L’Amaca del 31 luglio 2011

Non sapevo proprio che Amaca scrivere, oggi su questo giornale che è in lutto, e si sente più solo e più debole perché ha perduto uno dei suoi uomini più bravi e più forti. Poi ho pensato che la cosa più giusta da dire, su Peppe e di riflesso su noi tutti, era anche la più semplice: il giornalismo, che è uno dei mestieri più ignobili del mondo (rifugio di vice-scrittori, palestra di improvvisatori, bolgia di pettegoli), può anche diventare uno dei mestieri più coraggiosi e necessari. A un patto: che il giornalista ci creda e che lo voglia. D’Avanzo ci ha creduto e lo ha voluto.

Il giornalismo non esiste, esistono i giornalisti. Quelli bravi e anche quelli bravissimi non li riconosci perché sono infallibili (ogni grande firma ha in archivio i suoi errori). Li riconosci perché non sprecano mai il mestiere, non lo lasciano scolorire nella routine, non permettono alle parole di perdere significato e potere. Le parole senza significato sono quelle che occultano, coprono tutto sotto una coltre inespressiva, sono il bla-bla che ammazza la pubblica opinione e la confonde.

Le parole bene assestate, scelte con fatica e a volte dissotterrate dal silenzio e dal conformismo, sono un’arma fantastica e un dono alla comunità nella quale si vive. Un dono di libertà. Il giornalismo non è all’altezza di quel dono, ma alcuni giornalisti sì.

(Michele Serra su Repubblica del 31 luglio 2011)

Modena, città del Mito

Guardo questo video e la penso esattamente come scritto in un commento su YouTube: “This video reminds me of all those movies where nyc is almost a character by itself”.

Non sono mai stato a Nyc, ma dubito che il mio immaginario circa la Grande Mela ne risenta rispetto a chi, fisicamente, si è fatto un tour tra Manhattan e la Statua della libertà.

Ergo, la città – qualsiasi città – è quel che è, ma per la creazione del Mito è molto più importante il racconto che dieci, cento, diecimila o centomila ne hanno fatto investendo un luogo dei propri significati particolari. In fondo il mito, rivestito di realtà, potrebbe anche essere semplicemente visto come un orribile faccione verdastro e ossidato che interrompe l’infinitudine di un cielo azzurro e, per estensione, dell’universo intero.

Per farla breve, il mio prossimo progetto sarà ripetere l’Operazione Nyc per la mia città.
La sonnacchiosa Modena non più, mai più, come un qualsiasi punto della provincia emiliana su Google maps, ma addirittura “Modena, città del mito, anzi: del Mito“.

Ebbene sì, Modena come Nyc. Né più. Né meno.
A dire il vero ci aveva già provato la Gazza, quotidiano locale, qualche settimana fa.
Titolo testuale: “Modena come New York“.
Però dai, tanto spreco mitologico per quattro palazzoni in costruzione vicino alla Maserati, mi pare veramente fuori luogo.
Ma no, la mia Città del Mito sarà tutt’altra cosa.

Innanzitutto “almost a character by itself”, ma soprattutto, niente a che fare con miti tipo Pavarotti, Ferrari, l’aceto balsamico e balle varie.
Roba da Touring Club.

No, io penso a Sangue & Asfalto, Bar affollati & Vite perdute, Fughe nella Notte & Amori impossibili, eccetera, eccetera…
Insomma, tutta roba che a Modena non esiste proprio, ma che creerò io grazie alle possibilità offerte dall’estetica contemporanea fatta di video homemade ricolmi di inestetismi e inguardabili da altri ad eccezione dell’autore stesso.

In fondo, tutta roba che già faccio da tempo, ma senza questo cappello teorico necessario per la Creazione del Mito.

Alors, à bientôt.

Quel pezzetto d’Emilia secessionista ante litteram

“Chissà in quanti se la ricordano la storia dell’Isola delle Rose, vicenda che si assesta ai confini della realtà – come recita il sottotitolo della rassegna documentaristica che la ospita – quanto basta da essere stata inserita in “Estate doc”, ciclo di documentari calato in quel di Carpi, provincia di Modena. A riproporla il 28 luglio (presso il “Coccobello – Spazio Giovani Mac’è!” a partire dalle 21.30) è il lavoro di due registi – Stefano Bisulli e Roberto Naccari – che nel 2009 firmano “Insulo de la Rozoj. La libertà fa paura”. E la storia che raccontano potrebbe sembrare fantapolitica, per quanto sia tutto vero: nel 1968, in un’Italia che il 1 marzo era balzata a pie’ pari nella contestazione con gli scontri romani di Valle Giulia, c’è chi saluta la nazione e decide di farsene una propria.

