1 novembre 1964. Munari per Campari

Domenica 1 novembre 1964 si inaugura la prima linea della metro milanese, la linea rossa, la M1. Costati 45 miliardi di lire, i lavori sono iniziati il 12 giugno 1957 e nel tardo autunno del 1964 viene aperta al pubblico una prima tratta di 11,8 km e 21 stazioni, da Sesto Marelli a Lotto (la linea attuale è lunga 27 km e presenta 38 fermate). L’entusiasmo dei milanesi è alle stelle. Anche troppo. Tanto da spingere La Stampa a parlare di “assalto alla diligenza” per raccontare la voglia di attraversare Milano da est a ovest alla velocità di un treno in corsa: “Centinaia di abusivi, dopo i discorsi del sindaco Bucalossi e del ministro Tremelloni, si sono slanciati verso i convogli in attesa alla stazione di piazzale Lotto. Soltanto i più robusti li hanno raggiunti. Signore svenute nella ressa”.

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16 settembre 1964. Per lei lo champagne migliore, Mr Lopez

Questo spezzone è tratto dal remake del 1983 di “Scarface“, film del 1932 per la regia di Howard Hawks. Protagonista della nuova versione diretta da Brian De Palma è naturalmente Al Pacino nella parte del gangster cubano Tony Montana. In questa scena Pacino-Montana si trova nel locale preferito dal boss del narcotraffico Frank Lopez, l’amante di quest’ultimo Elvira Hancock (Michelle Pfeiffer) e il suo tirapiedi Omar Suarez, interpretato da F. Murray Abraham. Conquistata la simpatia e la fiducia del capo, il duro Tony Montana comincerà da qui la scalata che lo porterà ai vertici della malavita di Miami, città in cui è ambientato il film.

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Lo scisma di San Patrizio

Una notizia che mi pare passata un po’ sotto traccia, mi ha fatto tornare in mente un episodio di più di venticinque anni fa: un viaggio di quasi un mese con tre amici, scapestrati come tanti ventenni, girovagando per tutta la Scozia.

Gli ultimi giorni di permanenza erano stati una vera catastrofe finanziaria: nessuno dei quattro aveva più in tasca un penny. Il lungo tragitto in treno da Inverness, ultima tappa nella patria di Wallace, fino a Londra dove avremmo trovato riparo ospiti di un prete amico di uno di noi, fu un’agonia. Nel senso che non mangiare niente, ma proprio niente, per un giorno intero, è un’esperienza abbastanza tormentosa.
Arrivati verso le 23 a casa del prete, divorammo il divorabile.

Il giorno dopo l’amico prete, forse preoccupato di un possibile ulteriore passaggio degli unni a far terra bruciata della sua cucina, ci porta fuori a mangiare. Un ristorante, di cui ho un ricordo bellissimo, gestito da una signora irlandese e le sue tre figlie, tutte molto graziose (ma si sa, certi ricordi possono essere tranquillamente frutto della personale mitopoiesi).
Ancora non ho dimenticato il pasto luculliano – l’amaro sapore della fame recente non era ancora svanito – in un clima paradisiaco, con quelle fate irlandesi a volteggiare incessantemente intorno al nostro tavolo.
Per noi e noi solamente, visto che il ristorante era chiuso per turno e aperto solo per far piacere al prete, che era poi quello della loro parrocchia.
Costo di vitto e servizio? Zero.
Gratis et amore dei.

Un piccolo episodio personale che però credo faccia capire il rapporto profondissimo degli irlandesi con il cattolicesimo (e con i preti) per secoli e secoli.

Ecco perché questa notizia – L’Irlanda chiude l’ambasciata presso la Santa Sede. La scelta di Dublino gela i rapporti con il Vaticano dopo mesi difficili – mi ha parecchio colpito.
Davvero un brutto segnale per Santa Madre Chiesa.

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