Web 3.0

A proposito di un mio post sul futuro della rete (anche se non l’avevo definito web 3.0), Samuninho mi segnala una t-shirt pescata da qui.
Alé!

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Web 3D

Io lo definisco il passaggio dal web cerebrale (e unidimensionale) al web emozionale e fisico.
D’accordo, un’evidente forzatura.
Ma certo l’Internet che verrà sarà in 3D.

Ecco alcuni primi esempi:
3Bnet
Weblin

Per altro: “le voci di un interessamento di Google alla costruzione di un mondo virtuale tutto suo sullo stile di quello creato quattro anni fa dalla Linden Lab (SecondLife, per quei pochi che ancora non lo sapessero) cominciano a diventare consistenti“. Da Repubblica.it: Google sogna una sua SecondLife.

Think only peer to peer

I due precedenti post non devono confondere le acque.
Fashion doesn’t fit me so deeply.
Guardo a tutto l’ambaradan che si muove intorno all’UCG (User Generated Content) con una certa ironia.

Sono convinto che in diversi cavalchino la moda senza comprenderne la sostanza.
Immagino che oggi in molte aziende – old o new economy – circolino idee brillanti del tipo: “Hey, lanciamo una campagna dove siano gli utenti a realizzare degli spot pubblicitari per noi, rendiamo commentabile alcune parti del nostro sito internet, mettiamo in piedi un blog aziendale, apriamo un account su Flickr o Facebook…” e via cimentandosi 2.0 volte o anche più.
Nulla di male in questo, per carità.

Però attenzione, perché il mezzo sta cambiando radicalmente anche la natura del messaggio.

Non deve sfuggire la questione di fondo: l’era della collaborazione di massa – la wikinomics raccontata così bene da Don Tapscott e Anthony D. Williams (in italiano il libro è pubblicato da Etas) – inciderà anche su qualcosa, l’economia stessa, i cui meccanismi attuali forse non tutti vorrebbero fossero toccati alla radice dall’esplosione di “una nuova economia democratica in cui ciascuno di noi ha un ruolo da protagonista”.

Secondo Tapscott e Williams la peer production spazzerà via consolidati meccanismi fondati sull’autorità e il controllo (applicateli ovunque vogliate, un’azienda o un partito, poca cambia) aprendo la strada a una rivoluzione in cui, per la prima volta nella storia, masse significative (se non enormi) parteciperanno all’economia con la capacità reale di incidere sui suoi meccanismi. Di trarne misurabili vantaggi personali in quest’era in cui presente e futuro sembrano in mano, almeno dal punto di vista economico-finanziario, a pochissimi.

“Mai prima d’ora – scrivono i due – gli individui hanno avuto abbastanza potere, né opportunità, per unirsi in reti di peer a maglie larghe al fine di produrre beni e servizi in modo assai tangibile e continuo. La maggior parte delle persone era confinata in ruoli economici di portata relativamente limitata: si trattava di consumatori passivi di prodotti del mercato di massa oppure di dipendenti intrappolati nei livelli più bassi delle burocrazie amministrative, costretti ad obbedire agli ordini del loro capo. […] Oggi è in atto una rivoluzione”.

E ancora: “MySpace, YouTube, Linux e Wikipedia – che oggi costituiscono i migliori esempi di collaborazione di massa – sono solo l’inizio: una manciata di personaggi familiari nelle pagine iniziali del primo capitolo di una lunga saga che cambierà molti aspetti del funzionamento dell’economia”.

Per questo lanciare un contest chiedendo la collaborazione dei costumer (magari avendo l’accortezza di chiamarli prosumer) di per sé, non significa assolutamente niente.

Facciamo le cose per bene

Leggo con enorme interesse i puntuali resoconti di Antonio Volpon su FucinaWeb della conferenza londinese Future of Web Apps.

Riporto testualmente i punti salienti evidenziati da Antonio, dei quali però consiglio una lettura dettagliata uno ad uno
Stimoli a non finire a chi ha orecchie per intendere.

– lamentarsi dei cambiamenti è una reazione normale (riferito all’introduzione di nuove funzionalità nei servizi di social networking e della reazione degli utenti).

– se le query sono troppo complesse, meglio evitarle (questa la dice lunga sull’infrastruttura di certi servizi di social networking, e sul fatto che Pownce funzioni ancora a invito).

– Facebook fa più traffico con le proprie applicazione scritte in poco tempo, come le foto, piuttosto che quelle dedicate (come Flickr di Yahoo! per esempio). Il motivo è che sono integrate nel profilo dell’utente Facebook, quindi facilmente accessibili.

– meglio avere il 10% di un’azienda che vale 100 che il 100% di un’azienda che vale 5.

– non si fanno più i business plan: per Feedbruner non sono stati fatti. Sono cose che servono per dire cosa ci sarebbe piaciuto fare, piuttosto che quello che si fa. Anche gli investor non li leggono più.

– cercate persone con ottime competenze per area di esperienza, ma non con competenze troppo specifiche

– le architetture aperte attaccano anche la concorrenza, che si trova a rivaleggiare non con un prodotto in scatola, ma con un’architettura estensibile.

– non raccontiamocela: per far partire una startup i soldi servono, eccome