Coral negro de La Habana

Enloquezco de ganas de dormir a su ladito porque Dios! que esta Flaca a mi me tiene loquito.

Annunci

A muso duro

Su Note Modenesi, il mio servizio realizzato a quattro mani con Martino Pinna e accompagnato dalle foto di Antonio Tomeo, sull’Accademia pugilistica modenese.

C’è chi ha la faccia da sbarbatello letteralmente appena uscito da scuola e dà pugni come un duro. C’è invece chi ha la faccia da duro ma non se la sente di colpire gli altri sul ring e allora si accontenta del sacco. Alcuni lo fanno solo per tenersi in forma. Altri perché vogliono diventare dei campioni. Quasi tutti lo fanno per sfogarsi.

Noi profani, ammettiamo l’ignoranza, eravamo fermi a gente come Muhammad Ali (che ancora è un modello per tutti) o Toro Scatenato. E poi? Mike Tyson, certo, ma soprattutto perché ha riempito paginate di giornali per le sue imprese fuori dal ring. Ma le star del pugilato contemporaneo, quelle a cui si ispirano i giovani pugili del’Accademia Pugilistica Modenese, hanno nomi esotici e accattivanti come Floyd Mayweather o Manny Pacquiao. Sono le loro imprese, oggi, ad avvicinare i ragazzi al ring. In città i giovani pugili sono più di quello che ti potresti aspettare: ragazzi e – a sorpresa ma neanche tanto – anche molte ragazze: Million dollar babies…

A scorrere i nomi sulla pagina degli agonisti del sito dell’Accademia incroci nomi come Jean Marc Yao Assouman, Mohamed Yasser Rochdi, Xhulio Marleci. Scontata la risposta: quelli disposti a fare botte sono solo i cosiddetti “nuovi italiani”. E invece no, non è così. Perché dei nove pugili che praticano lo sport a livello agonistico nell’Accademia, cinque sono italiani d’antica data.

Leggi il resto dell’articolo su Note Modenesi


Perché voterò Matteo Renzi

Una decina di giorni fa ho assistito a Bologna a una manifestazione di protesta dei concessionari delle spiagge. Venivano da tutta Italia. Saranno stati in duemila, forse tre, ma facevano casino per un milione. Gli slogan, oltre a quello più trasversale e buono ormai per qualsiasi occasione (“Politici di merdaaaaaa!!!!”) erano: no alle aste per le concessioni; proroga illimitata a quelle attuali. Insomma, nessuno tocchi questi diritti acquisiti (!?), in contrasto con la direttiva europea che vorrebbe invece fossero messi a bando (ma solo dal 1 gennaio 2016: i nostri hanno già ottenuto una proroga). Liberalizzazione sulla quale vorrei vedere chi non è d’accordo, a parte Assobalneari naturalmente.

Ricordo che quel giorno ho pensato: ma figurati se non otterranno quello che vogliono e aste, bandi e direttive europee andranno a farsi friggere. A quanto pare sono stato facile profeta: ieri Pdl e Pd hanno presentato un emendamento al DL sviluppo che farebbe slittare la scadenza prevista,  per il 2015 appunto, di altri 30 anni. All’infinito in pratica. Con buona pace di tutti.


E’ che in Italia è così. Siamo un Paese fermo da anni ai blocchi di una partenza che non parte mai. Mica solo per la finanza cattivona, la Merkel, l’uomo delle banche Mario Monti, il ventennio berlusconiano (che linguisticamente e storicamente suona così bene anche se in realtà i suoi anni di governo sono stati parecchi di meno), quel furbastro di Marchionne… e via così, di bersaglio in bersaglio. Che saran pure tutti giusti – come bersagli – ma finiscono per mancare quello che, per me, è il più grosso. Siamo costantemente al palo anche, e soprattutto, perché dopo essere stato per secoli un Paese di comuni, città e provincie (anche se si chiamavano Ducati o Regni) oggi siamo un Paese di corporazioni.

E ci metto dentro tutti: mica solo gestori di bagni o i tassisti, ma anche i politici, i notai, gli avvocati, i giornalisti (crisi della carta stampata a parte, oggi c’è una maggioranza di peones senza futuro e senza speranza che pratica il mestiere e una minoranza – opinion leader compresi; anzi, soprattutto loro – che godono di stipendi e benefici che difendono con le unghie e coi denti), il sindacato, i dipendenti pubblici, gli industriali… Insomma, tutto e tutti. O quasi. Ad esclusione naturalmente di quelli che nei vari cerchi magici delle corporazioni non sono riusciti a suo tempo ad entrare e oggi sono precari e sfigati, disoccupati e dimenticati. Gli esclusi insomma. Oggetto di oceani di chiacchiere che si traducono quasi sempre in un perfetto nulla o, al limite, introducono se possibile condizioni ulteriormente vessatorie.

