Cos’è che rende la mia vita più sacrificabile?

Le sinistre sirene di ambulanza di Born to run sembrano già un’avvisaglia di come l’ombra lunga della guerra in Vietnam si proietterà su Darkness on the edge of town. Per un giovane dell’età di Bruce e della sua classe sociale, si trattava di una faccenda piuttosto concreta. Barton Haynes, il batterista del suo primo gruppo, era rimasto ucciso a diciannove anni durante un’azione a Quang Tri. Molti ragazzi tornavano che non erano più gli stessi, e i coetanei erano terrorizzati.

Mentre gli studenti erano esclusi dalla coscrizione obbligatoria, venivano arruolati i figli di operai e i disoccupati, e fra questi anche i musicisti. Una volta Bruce ha raccontato a “Rolling Stone” di quell’autobus che lo aveva portato alla visita di leva. I due terzi dei ragazzi di Asbury Park che gli sedevano accanto erano afroamericani, e lui si era chiesto: “Cos’è che rende la mia vita o quella dei miei amici più sacrificabile di quella di uno che va a scuola?”. Dovette formarsi in quel periodo la sua idea fissa che l’essere indifesi, disinformati, in balia della mancanza di opportunità, coincidesse col destino di essere spediti in guerra.

(Marina Petrillo – Nativo americano. La voce folk di Bruce Springsteen)


Unidentified U.S. Army soldier, Vietnam on June 18, 1965 (Fonte: Vintage everyday).
Annunci

L’immaginazione è geolocalizzata

L’altro giorno sono inciampato in una vecchia hit di Springsteen che non sentivo da un bel po’ d’anni. Una delle sue canzoni d’amore più belle: I’m on fire. E’ del 1984. Quasi trent’anni. Portati piuttosto bene.

Anche il video merita più d’una visione per come riesce a fare viaggiare la fantasia, regalando in tre minuti una bella storia malinconica di un amore impossibile. I personaggi sono Springsteen stesso, nella parte di un maccanico, e una bella ragazza (presumiamo, visto che non si vede mai in viso) forse sposata forse no, comunque ricca, che porta la macchina a riparare nell’autofficina del Boss. Che poi nel caso boss non è nemmeno, visto che il capo dell’officina è un altro che si intravede all’inizio del video.

I due hanno un breve dialogo e lei gli consegna le chiavi dell’auto.


hi
how’s it going?
its going ok, all right
you think you could have it ready for me tomorrow morning?
sure, sure, I can even, I can even bringing out to you, if you want
no, we leave way out on the hills, I’d better come’n’pick it up
uh, yeah, I guess so
here
well, I’ll see ya
I’ll see ya

Salve, come va, tutto ok, la macchina sarà pronta per domani? Sì, certo, gliela porto a casa? No grazie, domani ce ne andiamo in collina, me la verrò a prendere. Ok. Ci vediamo. 
Fine del dialogo. 
Parte la canzone. 
Il nostro bel meccanico ripara sì la macchina, ma la sera non riesce a dormire pensando a lei: 
La notte mi sveglio con le lenzuola bagnate
con un treno merci che mi attraversa la testa
solo tu puoi raffreddare il mio desiderio
sono in fiamme, sono in fiamme…

Poi si decide e, in piena notte, le riporta la macchina. Da fuori vede la bella villetta della tipa illuminata. E’ tentato di suonare il campanello, ci pensa un po’, poi lascia perdere, tanto… Infila le chiavi nella cassetta della posta e se ne torna a casa a piedi. 
Bel video e bel pezzo. Springsteen al 100%.
E qui entra in gioco la geolocalizzazione della fantasia. D’accordo, a definirne le coordinate incide sicuramente il fatto che il meccanico sia interpretato dal Boss stesso e le sue centinaia di canzoni deep american distribuite in quasi una ventina di album. Fossi stato io il protagonista del video o uno con la faccia alla Homer Simpson, probabilmente l’effetto non sarebbe stato lo stesso. Ma insomma, così com’è vien facile immaginare che il ragazzone born in the Usa, chiaramente un loser, si chiami di sicuro Tom Joad Jr. Che suo padre, partito per il ‘Nam dopo aver messo incinta Kitty, cameriera in uno steak house di Georgetown, Ohio, laggiù nel sud est asiatico ci sia rimasto per sempre, schiantato da un Charlie durante l’offensiva del Têt con una pallottola in pieno petto. Nonostante ciò Kitty, giovanissima ragazza madre, è riuscita a tirar su il suo Tom e a farne un bravo ragazzo che già da qualche anno lavora all’officina meccanica del vecchio Frankie Dunn, uno che inevitabilmente ha la faccia di Eastwood e rompe le palle quanto lui. Ma in fondo è un brav’uomo che a Tom ci tiene e gli fa un po’ da padre. La ragazza invece me la figuro con la faccia di Chloë Sevigny, puzzona già dal nome, upper class senza se e senza ma, ma ammantata di un suo fascino un po’ perverso. Infatti Tom non ci dorme la notte, pensando a come potrebbe farla “volare in alto” se solo lei gli concedesse una chance. Ma si ferma lì: ai sogni. E la sua lussuria, in fondo, si traduce in una bella canzone.

