Volevamo i capelli lunghi di Monicelli

Anteprima della prossima produzione delle Officine Tolau: il racconto del film che Mario Monicelli non poté mai realizzare. Un soggetto della seconda metà degli anni sessanta scritto dal maestro della commedia all’italiana poi diventato un fumetto illustrato da un grande autore: Massimo Bonfatti. E un libro, scritto dal giornalista Franco Giubilei, che racconta la storia di questo film mancato, e delle immagini a fumetti che gli hanno dato comunque vita.

Meg Maynard Keynes

1) Ieri sera mi son guardato un brutto film con una Meg Ryan parecchio rifatta che adesso ha questa faccia qui e sembra una tizia che abita qui vicino e ha una grande Mercedes e che l’altro giorno facendo la retro quasi mi prendeva sotto non perché “donna al volante guaio galoppante” e non mi ha visto, ma perchè siccome c’ha la Mercedes e due zigomi che sembrano due tette siliconate si può tranquillamente prendere il lusso di fare la retro guardando solo un po’ e magari chiacchierando nel frattempo al cellulare.

2) Ho finito un gran bel saggio di Edmondo Berselli, “Sinistrati – Storia sentimentale di una catastrofe politica” di cui voglio riportare un breve passo.

In sintesi prima di arrivare al dunque: nel 1926 i migliori economisti del mondo si trovano a Cambridge e dopo tanto discutere arrivano alla conclusione che per curare la disoccupazione bisognerebbe abbassare i salari.

Fu a quel punto che prese la parola John Maynard Keynes, e i presenti sprofondarono in un silenzio religioso. “Ottimo lavoro” disse. “Mi compiaccio con tutti voi”. Si guardò intorno con aria ironica: “Anzi, io approfondirei lo schema, lo dilaterei. E trarrei le dovute conseguenze. Perchè, vedete, se noi riusciamo non semplicemente a ridurre, bensì a portare a zero i salari, la disoccupazione scompare, nel senso che tutti hanno interesse ad impiegare una manodopera che non costa nulla”.

I professori di Cambridge lo fissarono ammirati, ma Keynes li gelò: “Però c’è un problema”. Gli altri si guardarono con una muta domanda stampata sui volti: perché dovrebbe esserci un problema in una soluzione tanto elegante? “Il problema è che, senza soldi in tasca ai lavoratori, crolla la domanda aggregata“. Il corpo docente spalancò gli occhi per la meraviglia. E’ vero commentarono alcuni sottovoce, senza soldi l’economia si inceppa. Non ci avevamo pensato. (pag. 183)

La Svizzera secondo gli svizzeri

Questa merita proprio di essere menzionata.

Foto 1: secondo la campagna dell’Svp (Partito Popolare), ecco come sarebbe la Svizzera per soli svizzeri: bei culi immersi in bell’ordine nelle acque azzurre, acque chiare, del lago di Zurigo.
Nella foto 2 invece, cosa succede alla bella patria del cioccolato (e delle belle chiappe, evidentemente) in seguito all’immigrazione: cicche e cagnara in un bel grumo informe di vecchie racchie velate (con l’acqua che, più che ricordare un lago alpino, sembra quella del Gange durante la festa di Kumbh Mela).

Questo sì che è parlar chiaro.

Fonte: Repubblica.

Di professione precaria

Se ne parla parecchio in rete (meno, al solito, sui giornali, sia su carta che web, dove il precariato nel mondo del giornalismo è argomento tabù) e anch’io voglio dire la mia.


Paola Caruso, collaboratrice precaria da sette anni al Corriere della Sera (prima come free-lance, poi con un contratto Co.co.co), ha iniziato da quattro giorni uno sciopero della fame per protestare contro la sua condizione di “precaria a vita”.

Il casus belli che ha spinto Paola ha iniziare oggi (e non tre, o due, o un anno fa) questa forma di protesta estrema, sarebbe stata l’assunzione (a tempo determinato) al Corriere di un “pivello della scuola di giornalismo” (sic) al posto suo o di altri precari (immagino in buon numero) che gravitano da più o meno tempo intorno al Corriere.

Circostanza – quella dell’assunzione del giovinetto – che il Direttore del Corsera Ferruccio De Bortoli nega.

Ma al di là dello specifico, quel che importa nella protesta di Paola è l’attenzione che pone al problema delle collaborazioni nel mondo dell’editoria.
Roba tosta: nel precariato imperante in (quasi) qualunque settore professionale, il giornalismo è tra quelli più ferocemente sottoposti a una deregulation selvaggia, con punte di sfruttamento davvero da urlo.
E soprattutto, senza alcuna prospettiva futura per i tanti che vi gravitano intorno, per amore o per forza.
Parlo in generale ovviamente, non conosco la situazione specifica del Corriere.

E’ chiaro quindi che qualcosa dovrebbe essere fatto.
Qualcosa dovrebbe cambiare.
Ma dubito che l’alternativa possibile a questo degrado in stato di decomposizione avanzata, sia quella a cui mira Paola: l’agognata assunzione.

Anche se è vero che non tutti i gruppi editoriali versano in situazione di crisi, è facile prevedere per il giornalismo e l’editoria così come sono concepiti oggi, un bel “no time, no future“.

