"Politicamente non mi interesso di politica"

Sorelle d’Italia – in concorso al Viaemili@docfest – è un bello spaccato dell’Italia contemporanea filtrato dagli occhi delle tante donne intervistate, da nord a sud. A tutte loro è stato chiesto cosa pensano di Silvio Berlusconi. Una domanda che  dà la stura a ciò che si muove nella pancia del Paese intero. E che spiega perfettamente le ragioni dell’egemonia cultura e politica del berlusconismo in questi ultimi vent’anni.

Gli autori di “Sorelle d’Italia” Lorenzo Buccella e Vito Robbiani

Una romantica domenica sulla riviera romagnola

Una lettera su Repubblica dell’8 giugno 2011:

Domenica 5 giugno, nel bel mezzo del rientro dal ponte, acquisto un biglietto per un treno regionale da Riccione a Bologna (circa 9 euro). Timbro il biglietto ed attendo. All’arrivo del treno, io ed altri passeggeri siamo letteralmente impossibilitati a salire per l’assoluta mancanza di spazio (non c’era posto nemmeno sul primo scalino, neanche spingendo un po’). A treno ormai andato, mi sono recato in biglietteria insieme ad altri viaggiatori, chiedendo il cambio del biglietto per un Intercity successivo (pagando la differenza ovviamente, 3 euro). Niente da fare. Andava acquistato un biglietto ex novo. Persino nei negozi di basso livello quando si acquista un prodotto c’è il diritto di recesso per problemi inerenti alla vendita.

Beh uno dice, hai voluto infilarti in riviera una romantica domenica d’estate?
E allora son beghe tue: niente rimborso.

e11 - SpritzOne Day @ Aquafan - Animazione Cocoricò

Aistan e la centrale di pace di Caorso

26 ottobre 2010. Nel parlamentino regionale emiliano si discute di nucleare. Il leghista piacentino Stefano Cavalli presenta una risoluzione “per impegnare la Giunta ad attivarsi per dismettere definitivamente – nei tempi previsti – la centrale nucleare di Caorso”.
Segue dibattito.
Al quale interviene anche il consigliere reggiano del PDL Fabio Filippi, naturalmente a favore dell’energia nucleare.
Contribuendo alla discussione rispolverando un bell’intervento “da guerra fredda” a supporto della sua tesi (in sostanza, per Filippi, Chernobyl fu un disastro comunista).
Ecco uno stralcio del suo intervento:

Purtroppo qualcuno, perché vi sono sempre gli esseri malefici, ha pensato di utilizzare questa scoperta in modo dannoso, perché Chernobyl era una centrale atomica di guerra, non di pace. È come se io volessi andare in autostrada con un carro armato, ci posso andare, ma appena esco dall’autostrada non riesco a transitare da nessuna parte. La centrale di Chernobyl era una centrale nucleare di guerra, russi, sbagliando, l’hanno voluta trasformare in una centrale di pace ed è successo quello che tutti sappiamo, ma sono passati trent’anni. Io che non sono un incosciente, nell’86 ero da poco sposato e avevo la mia bimba piccola, si diceva che il nucleare colpisce soprattutto i bambini piccoli, quindi dovevo andare al referendum, ma io ho votato secondo coscienza e guardando avanti, non come i grillini che guardano alle prossime elezioni perché loro devono prendere dei voti, io non ho problemi, io sono qui, posso non esserci la prossima legislatura, i cittadini facciano quello che vogliono, io esprimo il mio giudizio obiettivo, guardo avanti“.

A qualcuno è venuto in mente di fare dell’intervento di Filippi un rap.
Nel nome della scienza, naturalmente.

La sinistra e il complesso dei migliori

La campagna acquisti del Milan di questo e la lettura di questo articolo sul nuovo colpo di marketing politico del berlusca, mi hanno fatto tornare in mente un mio pezzo scritto per VicenzaAbc qualche anno fa.
Ecchilo:

“Metti ‘sti cazzi di migranti davanti”
Luca Casarini, beccato da Striscia la notizia, mentre si rivolge ai propri compagni durante una manifestazione

“Voila les abruties”, ecco qua gli abbrutiti, dicevano le mie zie e nonne, con feroce ilarità di classe, indicando, dal loro bel terrazzo di montagna, le piccole avanguardie di turisti del week-end che allestivano al bordo della strada, a portata di utilitaria, i loro indiscreti picnic. Così inizia un memorabile articolo (“E il popolo in vacanza occupò il panorama”) in cui Michele Serra, da uno spunto apparentemente ameno come la villeggiatura (ma, a proposito di linguaggi, chi la chiama ancora così?), prova a fare i conti con il problema – tutto di sinistra – di conciliare la propria idea di massa con la massa, quella vera. Quella fatta di impiegati e fruttivendoli, operai e panettieri che l’utopia socialista (e comunista) sognava di far ascendere alla ribalta della storia. Sogno realizzato. O quasi. Che, per elevare le masse, ben più dell’Utopia ha potuto il Mercato.

