Di lei non ci resta che la voce nella quale si agitano fantasmi allucinati, collera, ombre di delirio

La Stampa di sabato 18 luglio 1959, pagina 4.

II decesso in povertà a 44 anni, avvelenata dalla droga. New York, 17 luglio. La celebre cantante negra di jazz Billie Holiday è morta nelle prime ore di stamane al Metropolitan Hospital, dove era ricoverata dallo scorso maggio per una malattia al fegato. I medici hanno dichiarato che il decesso è dovuto a congestione polmonare complicata da disfunzioni circolatorie. Billie Holiday aveva 44 anni.

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Andare avanti come un treno a vapore

BEHIND THE BLUE Lilongwe, Malawi, May 2011 (Paolo Patruno/Bologna, Italy)

Leggendo questo reportage de Linkiesta sull’aumento del numero dei suicidi da parte dei piccoli imprenditori del Nord-est in seguito alla crisi, mi è venuta in mente una storiella che mi ha raccontato sabato scorso un amico.

 Il suo vicino di casa, un operaio di una fabbrica locale originario del Ghana in Italia da tre o quattro anni, ha pianificato il suo rientro in Africa tra altri tre anni circa. Coi soldi fatti qui si è comprato un piccolo terreno lì. Lo sta recintando e popolando di pecore.

“In Ghana – ha spiegato al mio amico – hai un giardino e una casa, metti fuori un paio di tavolini ed ecco fatto un ristorante. Qui da voi invece – ha continuato – è tutto finito, è tutto morto. Il futuro è altrove”.

Shosholoza.

I Balcani producono più storia di quanta ne possano consumare

Sono passati giusto vent’anni da quando il fotogiornalista Ron Havivfondatore insieme a James Nachtway ed altri dell’Agenzia VII,  scattò a Bijelijna, città bosniaca ai confini con la Serbia (oggi parte della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovinaquesta celebre foto.

Era il 31 marzo 1992: un paramilitare serbo delle Tigri di Arkan colpisce con un calcio una donna già morta, una musulmana vittima della pulizia etnica. Secondo il Centro di Documentazione e Ricerca di Sarajevo, furono oltre 1000 i civili massacrati tra marzo e aprile del ’92 dalle Tigri tra Bijelijna e dintorni. Fu l’inizio della guerra di Bosnia che si doveva concludere solo tre anni dopo con la firma dell’accordo di Dayton.

Se non dimenticate, di sicuro le vittime di Bijelijna sono senza nome. La prima vittima civile della guerra infatti, è ancora oggi convenzionalmente identificata nella studentessa ventiduenne di Dubrovnik Suada Diliberović, falciata da un cecchino serbo il 5 aprile 1992 a Sarajevo, sul ponte di Vrbanja (oggi ri-denominato Diliberović-Sučić, dal nome di un’altra delle vittime di quella giornata).

  • La foto di Haviv fu in seguito acquisita dal Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra dell’ex Jugoslavia.
  • La frase che dà il titolo a questo post è di Winston Churchill.
  • Per chi volesse approfondire, questo libro curato da Alessandro Marzo Magno, pubblicato nel 2001 ma per nulla datato, resta uno strumento imprescindibile.

L’emendamento Fruttero

Non aveva paura di morire, Carlo. Era solo preoccupato dalla difficoltà dell’impresa. «Non pensavo che andarsene sarebbe stato così lungo» ha continuato a ripetere fino a ieri. Proprio lui che amava gli articoli e le frasi brevi. Dal giorno in cui me lo ha insegnato, applico ai miei testi il famoso emendamento Fruttero: «Nel dubbio, togli. Togli sempre. Cominciando dagli aggettivi». Togliere ogni peso superfluo alle parole, alle relazioni umane e ai pensieri era il suo modo di essere leggero rimanendo profondo: la lezione di Calvino.

(Massimo GramelliniAddio Fruttero, mi ha insegnato la leggerezza)

On the road of sunflowers 2

La farfalla di Marx

Preferisco concentrarmi non tanto sul mondo nel quale vogliamo vivere, quanto sul mondo in cui dobbiamo vivere, semplicemente perché non abbiamo altri mondi nei quali scappare. Mi riferisco a una citazione di Karl Marx, il quale affermava che le persone fanno la loro storia, ma non nelle condizioni da loro scelte.

Ogni volta che la sento, mi ricordo anche una storiella irlandese che ci racconta di un guidatore il quale ferma la sua auto e chiede a un passante: «Mi scusi, signore, potrebbe cortesemente dirmi come posso arrivare a Dublino da qui?». Il passante si ferma, si gratta la testa e dopo un po’ risponde: «Bene, caro signore, se dovessi andare a Dublino non partirei da qui». Questo è il problema: sfortunatamente, noi stiamo iniziando da qui e non abbiamo nessun altro punto dal quale partire.