Potrei continuare a lungo a viaggiare di fantasia, ma mentre guardavo il video, improvvisamente, le coordinate sono cambiate per geolocalizzarsi in una qualsiasi cittadina italica, basta che abbia qualcosa che ricordi Georgetown, Ohio. Solo che la differente geolocalizzazione fantastica mi cambia tutta la storia.

Intanto il nostro meccanico si chiama Vincenzo Palumbo, noto agli amici del bar come “Il Palo” per la sua mania di declamare pubblicamente le proprie misure. La madre di Vincenzo, Teresa fa la casalinga e si strafoga ogni giorno di De Filippi, in attesa che nel tardo pomeriggio torni a casa il marito Alfredo, militare come il padre ucciso in ‘Nam di Tom Joad Jr. Alfredo però è Maresciallo a capo della fureria della caserma, con tutti i vantaggi relativi. Della carriera militare Vincenzo non ne ha proprio voluto sapere e si arrabatta lavorando qualche giorno a settimana dando una mano a Nuccio, meccanico piuttosto conosciuto in paese per la sua travolgente passione per Bmw e Mercedes a cui ha dedicato l’intera vita. Nel giro delle autofficine è noto come “La mano”. Anche se non è ben chiaro come si sia guadagnato il nomignolo.

E così, mese dopo mese, procede la vita dei nostri italici eroi così fantasticamente geolocalizzati.

Finché un giorno cambia tutto: in officina entra Lei (che nel caso avrebbe, supponiamo, il volto di Manuela Arcuri). Naturalmente in paese lei è ben nota: si chiama Amanda ed è sposata al figlio del notaio, uno con la girevole extralusso già pronta nell’ufficio del padre se solo si decidesse a completare gli esami che gli mancano per finire Giurisprudenza. Per il tirocinio non c’è problema naturalmente; all’esame di stato ci si penserà per tempo. Intanto però il figlio del notaio e Amanda non se la passano male, a parte il fatto che ogni tanto anche la decapottabile, regalo per il ventottesimo compleanno, ha bisogno del meccanico. Ed ecco che entra in scena Vincenzo. Che ha sì sempre la faccia di Bruce Springsteen, ma si chiama Vincenzo Palumbo. Già tutt’altra cosa non solo da Tom Joad Jr, ma perfino da Homer Simpson.

Il dialogo tra i due, che naturalmente si conoscono perché il paese è piccolo, più che parlato, è tutto negli occhi di lui.

Ciao
Ciao (minchia quanto sei figa)
Come va?
Tutto ok (ma andrebbe moooolto meglio se ti potessi sbattere di fronte allo specchio, di là in cesso)
Mi puoi preparare la macchina per domani mattina?
Beh, sì, penso di potercela fare (giusto perché c’hai quelle belle labbra a canotto che so io come vorrei usare…)

[qui bisogna inserire uno stacco nel dialogo perché NON esiste che lui le proponga di portargliela a casa: se la viene a prendere la macchina, se la vuole]

Solo che, colpo di scena, abbassandosi per porgere le chiavi a Vincenzo, lei lascia intravedere dalla scollatura della camicetta un bel po’ di quelle minne prosperose che sono il suo vanto. E a quel punto gioca l’asso: Non è che me la porteresti a casa? Sai, domani scendiamo ammare e vorrei trovarmela in giardino quando torno, a sera. 

A quel punto Vincenzo, gli occhi fissi sul bersaglio, non riesce più nemmeno a connettere. Per lui il dialogo finisce lì. Amanda sa che è andata, si gira, e se ne va. Vincenzo riesce solo a pensare:  madonna che culo che c’hai. Che per lo stato d’animo in cui si trova, è un già un pensiero assolutamente complesso.

Il prosieguo della storia la lascio alla fantasia di ciascuno.
E comunque finisce bene.

L’Ordine e l’arte della manutenzione di una professione

In un testo divulgativo molto usato, “Journalism. A very short introduction” (Oxford University Press, 2003, 2005), l’inglese Ian Hargreaves, giornalista e professore universitario, scrive:

“In effetti, le uniche società in cui l’ammissione alla pratica del giornalismo è controllata sono quelle che hanno abbandonato o non hanno mai conosciuto la democrazia, come l’Unione Sovietica nel periodo della guerra fredda, o numerosi paesi in Africa, Medio Oriente e Asia. L’obbligo di appartenere a una «unione di giornalisti» o a un «club della stampa» approvati dallo stato garantisce che il giornalismo vero, se esiste, avrà luogo per sotterfugio. Il diritto fondamentale alla libera espressione democratica dà, in linea di principio, a ogni cittadino il diritto di essere un giornalista, per segnalare un fatto, e di pubblicare un parere. Il giornalismo, secondo questa linea di ragionamento, è filosoficamente e praticamente al di là della regolamentazione da parte di qualsiasi organismo associato con lo stato. Persino il porre un forte accento sulla formazione o gli standard professionali può ridurre questa necessaria libertà: come la libera espressione garantisce la tolleranza per la pornografia e i brutti romanzi, così pure deve distogliere gli occhi dal cattivo giornalismo. L’alternativa trasforma il giornalismo in un altro ramo del potere costituito”.

da Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark)