Le ombre


Da bambino avevo un cane, era un cane di media taglia color miele. Si chiamava Boris. Io e mio fratello siamo cresciuti insieme a lui. Mi ricordo che tutte le notti, quando andavo a dormire, dopo un po’ che mi ero coricato lo sentivo entrare. Le unghie ticchettavano sul pavimento, sentivo che annusava gli angoli, poi andava dall’altra parte della stanza, di fronte al mio letto. Con un tonfo sordo si distendeva sul pavimento. Poi cominciava a russare. La mattina, appena mio padre o mio fratello si svegliavano, usciva scodinzolando di corsa, per poi tornare a svegliarmi. Ho passato con lui ore ed ore a giocare, a rincorrerlo nel bosco e nei prati, mentre si lanciava velocissimo lungo le distese verdi, anche quella volta che si ruppe la zampa ed aveva il gesso che lo ricopriva fino al collo. Corse talmente forte che lo squarciò, ma guarì ugualmente. A quindici anni Boris si ammalò. Aveva un tumore alla bocca. Era stanco, ed ogni volta che si muoveva lasciava dietro di sé una lunga striscia di bava. Si vedeva che stava male perché gli ultimi giorni non appoggiava più il muso sul mio ginocchio, mentre mangiavamo, ma rimaneva disteso nell’angolo, a respirare affannosamente. Poi cominciò a diventare incontinente, si faceva la cacca addosso e non riusciva più a correre nel bosco. Mio padre all’epoca non poteva fare nessun movimento, perché aveva una brutta infiammazione alla schiena. Però un pomeriggio prese il cane e lo portò nel prato dietro casa. Pioveva forte. Da lontano, tra la pioggia e la nebbia, ci affacciammo alla finestra e li vedemmo allontanarsi come due ombre. Boris, che camminava trascinandosi lentamente, e mio padre, con la vanga e il fucile in mano. Lo schioppo si sentì echeggiare in tutta la vallata. Poi mio padre lo avvolse nella sua coperta e lo portò nel bosco dove gli scavò la fossa. Tornò dopo qualche ora, non riusciva a muovere neanche un muscolo della schiena, era bagnato fradicio. Si chiuse in camera e ci rimase tutta la sera. Poi uscì, con gli occhi gonfi e la faccia distrutta. Fu l’unica volta che vidi piangere mio padre.


***

Davanti a me abita una giovane coppia. Lei è violoncellista. Passa tutto il giorno a studiare. A volte la vedo dalla finestra, si siede sulla sedia e comincia con le scale. Ripete un passaggio centinaia e centinaia di volte. Poi a volte si innervosisce e rimane accasciata sul violoncello in silenzio, non so se a pensare o cosa. Rimane ferma per poi riprendere a suonare. La sera la vedo spesso dalla finestra del salotto e balla da sola. Non so che musica ascolti, ma ogni tanto vedo una gamba, la schiena che si piega, intravedo un braccio allungarsi, la testa abbandonarsi all’indietro. Qualche volta sono distesi insieme sul letto nell’altra stanza. Li vedo leggere, capita che discutano, non so di cosa. Spesso vedo solo i loro piedi intrecciati.

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Dalla finestra vedo il salotto di fronte. Al centro della sala c’è un divano ed una persona seduta sopra. Guarda la televisione. I capelli sono corti e grigi. Il televisore passa immagini a caso, in bianco e nero. Non c’è rumore, non c’è musica. La stanza è buia. Io sono sul letto e ho paura. Mi sporgo meglio per guardare più da vicino. Dalla finestra di fronte vedo la testa muoversi. Si muove lentamente, con un movimento rigido e controllato. La vedo di profilo, e poi girarsi completamente a trecentosessanta gradi verso di me. E mi fissa. Gli occhi sono due baratri neri. Rimane immobile a guardarmi e la televisione continua a fare da sfondo. L’espressione è impassibile fino a che le labbra non prendono una strana piega. Gli occhi diventano più lucidi e ancora più neri. Mi sveglio tremante.

