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L’Ordine dei giornalisti merita una sepoltura veloce e senza rimpianti

Un articolo del 2004 di Federico Rampini riproposto in questi giorni in cui si discute di liberalizzazione delle varie caste professionali che ammorbano questo Paese. Nel grande pezzo di Rampini, si parla appunto di giornalismo e di giornalismi, in Italia e negli Usa, e di un Ordine (dei giornalisti) che dovrebbe fare la fine che gli spetta.

Sono un «tesserato» dell’Ordine dei giornalisti dal 1982, anno in cui passai un esame di abilitazione privo di qualsiasi rapporto con le conoscenze necessarie per svolgere la mia professione.

Nei 24 anni trascorsi da quando ho iniziato a fare questo mestiere – e anche molto prima che lo facessi io – più volte nel mio paese è stata offesa la libertà di stampa, la qualità e l’affidabilità dell’informazione. Le minacce più serie sono venute dall’intreccio tra politica, affari e mass media; dai conflitti d’interessi; dal duopolio o monopolio televisivo; e insieme dal servilismo, dalle collusioni e complicità che periodicamente si manifestano tra giornalisti e politici, tra giornalisti e potentati economici, o semplicemente tra i giornalisti e le loro fonti quando le notizie diventano merce di scambio per favori reciproci, al servizio di agende occulte e inconfessabili.

È un male antico la sottomissione di una parte del giornalismo italiano a logiche di potere, di partito, di mafie, di cordate. Il ruolo dei mass media per far crescere una società civile informata e consapevole dei suoi diritti, decade ogni volta che i giornalisti servono interessi «altri» da quelli del loro pubblico. In nessuna occasione ho visto l’Ordine contrastare questi pericoli, mettersi di traverso alle trame e alle «cupole», svolgere un compito libertario, moralizzatore o di semplice disciplina deontologica. Non ricordo che l’Ordine si sia distinto per la sua efficacia nel difendere giornali aggrediti e intimiditi dal potere politico, o scalati da cordate finanziarie che volevano usarli come strumenti di pressione. Non mi risulta che l’Ordine abbia scatenato campagne coraggiose contro la lottizzazione della Rai, o contro l’ascesa del monopolio di Berlusconi nella tv commerciale.

Leggi tutto su Micromega.

Surrealism: Propaganda

L’emendamento Fruttero

Non aveva paura di morire, Carlo. Era solo preoccupato dalla difficoltà dell’impresa. «Non pensavo che andarsene sarebbe stato così lungo» ha continuato a ripetere fino a ieri. Proprio lui che amava gli articoli e le frasi brevi. Dal giorno in cui me lo ha insegnato, applico ai miei testi il famoso emendamento Fruttero: «Nel dubbio, togli. Togli sempre. Cominciando dagli aggettivi». Togliere ogni peso superfluo alle parole, alle relazioni umane e ai pensieri era il suo modo di essere leggero rimanendo profondo: la lezione di Calvino.

(Massimo GramelliniAddio Fruttero, mi ha insegnato la leggerezza)

On the road of sunflowers 2

Kalderoli di fine anno

Generalmente non mi occupo su questo blog delle piazzate leghiste (purché si parli di loro), ma questa mi ha fatto veramente ridere.
Non solo l’interrogazione di Calderoli per il capodanno di Monti, non solo la ironica risposta del presidente del consiglio, ma soprattutto il leggendario titolo della Padania che sbatte la notizia in prima pagina facendo passare la calderolata per una verità confermata dallo stesso Monti.
Fortuna che ormai non fanno più piangere, ma solo ridere.