Farmville, la città rivoluzionaria

Farmville, quell’orrida applicazione di Facebook alla quale giocano centinaia di migliaia di persone, come Pietrogrado, la città russa dalla quale ebbe inizio la rivoluzione d’ottobre.
Chi l’avrebbe mai detto? Certo non io. Che non solo non ci ho mai giocato, né a Farmville, né a Cityville, così come non ho mai inviato ad alcuno un “biscotto della fortuna” e tutte le altre sciocchezzuole che vanno per la maggiore su Facebook, ma ho sempre guardato con sommo disprezzo (pari solo a quello che provo per l’intera invenzione di Zuckerberg – con la quale però è imprescindibile fare i conti se si vuole capire qualcosa del “presente”) questo modo di cazzeggiare online (ahi, la sinistra e i sinistri e l’eterno complesso dei migliori…).

Invece, leggo su uno degli ultimi numeri di Limes, Farmville è una specie di covo di rivoluzionari.
O quasi.

Scrive infatti Marco Hamam (cfr. “La vittoria dei giovani e di Facebook”, pag. 95) a proposito del ruolo di Facebook, Google e YouTube nei recenti fatti d’Egitto: “Facebook, in particolare, ha funzionato in Egitto come infrastruttura organizzativa, come strumento di reclutamento di possibili militanti e come piattaforma nella quale i tunisini hanno passato i loro consigli e le loro tecniche agli egiziani. Una sorta di Giovine Italia digitale“.

E fin qui, se vogliamo, niente di particolarmente nuovo sotto il sole.
Ma adesso arriva il bello: “E paradossalmente, il fatto stesso che Facebook, Google e YouTube contengano anche cose ‘inutili’ e facciano circolare contenuti apolitici, crea grosse difficoltà ai governi che non riescono sempre a filtrare i contenuti scomodi. Per cui decidono di oscurare tutto il sito. E’ quella che Ethan Zuckerman chiama ‘the cute-cat theory of digital activism‘: Quando un governo cerca di bloccare l’attivismo politico di un sito della nuova generazione, blocca anche l’accesso ‘ai gattini’. Tuttavia bloccare i contenuti banali su Internet è autolesionistico per i governi. Così si insegna alle persone a diventare dissidenti (…). Ogniqualvolta si toglie l’accesso delle persone ai gattini si spende capitale politico”.

In pratica, se alla gente togli Farmville & similia, si incazza. E fa la rivoluzione.
Uno spettro si aggira per la Rete, anche se è solo un lontano pronipote post-moderno di quello a cui aveva pensato Marx.

E’ tutto fuckin’ vero!

Bologna ha un nuovo candidato sindaco oltre i personaggi già in corsa che – come scrive Linkiesta – “non scaldano una città annoiata e disillusa“.
Adesso però arriva lui.
Si tratta di Willie, lo sciamano dell’undergroud bolognese.
Stamattina ha consegnato in Comune le 350 firme necessarie alla candidatura.
(Grazie a Tomminos per la segnalazione).

AGGIORNAMENTO del 21 aprile 2011: le firme però presentavano alcuni vizi burocratici, quindi Willie non concorrerà alla poltrona di sindaco.

La vita è di un grigio meraviglioso!

Siamo una società grigia, con gente che veste di grigio (o comunque scuro, o comunque monocromatico), con la stragrande maggioranza delle auto che girano di color grigio metallizzato (mai fatto caso?); e si potrebbero fare altri esempi del medesimo monocromatismo imperante.
Del resto, basta guardare le persone che ci rappresentano in parlamento.

(Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 12-04-2011 da Il Fatto Quotidiano)