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Oggi sono stato tutto il pomeriggio in terrazza. Il gelsomino va potato e la Jucca sta morendo. Devo cambiarle il vaso, perché è troppo piccolo. Ma dev’essere più grande solo di un centimetro e mezzo, così che non soffochi ma che non si disperda nemmeno. Mi siedo. Vedo i tetti, i comignoli, qualche gatto che cammina prudente sulle tegole. Respiro a fondo e guardo le sfumature del cielo. [Come sarà non avere più queste sensazioni? Cosa prenderà il posto dell’odore dell’aria, dei rumori delle persone che passeggiano, dei cani che abbaiano. Mi riempio gli occhi di quello che ho davanti.] Rimango seduto e vedo svolazzare un’ape vicino alle mie orchidee. Le api vivono quaranta giorni. Volano per ricognizione, per gioco, per danzare. E poi costruiscono quegli esagoni perfetti. Spesso muoiono prima di nascere. Un virus se le mangia, e alcune vengono al mondo con le ali deformi, così che le altre le cacciano dall’alveare. Quando il virus si diffonde, possono morire più della metà delle api in un solo ciclo riproduttivo. L’acaro si attacca al loro corpo. Se lo prendono già da adulte, si può staccare, con qualche antidoto. Nelle larve invece, la varroa ci cresce insieme, così quando nascono non possono essere guarite. Sento il profumo del miele. Abbasso lo sguardo e miguardo i piedi. Le dita sono mangiate dalla psoriasi. Ci sono tagli tra un dito e l’altro e le caviglie sono piene di piaghe. Torno in casa.

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Stamattina continuava a farmi male la gamba sinistra. E’ un dolore profondo e persistente che parte dall’anca e continua fino al tallone. Sono rimasto sul letto a guardare il soffitto. Dopo i 50 anni mi è venuto il tinnìtus, i medici mi hanno fatto fare tutti gli esami possibili, ma niente, non c’è niente da fare. E’ un ronzio continuo, come uno sciame di insetti che senti in lontananza in un bosco, oppure quando lasci la televisione accesa, senza audio. Mi fora il cervello, ma ormai ci sono abituato. Ogni mattina per alzarmi mi sembra di camminare in una stanza nera. Cammino nudo sul pavimento gelato. A un certo punto vedo dall’alto cadere una colata densa e bollente di pece. Si confonde con le pareti della stanza, che hanno lo stesso colore. Nero. Rimango incastrato dentro, e non riesco a muovermi. La pece mi brucia, e mi impedisce i movimenti, incollandomi le braccia al corpo. Mi entra in bocca, nel naso, nelle orecchie. Rimango trafitto dalla colata, e cerco di dimenarmi come un pesce nel petrolio. Finalmente sono seduto sul letto.

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Sono andato a cambiare la terra alle piante in terrazza. Curare le piante è l’unica cosa che mi dà pace. Quando lavoro in terrazza mi sento più tranquillo. Mi ricordo gli odori di quella volta in Spagna, sotto il solo cocente in un sentiero in discesa. A sinistra e a destra, ovunque volgessimo lo sguardo, c’erano solo sterminati campi di girasoli. Gli uccelli cantavano, noi non parlavamo ma ci scambiavamo ogni tanto qualche sorriso grazioso. Eravamo isolati. Abbiamo sentito un rumore improvviso dietro di noi e ci siamo girati. Dalla sommità della salita era comparso un trattore, vecchio e chiassosissimo. Scendeva velocemente lungo tutta la strada battuta, senza rallentare. Ridendo abbiamo cominciato a correre, perché a lato c’erano i fossi e il sentiero era troppo stretto per farci passare tutti e tre. Eravamo solo noi, noi due e il trattore, tutto intorno non c’era anima viva. Quando si è avvicinato troppo, ci siamo buttati a lato e ci siamo rotolati tra le erbacce. Il trattore è passato indifferente facendoci respirare una nube di polvere. Della Spagna è rimasta una tua foto, stampata su un piattino con sul bordo la scritta Siviglia. E’ appeso sul muro in cucina.