(…)

È abbastanza noto Edward Lorenz, con la sua tremenda scoperta che persino gli eventi più piccoli, minuscoli e irrilevanti potrebbero – dato il tempo, data la distanza – svilupparsi in catastrofi enormi e scioccanti. La scoperta di Lorenz è conosciuta nell’allegoria di una farfalla, a Pechino, che scuoteva le ali e cambiava il percorso degli uragani nel Golfo del Messico sei mesi più tardi.

Questa idea è stata accolta con orrore perché andava contro la natura della nostra convinzione che possiamo avere piena conoscenza di quello che verrà dopo. Andava contro la teoria del tutto. Che possiamo conoscere, predire, addirittura creare, se necessario con la nostra tecnologia, il mondo. Ricordo che in questa scoperta di Lorenz c’è anche un barlume di speranza ed è molto importante.

Consideriamo cosa sa fare una farfalla: una gran quantità di cose. Non trascuriamo i piccoli movimenti, gli sviluppi minoritari, locali e marginali. La nostra immaginazione va lontano, oltre la nostra abilità di fare e rovinare cose. Nella nostra storia umana abbiamo un numero rilevante di donne e uomini coraggiosi che, come farfalle, hanno cambiato la storia in maniera radicale e positiva. Davvero.

L’unico consiglio che posso dare allora: guardiamo le farfalle, sono di vari colori, sono fortunatamente molto numerose. Aiutiamole a sbattere le loro ali.

Tratto da “La buona società” di Zygmunt Bauman, su Repubblica del 14 novembre 2011.

surrealism project

Amicizia e occasioni

Durante un corso di formazione politica (Campo Samarotto, 13 novembre 2011), il sindaco di Reggio Emilia e neo presidente dell’ANCI Graziano Delrio, raccontando del suo ingresso in politica, spiega – citando Platone – che “le condizioni per cui vi è democrazia e capacità di rinnovare la propria comunità (ma in fondo lo stesso vale per qualsiasi altra opportunità che siamo in grado di crearci. Ndr) dipendono da due fattori: l’amicizia e le occasioni propizie”.

Indignazione all’italiana

Ieri a Roma io c’ero, insieme ai miei amici e colleghi delle Officine Tolau. A parte la questione Black bloc, la più vistosa dal punto di vista mediatico, restano le considerazioni di fondo espresse da questo bel post di Peace report, che mi sento di condividere:

I cosiddetti Indignados italiani hanno fallito. O, forse, noi italiani non abbiamo compreso a fondo il significato dell’indignazione.
Si dirà che c’erano molti pacifici che credevano di marciare pacificamente; si dirà che una frangia violenta ben organizzata, magari con il supporto di elementi stranieri, ha rovinato una manifestazione bellissima. I black bloc sono diventati un alibi troppo scontato in un modo di manifestare diventato anacronistico, ancorato a schemi che hanno almeno 50 anni di vita, modelli che il potere politico finanziario è ben preparato a fronteggiare. È impossibile evitare la violenza dei ragazzi vestiti di nero? Sicuramente è possibile tenerli fuori dalla festa.

È proprio in questo che gli organizzatori della manifestazione italiana (unica in Europa ad aver preso questa piega vergognosa) hanno fallito. Quello degli Indignados è un movimento nuovo, fresco, creativo, improvvisatore. A Roma il tutto è stato pianificato come una qualsiasi manifestazione sindacale con il classico raduno in Piazza della Repubblica e fine corsa a Piazza San Giovanni. Nulla di nuovo. Come nuove non erano le presenze alla manifestazione: bandiere di Sinistra e Libertà, dei Cobas, del Partito comunista dei lavoratori, dei No Tav non avrebbero dovuto esserci. Tanto meno il gruppo del “no tessera del tifoso”. Sì, c’erano anche loro.

Le manifestazioni di Spagna, Israele e soprattutto di Wall Street hanno insegnato che non ha senso marciare senza senso e che soprattutto i numeri non contano: sono più efficaci 300 persone che arrivano all’improvviso nel cuore finanziario di un Paese che non un milione di persone davanti a una basilica.

E ancora i cori: sempre “Silvio pedofilo”, “Silvio vaffanculo”. È tutto molto limitato e cieco. Gli Indignados si muovono contro un sistema asfissiante politico-finanziario, di cui fanno parte tutti, anche i sindacati. Il bersaglio non è un solo governo e gli Indignados, per definizione, non possono e non devono sopportare il cappello di alcun partito. Magari, un giorno scopriremo che un corteo silenzioso, sobrio, senza musica e alcol spaventerebbe maggiormente i vampiri che ci guardano dall’altro.

Non sono state portate idee, nessun programma, nessuna richiesta, nessuna pretesa. Gli Indignados italiani hanno perso una grande occasione e ne sono responsabili perché da domani non si parlerà del futuro delle nuove generazioni, della disperazione delle vecchie, ma di una manifestazione con centinaia di migliaia di persone rovinata da un gruppo di criminali vestiti di nero.

(Il post originale)

(Foto Stefania Spezzati)



(Foto Stefania Spezzati)
(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)