanuts” ma “Li’l Folks“, nome che successivamente fu cambiato perché troppo somigliante a Li’l Abner di Al Capp.

Qui sotto, la prima striscia dei Peanuts, 2 ottobre 1950.

peanuts

I Li’l Folks sul St. Paul Press Pioneer.

LilFolks

“Il mondo secondo i Peanuts”. La copertina di Time magazine del 9 aprile 1965.

time

Charlie Brown e Snoopy sulla copertina di Life del 17 marzo 1967.

life

Infine: