"Saranno più intonati, dopo la rivoluzione"

Guardare questo video sul Corriere, gli impiegati di Wall Street che brindano mentre sotto di loro infuria la protesta, mi ha fatto venire subito in mente una famosa scena de “Il dottor Zivago” – il film di David Lean – in cui la nobiltà russa festeggia nel chiuso dei propri palazzi mentre sulle strade di Mosca si svolge un’imponente manifestazione. Che al momento viene brutalmente repressa dalla polizia, ma che presto porterà alla rivoluzione d’ottobre.

http://static2.video.corriereobjects.it/widget/swf/CorrierePolymediaShow.swf

«Stay hungry, stay foolish»

Passare dal famoso discorso all’Università di Stanford nel 2005, dove Steve spronava i giovani laureati spiegando loro che «il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altri. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui lasci affogare la vostra voce interiore» e concludeva, da vero visionario, «Stay hungry, stay foolish» (siate affamati, siate folli), insomma passare da un progetto di vita alle urla belluine dei commessi che gridano «Tutti all’Apple Stooore», il passo è lungo. Non facile da elaborare. (Aldo Grasso: “Isteria e cori con i clienti, Apple come Aiazzone“).

Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E’ stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E’ stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie a tutti.

via: eddev

Piastrella hard-boiled

La scorsa settimana in Fiera a Bologna si è tenuto il Cersaie (Salone Internazionale della Ceramica per l’Architettura e dell’Arredobagno). Un evento mondiale perché da queste parti c’è uno dei più importanti poli della ceramica del pianeta.

Per me, esclusivamente una rottura di palle indicibile.
Treni da Modena a Bologna stracolmi di neo-viaggiatori (noi pendolari impiegatizi e abitudinari non amiamo le facce nuove, né tantomeno i vagoni più pieni del solito) diretti in Fiera in giacca e cravatta (quasi tutti buyer nero/grigio vestiti) e autobus bolognesi ancora peggio: effetti tipo Tokyo-Metro-Decadence. Tanto da costringermi ad andare a piedi.

 Insomma, una settimana da evitare come la peste, in attesa della replica a cui mi costringerà il MotorShow a dicembre.

Tutto qui, tutto quel che ho da dire su questa faccenda del Cersaie?
Per niente.

Anzi, scemo io a non aver capito che le mie quisquilie da pendolare, o l’atteggiamento snob di chi si disinteressa completamente alle piastrelle del cesso (aka arredobagno) mi hanno completamente sviato dalla vera essenza dell’esposizione, che è roba da interessare Ken Follet o qualche epigono di Ian Fleming (quello di James Bond).

Come racconta Repubblica Bologna, ieri mattina “in borghese, cercando di essere i più discreti possibile per non allarmare buyer e visitatori, i finanzieri del II° gruppo di Bologna si sono presentati al Salone internazionale della ceramica (…) e sono andati a colpo sicuro, pilotati da una segnalazione girata da Confindustria ceramica. Hanno ispezionato lo stand di una società straniera, una joint venture cinese-spagnola, e hanno fatto centro. I campioni esposti nel pannello ‘incriminato’ erano perfettamente uguali ai modelli di un produttore italiano, coperti da marchio brevettato e registrato”.

Tutto qui? Troppo poco per scomodare Follet e Fleming? Non proprio.

Continua infatti il pezzo di Lorenza Pleuteri: “Altri finanzieri, per l’intera durata del Cersaie, hanno monitorato e documentato quanto è successo al ‘contro-salone’ Made in China allestito in parallelo in un albergo a duecento metri dalla Fiera e in altri hotel della zona. Cinesi gli espositori. Cinesi, turchi e pakistani i clienti. Simili i prodotti in mostra. E le lamentele non sono mancate, così come le azioni di spionaggio e controspionaggio, le delazioni, le soffiate”.

Roba tosta insomma.
E fortuna che come genere restiamo alla spy-story, niente mazzate a colpi di piastrella tra buyer.
Eventualità che avrebbe fatalmente fatto virare una tranquilla settimana Arredobagno in una vera storiaccia hard-boiled.