Al punto che oggi, a far da metro alla quantità di palcoscenico conquistato, più che i diritti acquisiti da anni di battaglie sociali, è il numero di auto, telefonini e televisori pro capite. Non a caso sgranati come un rosario scaccia streghe da Silvio Berlusconi, uno che per altro alle masse sa parlare non per finta (chi altro sarebbe riuscito a risultare credibile, stravincendo un’elezione, con argomenti quali ‘meno tasse per tutti’?). Guai a dirlo che fa brutto, ma certi numeri letti all’incontrario sembrano il segno della invincibile resa della sinistra. L’equazione di una sconfitta. Tradotto: nonostante il benessere diffuso, il popolo un tantinello bue lo resta sempre. Tanto più che nemmeno uno dei più grandi successi dell’Utopia, l’università per tutti che doveva regalare al popolo le rose visto che al pane aveva già provveduto il boom economico degli anni ’50 e ’60, proprio proprio di massa non è più. O lo è sempre meno. Così come il posto sicuro, la sanità o la legge uguale per tutti.

Adesso, tramontato il Sogno, riluce la verità ineffabile che abita l’intimo di ogni vero ‘sinistro’: il popolo in quanto tale è pressoché insopportabile. Il popolo che in questi giorni si ammassa all’Ikea di Padova, mobilificio for the masses per eccellenza (una spruzzata di ‘stile’ a prezzi relativamente bassi), il popolo che a milionate si incolla davanti alla tv-spazzatura del ‘grande fratello’, il popolo che ad agosto la partenza intelligente non se la sogna manco di notte, il popolo che chiagne e fotte, come si dice a Napoli (ma vale anche a Vicenza), beh quello, è lontano anni luce dal composto aplomb assunto dalla variante ‘moderna, europea e riformista’ della sinistra che pure si professa ‘di governo’. Ma anche – e la banana su cui è scivolato Luca Casarini è lì a dimostrarlo – dai vari parolai rossi che pure al Popolo fingono di rivolgersi ancora con la maiuscola. E’ vero, la sinistra è antipatica. Soprattutto al popolo. E perciò fatica a vincere o, in qualche caso, non vince mai. Ma il sentimento – ed è la sostanza della questione – è del tutto reciproco. Come l’incomprensione.

Perché si fatica a capire come l’operaio e pure l’impiegato, nonostante oltre un secolo di Dottrina, la sera a casa invece che sottolineare puntigliosamente l’ultimo saggio di Joseph Stiglitz sulla globalizzazione, preferiscano svaccarsi in poltrona davanti la De Filippi. Perché, dovendo scegliere tra un Paolo e l’altro, antepongano Maldini a Flores d’Arcais. O una chiappa della Ferilli a un dibattito con Livia Turco. Inspiegabile. A meno che non si ripeschi dal cilindro un vecchissimo slogan: ricordate? Socialismo o barbarie! E visto che del primo s’è persa ogni traccia, logica vuole che a prevalere sia stata la seconda. Oppure – dannazione, chi l’avrebbe mai detto? – il potere operaio è proprio questo qui.

Davide Lombardi – VicenzaAbc n. 113 del 7 ottobre 2005

Il senso civico dell’arachide

Vado sempre a far la spesa nella coop più vicina a casa mia, all’imbocco di via Canaletto sud.
Un posto che più che un supermercato sembra un porto di bucanieri per la gente che gira da quelle parti.
Come dire: il posto giusto per l’uomo giusto.

Ogni volta o quasi, mi piace prendere un’arachide dal cestone dove sono esposte (non una manciata, non cinque, non due: una!) e mangiarmela lì per lì.
Così, per sfizio. Per sentire se è fresca o secca. Perchè la coop sei tu, quindi anch’io, e con tutti i soldi che le ho dato in una vita, una piccola arachide me la posso gustare lì, a sbafo nel mio supermercato.

Tra l’altro in questo periodo, per problemi alla schiena che – alla faccia della mia privacy – ho reso noti in tutto il web, giro pure con le stampelle.
Sono un portatore di handicap (e indulgenza) vero e proprio.

Per farla breve: finito il tour da 120 (centoventi) euro di acquisti esco a fumarmi una sigaretta mentre mia moglie fa la fila e paga.
Da dietro la vetrina la vedo confabulare con la cassiera e l’addetto alla sicurezza.

Sono stato segnalato alle casse da una signora.
“C’è uno che si è mangiato un’arachide”
“Uno chi?”
“Quello lì – indica oltre il vetro – quello con le stampelle”.
La cassiera è una che la sa lunga: “Eh, ma non è mica la prima volta. E’ già stato notato in passato”.

Mia moglie, incolpevole e sotto mentite spoglie sino ad allora, finalmente interviene cercando di metterci una pezza: “Veramente sarebbe mio marito. Scusatelo, ma sta male (cazzo c’entra con il furto dell’arachide, ma vabbé…), vedete: c’ha le stampelle” (solo dopo un po’ colgo lo spessore dell’intervento: brava! cerchiamo subito di indurre ad indulgenza per l’invalido).
Infatti, l’addetto alla sicurezza lascia correre e mi permette di fumare ignaro e in pace mentre dentro si sparla di me, “il tizio” occasionalmente “con le stampelle”, meglio noto come il ladro d’arachidi.

Morale: una stampella fortunella anche per la signora che mi ha “segnalato”. Finché questo paese sarà permeato da un simile senso civico, toccherà a tutti rigar dritto: anche ai ladri di arachidi come me.