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Anche oggi ho mangiato patate e cavolo lessati. Sono l’unica cosa che digerisco. Mi siedo sul tavolo. La cucina è stretta. Mangio nell’angolo in fondo vicino alla parete, così posso guardare dalla finestrella i due ragazzi. Mangiano anche loro. Sono silenziosi, a volte scoppiano a ridere. Fuori c’è caldo, ma io tengo la finestra chiusa. Non voglio che mi vedano. Non ho più molto appetito da quando non ci sei più. Cucino velocemente, e mangio cose semplici perché non facciano male al mio stomaco. Se cambio la dieta, devo correre in bagno e sto male tutta il giorno. Dal mio angolo vedo la sedia vicino alla nostra finestra. Mi ricordo di te che trent’anni fa eri seduta lì e ti mettevi lo smalto. La luce filtrava dal vetro. Io ti guardavo, tu ogni tanto mi ricambiavi. Avevi i capelli ricci, gli occhi castani, così ridenti… Mi ricordo di aver pensato che avrei voluto registrare quell’attimo, che non avrei mai voluto dimenticarlo. Ho osservato attentamente la curva dei tuoi piedi, la consistenza dei tuoi capelli, le pieghe della tue pelle quando sorridevi, le macchie di caffè sul tavolo, con la tazzina vicina e il cucchiaino appoggiato capovolto a fianco. Eri così allegra. Ogni cosa ti faceva ridere, eri esplosiva e affettuosa. Poi la vita ti ha piegato. I capelli si sono afflosciati, e lo sguardo ti si è spento. Verso la fine hai smesso di dormire la notte. Ti svegliavi e ti sedevi su quella stessa sedia, i gomiti appoggiati a guardare fuori dalla finestra, piangendo, assente, con la voce rotta. Ci sono ancora la stessa sedia, la stessa finestra, lo stesso tavolo, le stesse pentole con cui ti piaceva cucinare. I colori sono cambiati.
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Stamattina mi sono alzato alle sei. Fuori era ancora buio. Mi faceva sempre male la gamba. Ho impiegato un quarto d’ora per mettermi seduto. Ho tossito, e facevo fatica a respirare. Ho la sensazione di avere un peso, continuo, sul petto. Mi blocca il respiro, a volte devo stare seduto per alcuni minuti, in silenzio, per respirare piano e cercare di recuperare le forze. Mi sono alzato lentamente e ho infilato le pantofole. La gamba sinistra pulsava dolorosamente e ho cercato di non farci caso. Ho preso un antidolorifico. Dalla terrazza ho visto qualche finestra illuminata, qualche persona mattutina che si sveglia per portare fuori il cane, per preparare la colazione ai figli. Sono uscito dalla camera e sono andato in corridoio. Nella finestra di fronte era buio, ma piano piano ho intravisto una macchia bianca stare ferma dietro il vetro. Mi sono allacciato la vestaglia blu e sono corso lungo il corridoio fino alla mia finestrella, per vedere meglio. La macchia bianca si è spostata velocemente. Sono rimasto lì qualche minuto, ma non è tornata. E’ sorto il sole, tutto è tornato normale.
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Stanotte ho fatto un sogno. Ero in un edificio sopra un’altissima scalinata. L’edificio aveva due saloni enormi, uno moderno e con le porte grandi tutte di vetro, e uno vicino antico, con arazzi e drappeggi appesi ai muri e alle finestre. Fuori pioveva. Nel salone di vetro entravano molte presone. Tutte andavano verso la stessa direzione: un bancone dietro cui sedevano diverse ragazze. Vedevo ognuno di queste persone tirare fuori il portafoglio e mettere sul banco qualche soldo. Le ragazze raccoglievano i soldi e staccavano un biglietto, consegnandolo al cliente. Una folla si accalcava vicino alla porta che conduceva all’altra sala. Qui c’era la mia bara, ed io ero dentro. Qualsiasi rumore rimbombava forte, perché la sala antica era completamente vuota. La gente rimaneva fuori, con il suo biglietto in mano, a chiacchierare e a far chiasso. Nel salone c’ero solo io, chiuso nella mio catafalco marrone, al centro della sala, appoggiato su un carrello con delle ruote. Sentivo il freddo della tomba.

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L’altra sera sono rimasto seduto mezz’ora nella mia terrazza. Un pianista in lontananza suonava qualcosa che non conoscevo. Suona tutte le sere. Ho respirato a fondo, il petto mi faceva male. Sentivo formicolarmi il polso. Alla finestra ho visto la violoncellista affacciata fuori. Leggeva un libro. Mi ha guardato. Io l’ho ignorata. Una coccinella mi si è appoggiata sul polso informicolato. Si è alzata ed è volata via. La natura guarda sempre dinnanzi a sé. C’è chi giunge, e chi parte. Chi cammina verso la luce, e chi scende nell’ombra. Avevo i brividi e sono rientrato in casa.

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Ero bambino. Indossavo dei pantaloncini laceri. Era buio ed ero davanti a degli alberi di un bosco, uno vicino all’altro, che creavano una cortina fitta fitta. Mi addentravo nel bosco e cominciavo a camminare calpestando le foglie. Sentivo il rumore dei ramoscelli che si spezzavano sotto i miei piedi. Ho cominciato a sentirmi sempre più leggero, il mio corpo si assottigliava e la pelle si faceva più scura e più dura. Mi si formavano dei nodi al posto dei gomiti, e dei lunghi solchi segnavano la mia pelle. Il vento tra gli alberi ha iniziato a sollevarmi, ho guardato verso il basso e ho visto che delle mie gambe non rimaneva nulla, ma al loro posto c’era un lungo ramo sottile. Ho cominciato a saltare da un albero all’altro, mischiandomi insieme agli altri rami. Diventavo sempre più affusolato, e venivo spazzato via dal vento sempre più violentemente, sbattendo tra una chioma e l’altra. A un certo punto sono caduto tra l’erba e il muschio. Non mi sono svegliato.

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