Ho titolo per parlarne, penso: sono precario da almeno quindici anni.

Il punto per me, allora, non è di eliminare tout court i diritti di chi li ha già (ma vogliamo parlare dei gestori dei bagni pubblici, tanto per rimanere all’intro di questo pezzo?), ma certamente di redistribuire quelli esistenti e, possibilmente e sicuramente, aggiungerne di nuovi: a una vera flexsecurity in questo Paese dovremo arrivarci prima o poi, non ci sono alternative.

Per fare questo però bisogna rompere il blocco delle mille corporazioni (a partire dai giornalisti, il cui ordine di cui faccio parte, abolirei oggi. No, ieri) e creare un vero dinamismo nel mondo del lavoro, non una flessibilità tutta giocata al ribasso e sul ricatto di chi deve accettare qualsiasi condizione pur di poter lavorare, in assenza di qualsiasi tutela.

Un mondo in cui io faccio il giornalista perché lo so fare: so scrivere, fare video, montarli, fare un’intervista come si deve, cercare sempre il pelo nell’uovo e non fare il servo prezzolato del membro della corporazione di turno, conosco il web e lo so usare (perché, cari amici della carta stampata, questo evoluzione viene richiesta oggi a chi vuol fare il mestiere…) e non perché sono parte di un ordine la cui costosa macchina serve solo a mantenere i privilegi di chi li ha già, foraggiare l’istituzione stessa, stampare penose riviste regionali, mantenere orridi siti web e poco altro.

Ma veniamo al punto: tra Renzi e Bersani chi mi può garantire meglio questa svolta che personalmente ritengo decisiva per rimettere in moto il Paese?

Forse che Renzi ha programmi più in sintonia con quello che penso, il suo esibito giovanilismo mi regala qualche illusione di dinamismo in più, le sue impertinenze da Pierino mi convincono maggiormente rispetto alla bonarietà paciosa e tranquillizzante di Bersani, che volutamente si rifà a Romano Prodi (a dimostrazione che la comunicazione la maneggia anche lui, pur non avendo dietro Giorgio Gori)?

Niente di tutto questo.

Penso sinceramente che Bersani e Renzi, forse con modalità e tempi diversi, con qualche sfumatura certamente differente, ambiscano sostanzialmente agli stessi obiettivi: su tutti, ridare fiato a questo Paese fiaccato, senza per questo sfasciare il welfare all’europea che è ciò che ci differenzia veramente dal modello americano. Bersani lo ha dimostrato nelle sue esperienze da ministro e, giustamente, lo rivendica: quelle poche liberalizzazioni buone che ci sono in Italia (perché ci sono anche cose che non vanno liberalizzate o liberalizzazioni del tutto finte che si traduco in cartelli sempre e comunque a nostro svantaggio) le ha fatte lui.

Penso sopratutto che, messo com’è questo Paese dal punto di vista finanziario ed economico, entrambi potranno fare ben poco di quello che promettono. Al massimo potranno cercare di distribuire le risorse in maniera più oculata rispetto a quella scellerata con cui è stato fatto finora. Riusciranno magari a impostare, in maniera forse parzialmente differente, delle politiche d’indirizzo i cui effetti vedremo in futuro, più che nella gestione ordinaria che dovranno affrontare nell’immediato, con questa congiuntura europea e mondiale.

E neppure, per andare un po’ più sul personale, penso minimamente che Bersani, come uomo e come esponente politico, sia meno capace o onesto, spero effettivamente interessato al bene comune, di quanto lo possa essere Renzi.

E allora, perché scelgo Renzi? Perché il sindaco di Firenze è quasi del tutto privo di ciò che invece grava come un macigno oggi e in futuro sulle spalle di Bersani: quella filiera di intrecci che da Roma fino al più sperduto angolo del Paese lega gli esponenti del PD (come quelli degli altri partiti, dal PDL alla Lega) a quel sistema corporativistico di cui parlavo sopra, quel meccanismo che, nelle sue varianti centrifughe o centripete, fa si che mille gestori di bagni possano imporre una legge a loro esclusivo interesse, che in questo Paese non si tocchi mai nulla che vada a minare l’interesse dei pochi anche se i benefici ricadrebbero in maniera evidente sui molti. E via mantenendo saldamente immobile l’esistente: perché qualche interesse di qualcuno che non vuole essere toccato, qualsiasi cosa tu faccia, finisci inevitabilmente per toccarlo.

