Il bello delle piccole patrie

Nel Belgio da quasi un anno senza governo a causa del conflitto tra la maggioranza fiamminga e la minoranza vallona, così si risolvono i problemi pratici di convivenza tra le due popolazioni. L’esempio della metropolitana di Bruxelles:

Non si registrano episodi di violenza e neppure di intolleranza. Ma l’attenzione alle questioni di principio, ai dettagli anche formali, diventa puntigliosa fino all’ossessione.
«Nel metro tutti i cartelli e tutti gli annunci sono in due lingue — spiega la Van Hamme, portavoce della società di trasporti pubblici — E c’è una rigorosa priorità: se ad una stazione si fanno prima gli annunci in fiammingo e poi in francese, a quella dopo si fa il contrario e via di seguito, fino al capolinea. Anche così, ogni anno riceviamo decine di lamentele. Per non parlare del personale. Tutti gli impiegati della Stib devono essere almeno bilingui e parlare sia il francese sia il fiammingo. Ma adesso non basta più. Da qualche tempo a questa parte arrivano esposti perfino sul loro livello espressivo: passeggeri francofoni e fiamminghi ormai si lamentano perfino dell’accento dei controllori o dei bigliettai».

Leggi tutto l’articolo: Jacques Brel bandito dal metrò lo chansonnier divide il Belgio (da Repubblica del 26 maggio 2011)

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Il Pressbook di "Occupiamo l’Emilia"

Incrociando le dita, tra pochi giorni dovrebbe essere finalmente in libreria il dvd (accompagnato da un libro) di “Occupiamo l’Emilia“. Intanto è possibile leggere e downloadare il Pressbook del film: tutto quello che è stato scritto sulla stampa nazionale e locale riguardo al documentario sull’avanzata della Lega Nord nella regione rossa per eccellenza.

Per effettuare direttamente il download, clicca qui.

Il Pressbook di “Occupiamo l’Emilia” http://d1.scribdassets.com/ScribdViewer.swf?document_id=49078923&access_key=key-285mvp4lgb2ak4fyfziq&page=1&viewMode=list

Metti un’inchiesta al giorno

Grandi storie e grandi inchieste.
Insomma, giornalismo “old style” (per citare “l’inchiesta vecchio stile” dell’ormai defunto Diario) leggibile online.
Solo in inglese, ma vabbé.
Articoloni belli lunghi che raccontano il presente a lettori alieni dal solito “mordi e fuggi”.

Gli aggregatori di riferimento sono questi: longform e longreads.
Il Daily Beast, in una sua rubrica settimanale, propone i migliori (secondo loro).

Un buon post, diciamo

Molto divertente il modo in cui Il Post celebra oggi i 61 anni del Baffino.
Una galleria fotografica che, da sola, vale un articolo.
Azzeccatissimo anche il titolo: “61 anni, diciamo” (e viene subito in mente la Guzzanti, diciamo).

Per chi non lo sapesse, Il post è il nuovo quotidiano online che non è un quotidiano online, il nuovo aggregatore che non è un aggregatore (è il bello e il brutto delle etichette, a cui va riconosciuto il pregio della chiarezza e il difetto della semplificazione, diciamo che direbbe Enrico Ghezzi).

Tra i fondatori, nonché Diretùr, Luca Sofri.
Visto l’oggetto, ça va sans dire.




Life online

Sono letteralmente affascinato da questi pezzi di storia che grazie a Google books sono diventati disponibili per tutti.

Sto parlando di Life, la rivista fondata nel 1936 da Henry Luce, di cui ora è visionabile non solo l’intero (e immenso) archivio fotografico, ma tutti i numeri della rivista digitalizzata dal 1953 al 1972 (gli altri arriveranno, immagino).


Qui, il numero successivo all’assassinio di Martin Luther King (4 aprile 1968).
Sotto, una inserzione pubblicitaria a pag. 21 dello stesso numero.

La badante che non sprizzava gioia

Il documentario Sidelki/Badanti (2007), scritto e diretto da Katia Bernardi, parla della vita delle badanti ucraine in Trentino. È stato girato tra l’Italia, l’Ucraina e Mosca e negli ultimi mesi è stato presentato in diverse città del nord Italia. Tra le protagoniste ci sono donne che prima di emigrare erano maestre di canto lirico o ingegneri, e non sapevano nulla di piaghe da decubito.

