Fruck&Frac!

Prima di leggere queste poche righe date un’occhiata al video qui sotto. Dura 15″: “si può fare!” (cit). E’ un brevissimo spezzone tratto dalla terza stagione della bellissima serie di fantascienza “Battlestar Galactica“. Un prigioniero cede alle pressioni di uno dei protagonisti della serie, il capomeccanico Tyrol (The Chief), e gli rivela quel che vuole sapere. “Dica al Presidente di rilasciarli” concede a questo punto il Capo. “Frac!!!” ribatte il prigioniero. Che intende? Che il protocollo prevede che la liberazione di un prigioniero vada richiesta al Presidente in frac? Ovviamente no. Nella versione inglese originale il tipo impreca, arrabbiato con se stesso per aver ceduto. “Fruck!” urla: una variante un po’ più soft del ben noto termine inglese “Fuck” che in italiano si traduce con “Cazzo!” oppure “Fanculo!”.

Un’espressione comune utilizzata praticamente in (quasi) tutte le 73 puntate della serie. Ma nel doppiaggio italiano non viene tradotto e in questa come in tutte le altre puntate viene ripetuto in maniera letterale, trasformandosi incomprensibilmente in un “frac”, un abito da sera, che ogni tanto qualcuno infila nel discorso. Sembra una barzelletta. Lo è. Di sicuro è un buon motivo per abituarsi a guardare film e serie in lingua originale. In inglese, di certo (per un film norvegese saremo costretti a fidarci).

I 2200 anni della via Emilia

Pare che quest’anno la via Emilia compia 2200 anni e perciò si preparano grandi celebrazioni. Un po’ di tempo fa noi l’avevamo raccontata com’è oggi, evitando come la peste “l’effetto cartolina”, ma cercando lo stesso di metterne in evidenza tutto il fascino, felliniano. Questo che vedete è un breve spezzone del documentario “I migliori bar della via Emilia” di Martino Pinna (guest stars Ilmo Malagoli e Marco Balugani); poi ci sono gli scatti di Antonio Tomeo, “Emilia ritrovata“; e infine il mio reportage “Ritratto apocrifo di signora, ovvero: dell’Emilia e della sua via“.

12 giugno 1964. La guerra del Vietnam nello sguardo del “nuovo” Robert Capa

“Una mattina presto d’inizio aprile, alle 6.30, ho preso un autobus diretto a nord di Saigon, sulla Route 13. Era una giornata bellissima, luminosa e fresca: il cielo lindo di un blu meraviglioso. L’autobus era pieno di donne. Quasi tutti gli autobus in partenza da Saigon sono pieni di viaggiatrici perché generalmente nessuno dei belligeranti fa fuoco su mezzi carichi di donne”. Inizia così il reportage pubblicato sul numero di Life del 2 luglio 1965 (pag. 56) del fotoreporter giapponese freelance Akihiko Okamura (1 gennaio 1929 – 24 marzo 1985). Okamura si dirige verso nord (la Route 13 da Saigon – l’attuale Ho Chi Minh Ville – punta dritta verso il confine con la Cambogia) perché “intenzionato a fotografare i Vietcong”, termine che definisce i comunisti del Vietnam del sud (chiamati anche V.C. o Victor Charlie), i membri del Fronte di Liberazione Nazionale (N.L.F.) che combattono contro il regime filo-americano di Saigon.

Okamura, che è in Vietnam dal luglio 1963 come inviato della Pan Asia Newspaper Alliance (PANA), ha idee molto precise. E’ intenzionato a: 1) incontrare un alto ufficiale dei V.C., preferibilmente il teorico dei ribelli sudvietnamiti, Huynh Tan Phat; 2) intervistare un prigioniero statunitense (nell’aprile 1965 gli americani presenti in Vietnam sono poco più di 20 mila, formalmente ancora come “consiglieri militari”, anche se da lì a pochi mesi sarà ufficializzato l’intervento diretto delle truppe statunitensi nel conflitto); 3)  fotografare un villaggio controllato dai vietcong; 4) poter avere accesso alle prove, se esistenti, dell’uso di armi chimiche da parte degli americani; 5) documentare l’esistenza di consiglieri stranieri, se presenti, di supporto ai viet; 6) la possibilità di intervistare un giornalista vietcong.

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1 ottobre 1964. Innamorarsi, sposarsi e avere dei bambini

Intervistato da Gino Castaldo su Repubblica, Ivano Fossati ricorda Giorgio Gaber dal quale – rivela – “ho imparato soprattutto a stare sul palcoscenico. Maestri dell’arte di stare sul palco come Gaber ce ne sono stati pochi e siccome ho avuto la fortuna di vedere molti suoi spettacoli, ho imparato molto”. Il Gaber più amato da Fossati è quello “della prima parte della sua carriera, quella degli anni Sessanta, quando parte dal basso, fa canzoni meravigliose come Le strade di notte (…)”:

Le strade di notte
mi sembrano più grandi
e anche un poco più tristi
è perché non c’è in giro nessuno.

Il brano è stato pubblicato da Gaber, allora ventunenne, nel 1961 su 45 giri, per venire poi prestato ad una giovane e ancora sconosciuta Gigliola Cinquetti che, nel 1963, vince con questo pezzo il Festival di Castrocaro. E’ il trampolino di lancio per la Cinquetti che grazie a questa vittoria partecipa l’anno dopo a Sanremo con “Non ho l’età”, raccogliendo un nuovo trionfo.

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