Qual è la lettura perfetta per una singola giornata al mare?

Diamo subito la risposta esatta: è “Tifone” di Joseph Conrad. Il motivo più banale per fare di questo romanzo breve o racconto lungo la miglior lettura possibile per una per una toccata & fuga marina è naturalmente la sua lunghezza: a seconda delle edizioni, un centinaio di pagine. Il che lo rende perfetto per essere tranquillamente concluso nell’arco della giornata intervallandolo senza problemi all’intero ciclo di bagni, al pranzo a sacco, alla pennichella pomeridiana e a ogni altra possibile variante relativa ai gusti individuali.

[Spoiler: con la scusa dei libri, qui si parla di tutt’altro].

La storia è piuttosto semplice: il piroscafo commerciale Nan-Shan navigando per i mari cinesi, si imbatte in un terribile tifone al quale scamperà per miracolo. A comandare il battello è il capitano inglese MacWhirr e la sua breve descrizione, che fa anche da incipit al romanzo, è un capolavoro di psicologia e un pugno nello stomaco per chi, non conoscendo affatto Conrad, tende a ridurlo a “interprete magistrale di atmosfere esotiche” o, peggio ancora, a un autore “per ragazzi”:

Il capitano MacWhirr, del piroscafo Nan-Shan, aveva, per quanto concerne l’aspetto esteriore, una fisionomia che rispecchiava fedelmente l’animo suo: non presentava alcuna distinta caratteristica di fermezza o di stupidità; non aveva, assolutamente, alcuna caratteristica pronunciata; era soltanto comune, insensibile e imperturbabile”. E poi ancora: “Dato che possedeva appena quel tanto di immaginazione sufficiente a consentirgli di vivere alla giornata, e non di più, era serenamente sicuro di se stesso; e per questa identica ragione non sapeva che cosa fosse la vanità. E il superiore immaginoso ad essere suscettibile, arrogante e diffìcile da soddisfare; ma ogni nave comandata dal capitano MacWhirr era stata la dimora galleggiante dell’armonia e della serenità”.

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Le cassiere dell’Esselunga leggono Bukowski

Non ho mai seguito la pagina Facebook di Matteo Bussola. Ma siccome sono “amico” della sua compagna Paola Barbato, che dei due era quella “famosa” come romanziera e soprattutto sceneggiatrice di Dylan Dog, in qualche modo ogni tanto lo vedevo comparire sulla mia bacheca Fb per interposta persona. Perché i post di Paola li leggo quasi sempre anche se non li commento mai. Fa un po’ voyeur, lo so, ma Facebook è così, dai. Comunque, Bussola era lì, sullo sfondo, a fare silenziosamente il “compagno di Paola” e il padre delle loro tre figlie. Sapevo pure che, a parte questo, fa il fumettista per la Bonelli. Roba che però io non leggo, Adam Wild. Non leggo nemmeno Dylan Dog a dire il vero, ma siccome Paola l’ho intervistata ormai un po’ di anni fa quando era venuta a Modena al Bonvi Parken, ho mantenuto un certo legame con lei. Solo io. Lei non sa neanche chi sono, ma Facebook è anche così, dai.

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Per farla breve, un giorno da un post di Paola apprendo che Bussola detto Matteo Silente ha pubblicato un libro per Einaudi. Si intitola “Notti in bianco, baci a colazione“. “Ma guarda un po’ – penso con ghigno da stronzo – Silente si è svegliato“.

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Non sei riuscita a cambiarmi

Non ricordo esattamente l’anno, di sicuro intorno alla metà dei Settanta. Ero un bambino allora. Mio padre mi portò con sé una sera a Pordenone a vedere un concerto di Fabrizio De André. Ricordo un capannone che allora mi parve immenso con lui e la band su un palco appena rialzato dal suolo. E un fumo talmente denso che per tutto il concerto mi bruciarono gli occhi.

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Quel che avanza del nuovo

Una volta, chiacchierando con Maria Teresa, storica bibliotecaria – oggi in pensione – di Vittorio Veneto, le chiesi come era stato possibile che nessuno si accorgesse che “l’Italia dei geometri”, quella che indicativamente è stata edificata dagli anni Sessanta fino al Duemila più o meno, avrebbe devastato il nostro Paese rendendolo un orribile agglomerato di villette e villettine, palazzine e palazzoni, architettonicamente uno più brutto dell’altro.

La mia domanda non era tanto di natura storica. Partendo da quella prospettiva alla risposta ci arrivavo da solo: l’Italia del boom, anche edilizio, per cui dalla povertà del dopoguerra si passava a una ricchezza diffusa e molto più equamente distribuita. L’Italia che dalla famiglia patriarcale, estesa, passa alla famiglia nucleare. Quindi via a una casa, o un appartamento, per tutti, per tanti, di proprietà o in affitto. Edifici costruiti tipo catena di montaggio, senza andare tanto per il sottile.