La carta, dopo secoli di onorato servizio, sta per andare in pensione e anche nel web (e sue applicazioni), per l’informazione cosiddetta mainstream, i nodi sono ancora tutti da sciogliere: se non altro perché la rete, nella stragrande maggioranza dei casi, è ancora lontana dal garantire utili degni di questo nome a chi produce informazione esclusivamente online.
E’ chiaro che anche qui qualcosa si dovrà inventare ma, nel frattempo, grande è la confusione sotto il cielo.

In attesa che il dio dei giornalisti offra alla categoria su un piatto (non necessariamente d’argento) qualche soluzione digeribile, fossi nel sindacato, fossi nell’ordine, più che puntare a far salire sul Titanic gli ultimi fortunelli (sai che “culo” Di Caprio a vincere quel biglietto), cercherei intanto di aumentare i diritti dei collaboratori, ad esempio puntando ad imporre agli editori (tutti, ma proprio tutti) tariffe minime reali, e non fantasiose tabelle che, personalmente, non ho mai visto applicare una volta che sia una (a parte il fatto che son ferme dal 2007 in seguito a richiesta di rimozione dell’Antitrust. Pure questa…).

Anche se ha la febbre alta (non solo per i motivi brevemente elencati in questo post) il giornalismo, come molte altre attività professionali, non è certo destinato all’estinzione: qualcuno dei contenuti dovrà pur sempre produrli.
Ma certo deve reinventarsi in forme nuove.
Gli editori di sicuro.
Ma anche i giornalisti.

Come singolo (difficile prescindere da una società come la nostra ormai del tutto frammentata e marcatamente individualista, perfino in quei “residui collettivi” che sono sindacati e similia) non posso certo cambiare le sorti dell’editoria italiana.
Ma posso provare a cambiare la mia.
E sulla scia di questo, trascinare/aggregare/aggiungere (forse) anche altri.
E’ un po’ quel che sta facendo Paola, alla quale va riconosciuta la dignità di un tentativo disperato (che spero comunque abbandoni al più presto cercando altri modi per proseguire la propria lotta), pur rispetto ad una partita che, dal mio punto di vista, destina comunque alla sconfitta.

AGGIORNAMENTO del 17/11

Oggi Paola ha concluso la sua protesta (in questa forma).

As-salām ‘alaykum, Abdullah

Ieri pomeriggio ho ricevuto una telefonata da un vecchio amico che non sentivo da un po’.

Ci siamo conosciuti qualche anno fa.
A quattro mani con Martino Pinna, scrissi un suo ritratto per il settimanale vicentino VicenzaAbc, diretto da Matteo Rinaldi (il pezzo si può trovare qui, a pagina 6).

Lui, Domenico, il Buffa, non apprezzò moltissimo, accusandoci di aver ricamato un po’ troppo sulle sue parole.
Di esserci fatti prendere la mano dall’affabulatore e dal cantastorie.
Fino a trasformarlo nel protagonista di una storia più nostra che sua.
Una allegra querelle finita come doveva finire: a far da prima prima pietra a un rapporto di stima e amicizia inalterato nel tempo.

Ieri, Domenico mi ha telefonato per comunicarmi che tra nome e cognome, ci ha infilato anche un secondo nome, da convertito all’Islam: Abdullah.
Immagino che adesso, perché si volti chiamandolo, bisogna pronunciare il suo nome per intero: Domenico Abdullah Buffarini.

Al telefono mi ha spiegato che “la conversione avviene perché così vuole Allah il Grande” e qualche altro accenno, pescato nel suo personale (e profondissimo) pozzo di cultura, sulla religione di cui più si parla a sproposito in Italia e non solo.

Andrò a trovarlo a Vicenza, dove ancora vive, per capirne di più. Anche se ho seri dubbi che Allah mi scelga, perfino dopo aver ascoltato con attenzione le parole di quel gran narratore di Abdullah, ultimo tra i suoi figli.

Quel che è certo è che Domenico ha trovato nuovo terreno per combattere la sua personale guerra contro l’ignoranza e l’ingiustizia, cosa che ha sempre fatto ben prima che l’Islam lo accogliesse.
Dal suo blog – In difesa dell’Islam – il vecchio barricadero si scaglia con parole tonitruanti contro quella che ritiene essere la totale disinformatia che ammanta l’argomento.

Non fatico a credergli, solo considerando la mia abissale ignoranza in materia.
Anche se, a parziale giustificazione, potrei citare Gandhi, secondo il quale, proprio perché esiste uno solo Dio, è cosa buona e giusta che ognuno lo veneri secondo le tradizioni e la cultura di cui fa parte.
Chissà che ne pensa Abdullah, che da sempre cerca altrove spazi per le proprie visioni.

Domenico mi ha pure detto che probabilmente, dopo tanti anni e tante battaglie, lascerà Vicenza. E mi dispiace. Perché penso che a rimetterci di un simile distacco sia più quella città che lui.

Ma, Insciallah, sia come Dio vuole.

Al vecchio leone, auguro di vincere almeno qualcuna delle sue battaglie prossime venture.

Ma soprattutto, spero che tra le tante frescacce che sentiamo quotidianamente sui musulmani, almeno una sia vera: la famosa storia delle settanta (o quaranta?) vergini che aspettano con pazienza ogni buon musulmano in paradiso.
Secondo alcune varianti sufi, tutte rigorosamente armate di una morbidissima piuma di pavone, per il buon uso del nuovo inquilino del Janna.
Ma forse, quest’ultima, è solo una mia invenzione.
Che lui mi contesterà per i prossimi trenta o quarant’anni.

As-salām ‘alaykum, Domenico Abdullah Buffarini.