“Sono stata licenziata perché il mio datore di lavoro diceva che ero troppo triste”, racconta una delle venti badanti intervistate da Bernardi. “Ma, segregata in casa tutto il giorno con un malato terminale, come faccio a sprizzare gioia?”. Le sidelki provano un profondo senso di colpa per aver abbandonato i figli in Ucraina, sono angosciate dalla precarietà delle loro condizioni di lavoro e dalle difficoltà burocratiche e linguistiche.

Per questo a volte soffrono di quella che i medici ucraini chiamano “la sindrome italiana”, una grave forma di depressione sempre più diffusa. Psicologicamente impreparate alla dequalificazione professionale, si considerano come dei bancomat per le loro famiglie. Sognano di andare in pensione per fare le nonne a tempo pieno e recuperare gli affetti perduti. Nel frattempo lavorano sodo e cercano d’integrarsi. “Ma finché non trovano un’amica italiana, non si sentiranno mai integrate”, dice Nadia Kouliatina, presidente dell’associazione Agorà di Trento.

A una delle proiezioni del documentario, prodotto dall’assessorato alla cultura della provincia autonoma di Trento, hanno assistito anche Ivana e Tatiana, che erano state invitate a dare la loro testimonianza. “Obama ha chiesto scusa ai nativi americani per i torti che hanno subìto”, ha detto Ivana. “Verrà il giorno in cui qualcuno si scuserà con gli ucraini per aver sfasciato tante famiglie?”. Tatiana non pretende così tanto. Le basterebbe uno spasibo (grazie) e un’amica italiana. Laila Wadia

Fonte: Internazionale.

Sostanza

L’editoriale – condivisibile al 100% – del Direttore di Internazionale, Giovanni De Mauro, sul numero in edicola.

“Tecnicamente si può già parlare di dittatura. Forse non ce ne siamo ancora accorti perché siamo abituati ai colonnelli greci o alla giunta militare cilena. Ma quello che conta è la sostanza, non la forma. Oggi è inutile mandare i carri armati per prendere il controllo delle principali reti televisive, basta cambiare i direttori.

Non serve far bombardare la sede del parlamento, è sufficiente impedire agli elettori di scegliere i parlamentari. Non c’è bisogno di annunciare la sospensione di giudici e tribunali, basta ignorarli. Non vale la pena di nazionalizzare le più importanti aziende del paese, basta una telefonata ai manager che siedono nei consigli d’amministrazione.

E l’opposizione? E i sindacati? Davvero c’è chi pensa che questa opposizione e questi sindacati possano impensierire qualcuno? Gli unici davvero pericolosi sono i mafiosi e i criminali, ma con quelli ci si siede intorno a un tavolo e si trova un accordo. Poi si può lasciare in circolazione qualche giornale, autorizzare ogni tanto una manifestazione. Così nessuno si spaventa.
E anche la forma è salva”.

Le due italie

Lo riproduco integralmente qui perché tra qualche giorno non sarà più disponibile online.
E’ l’editoriale del direttore, Giovanni De Mauro, sull’ultimo numero di Internazionale.

Frattura

Un sondaggio Ipsos di qualche settimana fa confermava tre dati interessanti. Il primo è che in Italia il 54 per cento delle persone si informa prevalentemente attraverso la televisione (il 25 per cento con i quotidiani, il 12 su internet e il 3 con la radio). Il secondo è che il 53 per cento degli italiani considera i mezzi d’informazione molto o abbastanza autorevoli, mentre il 41 pensa che non lo siano. Il terzo è che le persone convinte dell’autorevolezza dei mezzi d’informazione sono le stesse che guardano la tv, e appartengono ai ceti più popolari. L’aspetto preoccupante di tutto questo è che la spaccatura del paese sembra essere più profonda di una semplice divisione tra nord e sud, ricchi e poveri o destra e sinistra. È una frattura narrativa: gli italiani sono convinti di guardare tutti lo stesso film, ma i film sono due – uno raccontato dalla tv, l’altro dal resto dei mezzi d’informazione – e i personaggi e la storia sono molto diversi. Il rischio è che le due Italie non riescano più a parlare tra loro perché non condividono più la stessa realtà, e forse neanche le parole per definirla.
Giovanni De Mauro