26 anni contro

Quarantaquattro anni fa moriva l’anarchico spagnolo Salvador Puig Antich. Accusato dell’omicidio di un poliziotto durante un conflitto a fuoco il ragazzo, allora ventiseienne, fu condannato a morte e giustiziato nel Cárcel Modelo di Barcellona, nonostante le molte proteste in tutta Europa e le tante richieste di grazia, tra cui quella di Paolo VI.

L’esecuzione fu effettuata alle 9.20 del 2 marzo 1974 utilizzando la garrota, un cerchio di ferro fissato ad un palo che il boia strinse intorno al collo di Puig Antich fino a provocarne la lenta morte per strangolamento. A dimostrazione che i confini della “civiltà” sono sempre stati (e probabilmente sempre saranno) mobili nel tempo e nello spazio.

Gli articoli sono tratti dal Corriere della Sera nel giorni tra il 2 e il 5 marzo 1974. (Accusato anch’egli di omicidio di una guardia civil, seppure in tutt’altro contesto, lo stesso giorno fu giustiziato a Tarragona sempre utilizzando la garrota il polacco – in realtà tedesco dell’est – Heinz Ches/Georg Michael Welzel di cui qui si può sapere qualcosa di più).

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“No, mio padre no, mi creda anche lei”

In pensione ormai da anni, mio padre ha fatto il medico ospedaliero per tutta la vita. Pur non avendo svolto un solo minuto di attività privata nella sua carriera professionale, mi risulta oggi goda di un’ottima pensione così come, a suo tempo, di un ottimo stipendio. Lo trovo giusto: per 40 anni, ogni mattina è stata appesa alle sue mani, alla sua “scienza e coscienza”, la vita di decine di persone. Responsabilità che vanno riconosciute anche economicamente.

Mi viene sempre in mente lui quando, come accaduto ieri, mi sono azzardato a chiedere un eventuale consulto a uno specialista “in intramoenia allargata”. Mi sono stati chiesti 250 euro. Per motivi di privacy non entro nei dettagli ma, per esperienza, dubito che la visita – che naturalmente non mi sono sognato di prenotare – avrebbe potuto superare complessivamente i 20 minuti. Sempre pensando al mio vecchio, mi chiedo cosa spinga lo specialista, al solito un “professore”, a svolgere questo tipo di prestazioni “in intramoenia allargata”: non certo una qualche forma di arricchimento professionale visto che, a fronte di qualsiasi tipo di complicazione oltre la visita di routine, trasferirebbe immediatamente armi e bagagli mettendo il paziente in mano alla struttura pubblica. La mia domanda è ovviamente retorica, tanto quanto banale e scontata la risposta.

Non riesco a non vedere in questo “modello” l’esempio del degrado della classe dirigente di questo paese, vittima di un’avidità rapace pari solo alla sua mediocrità complessiva. E qui il discorso rischia di scivolare in lamentazioni e facili capi d’accusa che, qui ed ora, non mi interessano. Perché tutto quello che voglio fare, qui ed ora, è rendere omaggio a mio padre, attraverso un classico spezzone tratto da uno dei migliori film italiani degli ultimi 20 anni.

Non so se come professionista sia stato un “fuoriclasse”, non sono assolutamente in grado di giudicare. Di certo è stato uno che ha fatto al meglio la sua parte: un ottimo medico, serio e coscienzioso. Soprattutto, uno che non si sarebbe mai sognato di svilire la riconoscenza verso la propria famiglia di semplici origini (nella quale è stato “il primo che ha studiato”) e verso il paese che gli ha dato l’opportunità di formarsi e acquisire un’alta qualificazione partendo da scarse possibilità economiche, ponendosi come massimo obiettivo della vita qualcosa per cui serva guadagnare non meno di 750 euro l’ora.

Di lei non ci resta che la voce nella quale si agitano fantasmi allucinati, collera, ombre di delirio

La Stampa di sabato 18 luglio 1959, pagina 4.

II decesso in povertà a 44 anni, avvelenata dalla droga. New York, 17 luglio. La celebre cantante negra di jazz Billie Holiday è morta nelle prime ore di stamane al Metropolitan Hospital, dove era ricoverata dallo scorso maggio per una malattia al fegato. I medici hanno dichiarato che il decesso è dovuto a congestione polmonare complicata da disfunzioni circolatorie. Billie Holiday aveva 44 anni.

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Andare avanti come un treno a vapore

BEHIND THE BLUE Lilongwe, Malawi, May 2011 (Paolo Patruno/Bologna, Italy)

Leggendo questo reportage de Linkiesta sull’aumento del numero dei suicidi da parte dei piccoli imprenditori del Nord-est in seguito alla crisi, mi è venuta in mente una storiella che mi ha raccontato sabato scorso un amico.

 Il suo vicino di casa, un operaio di una fabbrica locale originario del Ghana in Italia da tre o quattro anni, ha pianificato il suo rientro in Africa tra altri tre anni circa. Coi soldi fatti qui si è comprato un piccolo terreno lì. Lo sta recintando e popolando di pecore.

“In Ghana – ha spiegato al mio amico – hai un giardino e una casa, metti fuori un paio di tavolini ed ecco fatto un ristorante. Qui da voi invece – ha continuato – è tutto finito, è tutto morto. Il futuro è altrove”.

Shosholoza.

