How to Survive an Atomic Bomb

From “How to Survive an Atomic Bomb”
by Richard Gerstell, Ph.D.
Consultant to the Civil Defense Board
(Bantam Books, NYC, 1952).

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IL LIBRO DA CUI SONO TRATTE QUESTE DUE ILLUSTRAZIONI E’ VERO. LO TROVATE ANCORA IN VENDITA SU AMAZON. SI CHIAMA “COME SOPRAVVIVERE ALLA BOMBA ATOMICA” ED E’ DEL 1952. QUESTI QUI SOTTO SONO DUE FRA I PIU’ BEI DISEGNI DEL LIBRO.

SE VENITE SORPRESI ALL’APERTO DA UN ATTACCO ATOMICO
IMPROVVISO, UN CAPPELLO VI DARA’ ALMENO UNA MINIMA
PROTEZIONE DALL’ONDA DI CALORE.

QUI INVECE SIETE CONTADINI SORPRESI SEMPRE DA UN
ATTACCO ATOMICO IMPROVVISO MENTRE LAVORATE NEI CAMPI
E NON AVETE NEMMENO IL CAPPELLO. IL SOLCO
DI UN CAMPO ARATO LO SOSTITUIRA’.

Via Massimo Bucchi.
Grazie a Finegarten.

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Un buon post, diciamo

Molto divertente il modo in cui Il Post celebra oggi i 61 anni del Baffino.
Una galleria fotografica che, da sola, vale un articolo.
Azzeccatissimo anche il titolo: “61 anni, diciamo” (e viene subito in mente la Guzzanti, diciamo).

Per chi non lo sapesse, Il post è il nuovo quotidiano online che non è un quotidiano online, il nuovo aggregatore che non è un aggregatore (è il bello e il brutto delle etichette, a cui va riconosciuto il pregio della chiarezza e il difetto della semplificazione, diciamo che direbbe Enrico Ghezzi).

Tra i fondatori, nonché Diretùr, Luca Sofri.
Visto l’oggetto, ça va sans dire.




Life online

Sono letteralmente affascinato da questi pezzi di storia che grazie a Google books sono diventati disponibili per tutti.

Sto parlando di Life, la rivista fondata nel 1936 da Henry Luce, di cui ora è visionabile non solo l’intero (e immenso) archivio fotografico, ma tutti i numeri della rivista digitalizzata dal 1953 al 1972 (gli altri arriveranno, immagino).


Qui, il numero successivo all’assassinio di Martin Luther King (4 aprile 1968).
Sotto, una inserzione pubblicitaria a pag. 21 dello stesso numero.

La badante che non sprizzava gioia

Il documentario Sidelki/Badanti (2007), scritto e diretto da Katia Bernardi, parla della vita delle badanti ucraine in Trentino. È stato girato tra l’Italia, l’Ucraina e Mosca e negli ultimi mesi è stato presentato in diverse città del nord Italia. Tra le protagoniste ci sono donne che prima di emigrare erano maestre di canto lirico o ingegneri, e non sapevano nulla di piaghe da decubito.

“Sono stata licenziata perché il mio datore di lavoro diceva che ero troppo triste”, racconta una delle venti badanti intervistate da Bernardi. “Ma, segregata in casa tutto il giorno con un malato terminale, come faccio a sprizzare gioia?”. Le sidelki provano un profondo senso di colpa per aver abbandonato i figli in Ucraina, sono angosciate dalla precarietà delle loro condizioni di lavoro e dalle difficoltà burocratiche e linguistiche.

Per questo a volte soffrono di quella che i medici ucraini chiamano “la sindrome italiana”, una grave forma di depressione sempre più diffusa. Psicologicamente impreparate alla dequalificazione professionale, si considerano come dei bancomat per le loro famiglie. Sognano di andare in pensione per fare le nonne a tempo pieno e recuperare gli affetti perduti. Nel frattempo lavorano sodo e cercano d’integrarsi. “Ma finché non trovano un’amica italiana, non si sentiranno mai integrate”, dice Nadia Kouliatina, presidente dell’associazione Agorà di Trento.

A una delle proiezioni del documentario, prodotto dall’assessorato alla cultura della provincia autonoma di Trento, hanno assistito anche Ivana e Tatiana, che erano state invitate a dare la loro testimonianza. “Obama ha chiesto scusa ai nativi americani per i torti che hanno subìto”, ha detto Ivana. “Verrà il giorno in cui qualcuno si scuserà con gli ucraini per aver sfasciato tante famiglie?”. Tatiana non pretende così tanto. Le basterebbe uno spasibo (grazie) e un’amica italiana. Laila Wadia

Fonte: Internazionale.