Mangiar bene caccia via la malinconia

Ci sono due cose che non faccio praticamente mai in questo blog: recensire libri e ristoranti (o anche film e dischi, a dire il vero).
Non è una regola: è che generalmente lo trovo noioso.
E se non interessa nemmeno a me la mia recensione di qualcosa, figuriamoci agli altri.

Però ieri sera ho finito di leggere Pulp, l’ultimo romanzo di C. Bukowski, completato poco prima di morire nel 1994. Devo dire che mi sono commosso come neanche leggendo 10 Collezione Harmony di fila.

Bukowsky – nei panni dello sfigatissimo detective privato Nick Belane alle prese con alieni, Grandi Scrittori Resuscitati e Miss Morte in versione Jessica Rabbit, in una surreale parodia dell’Hard Boiled – racconta semplicemente la propria fine che sapeva sarebbe arrivata di lì a poco. Le ultime righe di Pulp fanno davvero scendere una lacrima sul viso, e piangere per quel bastardo figlio di puttana di Chinasky è davvero troppo.

Passiamo alla questione “ristorante”.

Naturalmente, visto il luogo (Viterbo), mi è subito venuta in mente la storia del vino prodotto nella vicinissima Montefiascone, l’Est! Est!! Est!!!: il coppiere che precedendo intorno al 1100 il proprio Vescovo amante del vino in viaggio verso Roma, deve segnalargli sulla porta delle varie locande quelle dove si trova il vino migliore con la scritta “est!” (“c’è!”). Giunto a Montefiascone lo scrive tre volte, tanto è buono il vino che beve (e, in effetti, lo è).

Stessa cosa devo dire dell’Osteria Salicicchia di Viterbo: est! est!! est!!!
A parte il fatto che si mangia una pizza veramente diversa e più buona di qualsiasi altra io abbia mai assaggiato, qualunque piatto ti proponga Luca – il gestore – ha sempre quel tocco di qualità e unicità capace di farti sentire un cliente “speciale” tra tutti gli altri. Vini, dolci, birra e caffè compresi.

Il tutto a un prezzo variabile da 10 a 20 euro a persona (se poi si vuol spendere di più, per carità, ma con queste cifre mangi bene e ti sazi abbondantemente).

L’Osteria Salicicchia si trova qui, in centro storico della bellissima Viterbo.

Luca, titolare dell’Osteria Salicicchia di Viterbo

Il ragazzo con lo smoking

Una bella intervista a Paolo Conte da Repubblica del 22 agosto.

Lei ha cantato suonatori di fisarmonica,ciclisti, puttane, assicuratori, ballerini di rumba, sfortunati gestori di bar, cassiere alascane, elettricisti, uomini e gatti svaniti in una tappezzeria. Nelle sue canzoni sembra esserci molto di Simenon. Qual è la sua letteratura preferita?

«Ho letto pochissimi romanzi e nessun personaggio mi ha particolarmente colpito. Fin da adolescente prediligevo la poesia, in particolare i novecentisti italiani. E Giorgio Seferis, lirico greco, il mio preferito. E ascoltavo, come tuttora, jazz arcaico e musica classica. Un po’ di lirica. Sono un Verdiano convinto».

Così si è seduto al pianoforte e si è detto: farò musica. E suo fratello Giorgio con lei. Tutto molto semplice?

«Da ragazzo avrei voluto studiare medicina, poi, per ragioni di convenienza famigliare – nonno, padre e zio notai – ho fatto per un po’ di tempo l’avvocato. Finché la musica non ha preso il sopravvento. Ricordo una vecchia battuta di Giorgio, di quattro anni più giovane, che scherza sempre sulle nostre differenze: in casa c’era uno smoking solo, lo hai preso tu».

Nasi tristi come salite, eleganze di zebra, labbra che si guardano, la campagna che abbaia, l’intorno che è solo pioggia e Francia. Si potrebbe andare avanti a lungo. Come nasce una canzone onomatopeica?

«Nel jazz arcaico o classico il linguaggio degli strumenti si è formato sull’imitazione della voce umana e dei versi degli animali. Quando mi sono messo a scrivere testi di canzoni non ho dimenticato quella tavolozza infinita. Ma c’è un altro aspetto: le parole lontane dal linguaggio parlato e rotolante mi danno di più sul piano dell’essenza poetica e ritmica».

Non gli poteva fregar di meno

Di fronte al nemico comune (o ritenuto tale) i neri Usa si sentirono innanzitutto americani e si dimostrarono impermeabili alla propaganda giapponese per “la solidarietà tra le razze nera e gialla”. E, sotto la spinta fraternizzante della guerra, neri americani vennero a morire dalle nostre parti per qualcosa che, diciamo la verità, non gli poteva fregar di meno: la libertà d’Europa. (Massimo Fini, Elogio della guerra, Marsilio)

E’ esattamente quello che mi sono chiesto io (non solo riguardo ai neri ovviamente) visitando il cimitero del Commonwealth di Bolsena: ma chi gliel’ha fatto fare di venire qui a morire per liberare l’Italia?