I Balcani producono più storia di quanta ne possano consumare

Sono passati giusto vent’anni da quando il fotogiornalista Ron Havivfondatore insieme a James Nachtway ed altri dell’Agenzia VII,  scattò a Bijelijna, città bosniaca ai confini con la Serbia (oggi parte della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovinaquesta celebre foto.

Era il 31 marzo 1992: un paramilitare serbo delle Tigri di Arkan colpisce con un calcio una donna già morta, una musulmana vittima della pulizia etnica. Secondo il Centro di Documentazione e Ricerca di Sarajevo, furono oltre 1000 i civili massacrati tra marzo e aprile del ’92 dalle Tigri tra Bijelijna e dintorni. Fu l’inizio della guerra di Bosnia che si doveva concludere solo tre anni dopo con la firma dell’accordo di Dayton.

Se non dimenticate, di sicuro le vittime di Bijelijna sono senza nome. La prima vittima civile della guerra infatti, è ancora oggi convenzionalmente identificata nella studentessa ventiduenne di Dubrovnik Suada Diliberović, falciata da un cecchino serbo il 5 aprile 1992 a Sarajevo, sul ponte di Vrbanja (oggi ri-denominato Diliberović-Sučić, dal nome di un’altra delle vittime di quella giornata).

  • La foto di Haviv fu in seguito acquisita dal Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra dell’ex Jugoslavia.
  • La frase che dà il titolo a questo post è di Winston Churchill.
  • Per chi volesse approfondire, questo libro curato da Alessandro Marzo Magno, pubblicato nel 2001 ma per nulla datato, resta uno strumento imprescindibile.

L’emendamento Fruttero

Non aveva paura di morire, Carlo. Era solo preoccupato dalla difficoltà dell’impresa. «Non pensavo che andarsene sarebbe stato così lungo» ha continuato a ripetere fino a ieri. Proprio lui che amava gli articoli e le frasi brevi. Dal giorno in cui me lo ha insegnato, applico ai miei testi il famoso emendamento Fruttero: «Nel dubbio, togli. Togli sempre. Cominciando dagli aggettivi». Togliere ogni peso superfluo alle parole, alle relazioni umane e ai pensieri era il suo modo di essere leggero rimanendo profondo: la lezione di Calvino.

(Massimo GramelliniAddio Fruttero, mi ha insegnato la leggerezza)

On the road of sunflowers 2

La farfalla di Marx

Preferisco concentrarmi non tanto sul mondo nel quale vogliamo vivere, quanto sul mondo in cui dobbiamo vivere, semplicemente perché non abbiamo altri mondi nei quali scappare. Mi riferisco a una citazione di Karl Marx, il quale affermava che le persone fanno la loro storia, ma non nelle condizioni da loro scelte.

Ogni volta che la sento, mi ricordo anche una storiella irlandese che ci racconta di un guidatore il quale ferma la sua auto e chiede a un passante: «Mi scusi, signore, potrebbe cortesemente dirmi come posso arrivare a Dublino da qui?». Il passante si ferma, si gratta la testa e dopo un po’ risponde: «Bene, caro signore, se dovessi andare a Dublino non partirei da qui». Questo è il problema: sfortunatamente, noi stiamo iniziando da qui e non abbiamo nessun altro punto dal quale partire.

(…)

È abbastanza noto Edward Lorenz, con la sua tremenda scoperta che persino gli eventi più piccoli, minuscoli e irrilevanti potrebbero – dato il tempo, data la distanza – svilupparsi in catastrofi enormi e scioccanti. La scoperta di Lorenz è conosciuta nell’allegoria di una farfalla, a Pechino, che scuoteva le ali e cambiava il percorso degli uragani nel Golfo del Messico sei mesi più tardi.

Questa idea è stata accolta con orrore perché andava contro la natura della nostra convinzione che possiamo avere piena conoscenza di quello che verrà dopo. Andava contro la teoria del tutto. Che possiamo conoscere, predire, addirittura creare, se necessario con la nostra tecnologia, il mondo. Ricordo che in questa scoperta di Lorenz c’è anche un barlume di speranza ed è molto importante.

Consideriamo cosa sa fare una farfalla: una gran quantità di cose. Non trascuriamo i piccoli movimenti, gli sviluppi minoritari, locali e marginali. La nostra immaginazione va lontano, oltre la nostra abilità di fare e rovinare cose. Nella nostra storia umana abbiamo un numero rilevante di donne e uomini coraggiosi che, come farfalle, hanno cambiato la storia in maniera radicale e positiva. Davvero.

L’unico consiglio che posso dare allora: guardiamo le farfalle, sono di vari colori, sono fortunatamente molto numerose. Aiutiamole a sbattere le loro ali.

Tratto da “La buona società” di Zygmunt Bauman, su Repubblica del 14 novembre 2011.

surrealism project

Amicizia e occasioni

Durante un corso di formazione politica (Campo Samarotto, 13 novembre 2011), il sindaco di Reggio Emilia e neo presidente dell’ANCI Graziano Delrio, raccontando del suo ingresso in politica, spiega – citando Platone – che “le condizioni per cui vi è democrazia e capacità di rinnovare la propria comunità (ma in fondo lo stesso vale per qualsiasi altra opportunità che siamo in grado di crearci. Ndr) dipendono da due fattori: l’amicizia e le occasioni propizie”.