Accade al largo delle coste di Rimini, a 11 chilometri e 500 metri dalla battigia per la precisione, abbastanza lontano da non avere fastidi da parte di qualche Stato sovrano di più lunga tradizione, in primis l’Italia. Sulla quale peserebbe, fa intendere il protagonista di questa storia, la “poco lusinghiera” non belligeranza a fianco del fronte antinazista. Perché l’ingegnere Giorgio Rosa, il suddetto protagonista, classe 1925 e un arruolamento nella Repubblica Sociale Italiana dopo l’armistizio di Cassabile e la nascita della Repubblica di Salò il 23 settembre 1943, culla il sogno di abbandonare il tricolore.

E arriva a sfiorare l’obiettivo il 1 maggio 1968, quando ha luogo la cerimonia di costituzione della neonata Isola delle Rose, Stato indipendente (almeno nelle intenzioni) festeggiato sulla piattaforma di recentissima costituzione da sei professionisti e dalle rispettive famiglie, riuniti all’ora di pranzo intorno a una tavola imbandita stile banchetto nuziale. Tutti ignari che in brevissimo tempo quell’oasi in mare aperto si sarebbe inabissata a forza di esplosivo”.

Leggi tutto l’articolo su Il Fatto Quotidiano.

Italienische Reise

L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,
ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Onestà tedesca ovunque cercherai invano,
c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;
ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro diffida,
e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé
.

Il Ruhrfestspiele Recklinghausen è un festival di teatro che si tiene in Germania, nel Renania settentrionale-Westfalia, tra maggio e giugno.
Tra i suoi sponsor c’è anche Evonik, una multinazionale tedesca della chimica.
Che, per promuovere l’evento, ha scelto la campagna che vedete qui sotto nella fotografia (la fonte è questa, un blog tedesco evidentemente gestito da un appassionato di musica e cose italiane).

Il manifesto mette Berlusconi e John Malcovich – protagonista in Germania di “The Giacomo Variations“, un’opera ispirata all’autobiografia di Casanova – l’uno accanto all’altro e recita: “interpreta il Casanova a Roma” per il nostro premier e “interpreta Casanova al festival” per Malcovich.
Naturalmente, Evonik “augura buon divertimento al festival di Recklinghausen 2011…”

Commenta il blogger: “Ora, il premier italiano non è certamente il primo statista il cui umorismo viene utilizzato per una campagna pubblicitaria, ma trovo notevole quanto sia manifesto il fatto che Berlusconi venga percepito come una barzelletta in questo Paese”.

Vajont, Italia 2011

E’ sempre istruttivo leggere e rileggere “Sulla pelle viva“, il racconto di un disastro annunciato – quello del Vajont – scritto dalla giornalista Tina Merlin che, unica all’epoca, denunciò ripetutamente nei suoi articoli su L’Unità quello che stava accadendo, quel che sarebbe potuto succedere, quel che poi accadde.

E’ utile leggerlo, non solo perché è un’inchiesta serratissima su una delle più grandi tragedie italiane del dopoguerra, ma perché nel racconto di quell’Italia – un Paese in cui gli interessi dello Stato non sono gli stessi dei cittadini, ma colludono con quelli di un potere economico spregiudicato e attento esclusivamente al profitto a qualsiasi costo –  è fin troppo facile trovare le radici del presente.

Nel racconto del disastro del Vajont è reso esplicito il tradimento già consumato dei valori della Resistenza, della Costituzione e della neonata Repubblica ad appena dieci anni dalla sua fondazione (il disastro è dell’ottobre 1963, ma i primi lavori per la costruzione della diga iniziano nel 1957). L’Italia di quegli anni è un Paese già corrotto e corruttibile, con la parziale attenuante (ma vallo a spiegare ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime di quella strage) di un boom economico che produsse una straordinaria spinta per la conquista di un benessere che nel suo incedere travolse tutto il passato (come disse Marco Paolini nella sua Orazione civile, la tragedia del Vajont fu “il funerale di quell’Italia contadina che non serviva più a nessuno” – qui).

Oggi i meccanismi di esercizio del potere nell’interesse primario di pochi, sono pressoché identici, con l’aggravante che non c’è nemmeno più un orizzonte da raggiungere, una nuova frontiera da conquistare. Per il resto, nell’Italia gattopardesca in cui da quel lontano 1963 tutto sembra essere cambiato, tutto in realtà è rimasto identico.