Dissenso digitale

Se condividete le idee del movimento Occupy Wall Street e volete continuare a manifestare il vostro dissenso contro le banche, esiste un modo per occupare i loro spazi digitali, spostando di fatto la protesta direttamente sul Web – una strategia che forse farebbe comodo anche agli indignati nostrani, per ora poco propensi a usare la Rete.

Per farlo basta visitare la pagina Occupy the Url (il programma è stato lanciato ieri, 25 ottobre) e inserire l’indirizzo del sito web bersaglio delle vostre proteste. Fatto. Con un semplice click, le immagini di un gruppo di manifestanti di Wall Strett si sovrapporranno alla homepage dell’istituto finanziario, fino a fare scomparire il suo layout.

È quello che succede quando il movimento del 99% decide di scendere sul Web e occupare i siti delle banche che fanno gli interessi del contestato 1%. Va chiarito che non ci si trasforma in hacktivist, perché l’occupazione della homepage non avviene realmente, come spiega Mashable. (via Daily Wired)

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Speravo arrivasse Harry Potter

Invitato dal governo dell’Ossezia del Nord per un simposio artistico, il fotografo modenese Luigi Ottani racconta la sua esperienza a Beslan, sette anni dopo l’attacco terroristico in una scuola che si concluse con la strage di centinaia di innocenti, di cui molti bambini. Dal suo racconto fotografico, nascerà presto un libro. In questo video delle Officine Tolau, Ottani racconta le impressioni e le emozioni suscitate da quei luoghi tragici.

Rimetti a noi i nostri debiti

Sabato scorso, noi delle Officine Tolau, eravamo a Roma, a seguire la manifestazione degli Indignados. Eravamo lì – telecamere in spalla e microfoni aperti – per girare il nostro nuovo documentario:  “Rimetti a noi i nostri debiti”, il racconto di questo movimento, dei suoi sogni, le rivendicazioni, le novità, il cuore.

Ce lo ha commissionato Pippo Civati, in qualità di responsabile del Forum Nazionale del Pd “Nuovi linguaggi e nuove culture”. Pippo ci aveva già chiesto l’anno scorso di collaborare con lui, commissionandoci un documentario per raccontare  il Movimento 5 Stelle. Quel racconto è diventato il documentario “A furor di popolo“.

Quello che vedete qui è solo il trailer del documentario sugli Indignados, che pubblicheremo online entro fine novembre, ma crediamo che sia già un buon indicatore, in termini di contenuti, di quello che sarà il risultato finale. Il trailer sarà proiettato in piazza Maggiore a Bologna sabato 22 e domenica 23 ottobre nel corso della manifestazione “Il nostro tempo“, promosso da Pippo Civati e Deborah Serracchiani.

A Roma sappiamo tutti com’è andata. Il mondo dell’informazione, (quasi) inevitabilmente, si è concentrato solo sulla cronaca degli scontri. Ma siatene certi, c’è anche un’altra storia da raccontare, che non ha niente a che fare con la violenza. Ha a che fare con l’idea di un Paese diverso. Che noi proveremo a raccontare.

A ciascuno il suo Trota

L’Amaca di Michele Serra di oggi. Magistrale.

Con l’ arresto di “er Pelliccia” anche i Moti Romani di sabato scorso perdono quel poco o quel tanto di demoniaco (fuoco e fiamme) che si erano guadagnati sul campo. Già i calzoni a fior di mutanda, molto di moda tra i teenagers, conferivano alle immagini del giovane rivoltoso qualcosa di mestamente conformista, più da Upim che da Bastiglia. Si è poi saputo che il teenager è piuttosto maturo (24anni), e maturissimo come matricola (primo anno di università), per dire che anche i movimenti più duri e più sinistri hanno i loro Trota. Quanto alle indagini, si dice che il povero Pelliccia, vistosi incastrato, abbia giustificato il lancio dell’estintore con la volontà di”spegnere un incendio”, comicissima scusa, e qui si arriva, anzi si ritorna, a quell’eterno Alberto Sordi che siamo, alla piagnoneria ipocrita di “Un giorno in Pretura” e “urne m’ha rovinato la guera”, e di nuovo si capisce perché il narratore dei nostri mali non è Dostoevskij, sono Age e Scarpelli. E viene una pena tremenda per quei genitori e anche per quel figlio, sbatacchiato tra le spire della storia senza nemmeno sospettarne la durezza e la cattiveria, rivoluzionario del sabato pomeriggio, già al lunedi ridotto al suo soprannome da macchietta di quartiere.