L’insostenibile sguardo del porco

A colpirmi di questo articolo di Internazionale (n. 916) sugli esperimenti per produrre carne in vitro sono state più che altro le foto che accompagnano il pezzo: un reportage di Tommaso Ausili del 2009 realizzato in alcuni mattatoi.

E’ davvero interessante perché svela – alla Matrix – uno dei tanti backstage della nostra esistenza, brillante solo nella facciata.

Qui vicino, a Carpi esiste uno dei più grandi macelli d’Italia.
Tempo fa avevamo chiesto il permesso di visitarlo, come giornalisti.
Il permesso ci è stato negato.

Filosofia portami via

Si è conclusa la tre giorni di filosofia a gogò a Modena. Il racconto di Alice Norma Lombardi:

 Ieri si concludeva l’undicesima edizione del festival di filosofia, un’esperienza catartica e illuminante per i giovani -e non- aspiranti pensatori che popolano le università, gli uffici, le scuole (e molto altro ancora) italiane. Era ormai la terza volta che avevo il piacere di prestare i miei orecchi a questa godibile manifestazione della cittadina emiliana (in cui peraltro vivo, con una pausa durata un anno, da ormai tre anni).

Anche questa volta gli organizzatori non si sono fatti mancare nulla: i cognomi importanti e nobili del NOSTRO amatissimo Galimberti (infatti ormai naturalizzato veneto), Galli (il calciatore?!), Cacciari (Zorro di Venezia) e tantissimi altri ancora -compreso qualche nome di nerd straniero e di culona inchiavabile- non potevano mancare. Il tema di quest’anno era quello interessantissimo ed inesauribile della natura, tema che ci riguarda primariamente da millenni e che troppe volte è stato -e continua ad essere- una questione allegramente trascurata, ma per fortuna esistono questi festival. Oltre ad aumentare l’indice di ascolto e a far sì che la bella Mutina si riempisse di forestieri biondi belli o barbuti o che quantomento riattraesse in patria gli autoctoni che avevano deciso di lasciarla alla ricerca di un mondo migliore, l’evento incarnava una delle felicissime parentesi (e sempre più frequenti!) festose della città.

Leggi tutto l’articolo.

Festival della filosofia. Uno scatto di Davide Mantovani.

Quella volta che l’haka arrivò a Cassino

Quella mattina di pioggia i guerrieri maori si sono disposti in semicerchio, secondo la tradizione. Hanno cominciato a gonfiare le guance come rospi, a strabuzzare gli occhi. A sbuffare, emettendo dei gemiti inquietanti. A contorcere il viso in un delirio di espressioni indemoniate, mostrando la lingua ed entrando in una sorta di trance. E tutto è cominciato.

 Un urlo: «Ka mate, ka ora» («è la morte, è la vita»). All’unisono si sono battuti il petto, hanno piegato le gambe e picchiato i piedi per terra, stretto i pugni, contratto i muscoli. Hanno alzato le braccia verso il cielo, invocando i loro idoli prima di un’altra battaglia. Era la haka, la danza di guerra resa celebre in tutto il mondo dagli All Blacks, i giocatori di rugby neozelandesi.

 Era la prima volta che veniva eseguita in Italia. Ed era la primavera del 1944. Terminato il rito, i guerrieri hanno imbracciato i fucili con le baionette e risalito il colle, sulle macerie di Cassino. Incuranti delle cannonate dei tank della Decima armata tedesca.

Sulla Domenica di Repubblica di oggi una storia che mi ha affascinato (qui tutto l’articolo), quella dei 3600 uomini del Battaglione Maori impegnato, dal 1940 al 1946, su diversi fronti del secondo conflitto mondiale. Italia compresa. E chissà se qualcuno di loro riposa nel cimitero di Bolsena.

"Politicamente non mi interesso di politica"

Sorelle d’Italia – in concorso al Viaemili@docfest – è un bello spaccato dell’Italia contemporanea filtrato dagli occhi delle tante donne intervistate, da nord a sud. A tutte loro è stato chiesto cosa pensano di Silvio Berlusconi. Una domanda che  dà la stura a ciò che si muove nella pancia del Paese intero. E che spiega perfettamente le ragioni dell’egemonia cultura e politica del berlusconismo in questi ultimi vent’anni.

Gli autori di “Sorelle d’Italia” Lorenzo Buccella e Vito Robbiani