Non che a Renzi manchi la sua rete personale. Tanto per far nomi per i quali viene costantemente attaccato: Giorgio Gori, Davide Serra, e chissà, qualche altro supporter meno noto ma altrettanto decisivo per la sua campagna e il suo futuro. Ma appunto, si tratta di una rete poco più che personale: chi disconosce che al sindaco manchi totalmente un radicamento d’interessi a raggiera dalle Alpi alla Sicilia, o non conosce la realtà, o finge di non conoscerla.

Eppure proprio questa libertà, dal mio punto di vista, diventa un valore nel Paese delle Corporazioni e degli Interessi Particolari ai quali invece, quell’onest’uomo di Pierlugi Bersani, finisce per essere invischiato al di là delle sue personali intenzioni e volontà. E la speranza è dunque che, per una volta, in questo buco, in questo vuoto temporale di assenza di riferimenti che si verrebbe a creare, possa emergere almeno per un breve tratto di strada, il Bene Comune, prima che gli interessi di parte prendano di nuovo il sopravvento ristabilendo nuovi equilibri. Come è sempre stato e sempre sarà.

Per questo, domani al ballottaggio per le primarie del centro sinistra, voterò Matteo Renzi.


Paterna beatitudo

Una recensione di Claudia Mambelli sul mensile L’Opera in edicola oggi: “Nozze di Figaro, primo frutto della trilogia Mozart-Da Ponte”.

Sul palcoscenico della Sala Gendolfi della Corale Verdi la bacchetta del M° Franco Felloni sull’organico dell’Orchestra Filarmonica delle Alfonsine di Ferrara asseconda l’aspetto narrativo con ritmo spedito recuperando un’atmosfera efficacemente risolutiva nella timbrica approfondita che però tende a sacrificare le voci dei giovani interpreti, allievi della brava e instancabile Elisabetta Emiliani.

Bene integrato è il coro, come del resto accade per le singole voci che dimostrano una certa capacità interpretativa, forti di una spiccata personalità nella scelta di un dramma di Beumarchais dove tutto si confonde e dove si intrecciano amore e sesso, gelosia e orgoglio, malinconia e gioco degli affetti in un’impalpabile leggerezza ovattata. Nella girandola delle equivoche illusioni, il cast omogeneo si muove con padronanza scenica e sensibilità nell’intreccio sottile dei recitativi condotti fantasia e accento appropriato.

Denis D’Arcangelo è un Figaro attento, un po’ intimidito e serioso nell’intonare “Se vuol ballare signor contino”. Più efficace è il suo “farfallone amoroso”, in cui emerge un canto solido. Interessante è la personalità di Lorenzo Barbieri, un conte che esprime una vitalità accattivante ed espressiva nel bel timbro profondo sorretto da grande abilità nel fraseggio articolato. Una morbida e abbandonata sensibilità caratterizza la contessa di Valentina Gallulo, dotata di una bellezza aristocratica innata che ben si integra alla vocalità raffinata. Inta Andrejeva veste i panni di una Susanna ricca di umanissima verità e particolarmente curata nell’articolare la parola.

Ma su tutti prevale la bravura di Alice Lombardi, delizioso Cherubino ricco di dinamica e colorismo, forse il personaggio mozartiano più rappresentativo che cesella il “voi che sapete” con raffinata eleganza stilistica.

Infine Mare Grazia Sperandei è Marcellina. La voce narrarne di Mauro Pellegrini fa da collante alle varie situazioni nella complessa polivalenza psicologica di efficacissima teatralità. E’ una bella scommessa questa di Elisabetta Emiliani e di Franco Felloni, affrontata con rigore e grande serietà che fa conoscere l’amore di tanti giovani nei confronti della lirica. E la partecipazione del pubblico ne è testimone.

Volevamo i capelli lunghi recensito da Repubblica.it

Su Repubblica.it, la recensione firmata da Giulia Iselle su “Volevamo i capelli lunghi”, il documentario delle Officine Tolau sul film che il grande regista Mario Monicelli non riuscì mai a realizzare.