ROMA 15 OTTOBRE

Indignazione all’italiana

Ieri a Roma io c’ero, insieme ai miei amici e colleghi delle Officine Tolau. A parte la questione Black bloc, la più vistosa dal punto di vista mediatico, restano le considerazioni di fondo espresse da questo bel post di Peace report, che mi sento di condividere:

I cosiddetti Indignados italiani hanno fallito. O, forse, noi italiani non abbiamo compreso a fondo il significato dell’indignazione.
Si dirà che c’erano molti pacifici che credevano di marciare pacificamente; si dirà che una frangia violenta ben organizzata, magari con il supporto di elementi stranieri, ha rovinato una manifestazione bellissima. I black bloc sono diventati un alibi troppo scontato in un modo di manifestare diventato anacronistico, ancorato a schemi che hanno almeno 50 anni di vita, modelli che il potere politico finanziario è ben preparato a fronteggiare. È impossibile evitare la violenza dei ragazzi vestiti di nero? Sicuramente è possibile tenerli fuori dalla festa.

È proprio in questo che gli organizzatori della manifestazione italiana (unica in Europa ad aver preso questa piega vergognosa) hanno fallito. Quello degli Indignados è un movimento nuovo, fresco, creativo, improvvisatore. A Roma il tutto è stato pianificato come una qualsiasi manifestazione sindacale con il classico raduno in Piazza della Repubblica e fine corsa a Piazza San Giovanni. Nulla di nuovo. Come nuove non erano le presenze alla manifestazione: bandiere di Sinistra e Libertà, dei Cobas, del Partito comunista dei lavoratori, dei No Tav non avrebbero dovuto esserci. Tanto meno il gruppo del “no tessera del tifoso”. Sì, c’erano anche loro.

Le manifestazioni di Spagna, Israele e soprattutto di Wall Street hanno insegnato che non ha senso marciare senza senso e che soprattutto i numeri non contano: sono più efficaci 300 persone che arrivano all’improvviso nel cuore finanziario di un Paese che non un milione di persone davanti a una basilica.

E ancora i cori: sempre “Silvio pedofilo”, “Silvio vaffanculo”. È tutto molto limitato e cieco. Gli Indignados si muovono contro un sistema asfissiante politico-finanziario, di cui fanno parte tutti, anche i sindacati. Il bersaglio non è un solo governo e gli Indignados, per definizione, non possono e non devono sopportare il cappello di alcun partito. Magari, un giorno scopriremo che un corteo silenzioso, sobrio, senza musica e alcol spaventerebbe maggiormente i vampiri che ci guardano dall’altro.

Non sono state portate idee, nessun programma, nessuna richiesta, nessuna pretesa. Gli Indignados italiani hanno perso una grande occasione e ne sono responsabili perché da domani non si parlerà del futuro delle nuove generazioni, della disperazione delle vecchie, ma di una manifestazione con centinaia di migliaia di persone rovinata da un gruppo di criminali vestiti di nero.

(Il post originale)

(Foto Stefania Spezzati)



(Foto Stefania Spezzati)
(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)

Ciao a tutti un po’

SEL di Roma celebra in un manifesto lo scomparso Steve Jobs.

Sul web partono subito le bordate: “Nun se fa, nun se fa“.

Nichi Vendola, abile e veloce nel fiutare il vento, si dissocia subito dai romani: “Il genio di Steve Jobs ha cambiato in modo radicale, con le sue invenzioni, il rapporto tra tecnologia e vita quotidiana. Tuttavia fare del simbolo della sua azienda multinazionale – per noi che ci battiamo per il software libero – un’icona della sinistra, mi pare frutto di un abbaglio. Penso che il manifesto della federazione romana di SEL, al netto del cordoglio per la scomparsa di un protagonista del nostro tempo, sia davvero un incidente di percorso. Incidente tanto più increscioso in quanto proprio in questi giorni nella mia regione stiamo per approvare una legge che, favorendo lo sviluppo e l’utilizzo del software libero segna in modo netto la nostra scelta”.

Seguono a ruota una miriade di sberleffi:

Rolle da vedere

Ho ripescato dall’archivio della Tribuna di Treviso del 23 giugno 2006 un mio vecchio articolo su un luogo perso tra le colline venete, assolutamente da vedere: Rolle.

Lo scoprissero gli inglesi questo angolo intatto di paradiso, lo adotterebbero subito modificando al massimo il nome in un evocativo, per loro, Rolleshire, ma guardandosi bene dall’intaccarne la sostanza, frutto sapiente di un equilibrio altrove perduto tra uomo e natura. Per noi invece Rolle, minuscola frazione di Cison di Valamarino aggrappata alle colline che fanno da terra di mezzo a quelle ben più celebri di Conegliano e Valdobbiadene, è stato a lungo un borgo dimenticato, capace di rilucere solo in occasione di una capatina magari domenicale alla Terrazza Martini, ristorante piuttosto noto nella zona (sì, ma che fatica arrivarci affrontando quel saliscendi di straducole erte che il bosco fitto sembra nascondere, o proteggere, neanche fosse necessario superare una serie di prove prima di giungere alla meta).