No, non era storica la mia domanda, ma di natura estetica. O psicologica, se vogliamo. Come facevano allora a non accorgersi che ciò che stavano costruendo era infinitamente più brutto di ciò che spesso demolivano per far spazio al “nuovo”?

Maria Teresa, allora, mi diede una risposta del tutto simile a un brano che ho trovato ieri sera in un libretto che sto leggendo, “Invecchiando gli uomini piangono“.

“Moderno” era la sola parola alla quale Suzanne faceva riferimento, con l’eccezione di Dio, dato che non perdeva mai una messa della domenica. Era convinta che la vita moderna fosse la migliore risposta alle sue preghiere dopo gli anni di privazioni e fatiche che aveva dovuto sopportare durante la guerra e la liberazione, quando il marito era tornalo dalla prigionia. Ogni giorno Suzanne, le mani giunte e le maniche rimboccate, benediva il più fervido messaggero dei tempi moderni, l’angelo troppo grande e dalla voce tremula, che Dio aveva inviato alla Francia, il generale de Gaulle, al quale non faceva nessun rimprovero, nemmeno quello di averle mandato il figlio in Algeria. 

Fu dunque con grande applicazione e devozione che si mise a demolire il mondo di prima della guerra per cercare di costruirne uno nuovo. Niente a che vedere con il Paradiso della Genesi, troppo rustico per lei, e ancor meno con quel paradiso comunista al quale credevano suo cognato e sua cognata; Suzanne metteva tutte le proprie speranze in un mondo che non era mai esistito prima, un mondo di perfezione, alla costruzione del quale voleva partecipare con la più grande devozione. Ma per quanto avesse fatto intonacare in cemento le mura esterne della cascina e le avesse fatte ridipingere di bianco, per quanto avesse fatto armare gli architravi e sostituire le finestre, niente aveva l’aria di nuovo. Casa Chassaing, nel cuore di questo paese che nel tredicesimo secolo era stato un lebbrosario troglodita, era diventata una vera eccezione, un’eccezione dall’aria pulita. 

La pulizia era la prova eclatante e incontestabile dell’impegno con cui affrontava la vita moderna e che l’avrebbe portata, un giorno, a fuggire da questo buco per andare a vivere in un villino chiavi in mano o in un appartamento in città, luminoso, all’ultimo piano di un condominio nuovo. Non disperava di convincere Albert. Aveva a disposizione tutti gli argomenti di cui avrebbe avuto bisogno al momento opportuno, non fosse altro per la vicinanza della fabbrica che avrebbe consentito al marito di non prendere il pullman degli operai facendogli guadagnare molto tempo ogni giorno.

Immagini: in alto il condominio Quadrilatero, in centro a Vittorio Veneto, costruito nei primissimi anni ’70, cercando di “interpretare” in chiave moderna il vecchio edificio, presumo realizzato verso fine Ottocento, primi Novecento (le tre foto in basso), demolito per far posto alla nuova costruzione.  


Cosa non si fa per un clic in più

Durante il festival di Sanremo di questi giorni, un gravissimo lutto colpisce il cantante dei Ricchi e Poveri, Franco Gatti. Il figlio viene trovato morto nella sua casa in Liguria. La notizia fa il giro d’Italia in un battibaleno, naturalmente. Un evento tragico che ieri, in home, corriere.it titola così: Muore di overdose il figlio di Franco il «baffo» dei «Ricchi e Poveri».


Il link del titolo rimanda naturalmente a un pezzo interno: questo. Dove però, sorpresa (si fa per dire), la notizia assume toni molto diversi. Il titolo intanto, incentrato sulle conseguenze per il festival di questa scomparsa: Muore il figlio di Franco il «baffo» dei «Ricchi e Poveri»: esibizione cancellata.

Il pezzo poi riporta le dichiarazioni di Gatti padre. «Mio figlio aveva il terrore degli stupefacenti. Si sta infangando la memoria di un ragazzo di 20 anni. Negli ultimi giorni aveva avuto problemi di intestino e stomaco. Chissà, forse, è stato vittima di un attacco di cuore. Aspettiamo l’autopsia».

Adempito al compito di dar voce alla difesa, chiamiamola così, il Corriere poi te la racconta giusta. La verità, insomma. Questa: “Gatti ha sostenuto che a casa del figlio la Polizia Scientifica non ha trovato tracce di droga in casa. In realtà le agenzie di stampa riferiscono che sono state rinvenute tracce di una polvere bianca su un tavolo. Ma non si sa ancora di che sostanza si tratti, sono in corso le analisi di laboratorio”. Analisi che però, stando a quanto riporta TGcom, non sono state in grado di accertare se effettivamente la polvere bianca di cui sopra fosse effettivamente cocaina o altra sostanza simile.

Al momento insomma, la morte di un ragazzo di soli 23 anni resta un mistero che solo l’autopsia potrà probabilmente chiarire. A tutti, fuorché al Corriere e ai suoi lettori. Che, evidentemente, già sanno.