Un oblìo colpevole durato fino a tre anni fa, quando il Fai (Fondo per l’Ambiente Italiano) ha deciso di fare di questo spicchio di Eden – «una cartolina mandata dagli dei» secondo il poeta Andrea Zanzotto – miracolosamente scampato allo scempio di cui è stato vittima gran parte del territorio veneto, il luogo d’elezione di una sperimentazione a tutto tondo volta a preservare, esaltandone l’unicità, l’equilibrio di questo ambiente. Che è fatto di storia, di natura, di urbanistica e agricoltura, ma anche delle genti che ancora lo popolano, «le quali – spiega Adelina Secco, vicepresidente regionale del Fai – vengono coinvolte in questa nostra iniziativa, non come soggetti passivi, ma come attori protagonisti nella salvaguardia della bellezza che è la missione della nostra fondazione».

«Ora prosegue Secco – gli abitanti cominciano a comprendere che non vogliamo fare di questo borgo e delle colline che lo circondano una sorta di museo all’aria aperta, stupendo quanto immobile, ma un luogo vivo dove economia e cultura, esigenze paesaggistiche e modelli di sviluppo, si compenetrino armoniosamente tra di loro. Tra l’altro, ci tengo a sottolineare che si tratta del primo progetto di tutela ambientale in Italia che coinvolge a pieno titolo i residenti. Già questo mi pare rimarchi una fondamentale differenza d’approccio». Gli obiettivi concreti da raggiungere, per ammissione degli stessi promotori, sono piuttosto ambiziosi. E vanno dalla promozione di un turismo «colto e sensibile», alla valorizzazione – in collaborazione con le università di Padova e Venezia, ma non solo – dell’agricoltura locale non ancora piegata a meccanismi produttivi di tipo industriale, alla creazione di un «marchio» che dia riconoscibilità a un’ampia zona che ha il suo cuore a Rolle, ma che comprende l’area collinare dei comuni di Refrontolo, Follina, Tarzo e Cison, per proseguire verso sud fino a Pieve di Soligo.

Facendo di nuovo il verso agli inglesi, un Rolleshire alla veneta: prodotti e cibi buoni, bella gente e paesaggi morbidi (tanto da sembrare tratteggiati dalla penna di Goffredo Parise in una sorta di appendice reale delle atmosfere dei suoi Sillabari), pronti ad accogliere tutti coloro che abbiano la capacità di intuirne fino in fondo la bellezza. «La nostra speranza – continua l’architetto Enrico De Mori, responsabile locale del Fai – è che tutta questa zona venga compresa nell’ambito di applicazione della convenzione europea del paesaggio. Per godere dei benefici conseguenti, ovviamente anche di tipo economico, è necessario elaborare un preciso progetto che parta dalla comunità locale, comprenda una porzione ampia di territorio che potrebbe essere quella da noi individuata, e che infine venga riconosciuto per la sua specificità e originalità in relazione alla salvaguardia o al recupero di un’area. Ci stiamo attivando anche in questo senso».

Intanto, in occasione del terzo anniversario della scelta del borgo storico come «punto Fai» domani alle 17 si inaugura l’esposizione all’aperto (fino a settembre) di una serie di opere dell’artista trevigiano Simon Benetton, il «poeta del ferro» (la presentazione delle opere e dell’autore sarà a cura di Andrea Manzato, mentre Adriana Vaccari reciterà alcune poesie). Si tratta di cinque sculture – di cui una, in realtà, composta da tre elementi – che sono state installate in vari punti di Rolle – la chiesa, la fontana – ma anche giù giù in mezzo ai vigneti di prosecco «creati dall’opera paziente e faticosa dell’uomo segnando il paesaggio quasi a dominarlo come fa uno scultore con la materia usata». Una proposta non casuale, alla quale l’artista ha aderito immediatamente con grande entusiasmo. «Il mio lavoro di trasformazione del ferro – spiega Benetton – parte dalla natura a cui appartiene questo elemento per disegnare, attraverso l’intervento del pensiero che agisce plasmando la materia, un tramite, una porta tra uomo, natura e infinità dello spazio. Immergendosi in questo stupendo contesto, il pensiero che le opere rappresentano si libera nello spazio senza turbarlo, ma al contrario, integrandosi con esso e celebrandone l’immensità». «L’opera di Benetton – conclude Secco – plasma il ferro creando profonde e intense suggestioni a similitudine di quanto fanno più semplicemente, ma con grande inconsapevole efficacia artistica, gli agricoltori nelle scoscese vallette di Rolle».