Un anno fa l’addio a Mario Monicelli, un documentario racconta l’opera inedita
La sera del 29 novembre del 2010 moriva uno dei maestri del cinema italiano. Esce un documentario sul suo film mai realizzato “Volevamo i capelli lunghi”

Ad un anno dalla scomparsa di Mario Monicelli, morto suicida come l’amatissimo padre, direttore antifascista del Resto, è uscito il libro a fumetti e il documentario sul film che il prolifico regista non riuscì mai a girare, Capelli lunghi. Lui che di documentari ne aveva fatto solo uno, il suo ultimo lavoro cinematografico dedicato al rione romano dove trascorse gran parte della sua vita intitolato Vicino il Colosseo c’è Monti. Nessuno come lui ha descritto tanto l’Italia dei Brancaleoni del dopoguerra: “E’ stato il nostro Balzac, l’autore di una gigantesca commedia umana degli italiani” scriveva Curzio Maltese il giorno dopo il gesto estremo.

Il documentario Volevamo i capelli lunghi, prodotto dalle Officine Tolau, è realizzato da Stefano Aurighi, Davide Lombardi e Paolo Tomassone, insieme a Massimo Bonfatti, con un’intervista inedita a cura di Franco Giubilei al regista, che ripercorre la sua memoria raccontando la genesi di quest’opera – i motivi per cui non ha mai avuto uno sviluppo cinematografico – e del movimento del ’68 e del terrorismo degli anni successivi. Il maestro della commedia all’italiana scrisse Capelli lunghi nella seconda metà degli anni ’60, una sorta di controcanto alla canzone dei Nomadi “come potete giudicar, chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam”. È la storia, ambientata in una località del modenese, semplice e rivoluzionaria di Michele, 17 anni, operaio tornitore dai capelli troppo lunghi per i benpensanti dell’epoca ed Esterina, 14 anni, che decide di scappare di casa come quella ragazza del pezzo dei Beatles “She’s Leaving Home”, che canta di una generazione che vuole conquistare la propria indipendenza. Un poeta, un sognatore, ribelle e libero, Michele combatte la propria battaglia quotidiana in famiglia e sul luogo di lavoro per una rivoluzione personale che sfida la società. I due si incontrano, fanno esplodere la loro forza di ribellione latente e decidono di assaporare la libertà a bordo di una moto rubata, ma la fuga d’amore on the road ha un tragico epilogo.

Il soggetto, rimasto in un cassetto, negli anni ’90 è diventato un fumetto illustrato da Massimo Bonfatti. E, nel 2008, un libro (con il testo originale di Capelli lunghi dattiloscritto da Monicelli), scritto dal giornalista Franco Giubilei, che racconta la storia di questo film mancato che fu anche un romanzo, un saggio sull’Italia prima del ’68, e un capitolo di diario del regista del volto allegro del neorealismo.

Lo scisma di San Patrizio

Una notizia che mi pare passata un po’ sotto traccia, mi ha fatto tornare in mente un episodio di più di venticinque anni fa: un viaggio di quasi un mese con tre amici, scapestrati come tanti ventenni, girovagando per tutta la Scozia.

Gli ultimi giorni di permanenza erano stati una vera catastrofe finanziaria: nessuno dei quattro aveva più in tasca un penny. Il lungo tragitto in treno da Inverness, ultima tappa nella patria di Wallace, fino a Londra dove avremmo trovato riparo ospiti di un prete amico di uno di noi, fu un’agonia. Nel senso che non mangiare niente, ma proprio niente, per un giorno intero, è un’esperienza abbastanza tormentosa.
Arrivati verso le 23 a casa del prete, divorammo il divorabile.

Il giorno dopo l’amico prete, forse preoccupato di un possibile ulteriore passaggio degli unni a far terra bruciata della sua cucina, ci porta fuori a mangiare. Un ristorante, di cui ho un ricordo bellissimo, gestito da una signora irlandese e le sue tre figlie, tutte molto graziose (ma si sa, certi ricordi possono essere tranquillamente frutto della personale mitopoiesi).
Ancora non ho dimenticato il pasto luculliano – l’amaro sapore della fame recente non era ancora svanito – in un clima paradisiaco, con quelle fate irlandesi a volteggiare incessantemente intorno al nostro tavolo.
Per noi e noi solamente, visto che il ristorante era chiuso per turno e aperto solo per far piacere al prete, che era poi quello della loro parrocchia.
Costo di vitto e servizio? Zero.
Gratis et amore dei.

Un piccolo episodio personale che però credo faccia capire il rapporto profondissimo degli irlandesi con il cattolicesimo (e con i preti) per secoli e secoli.

Ecco perché questa notizia – L’Irlanda chiude l’ambasciata presso la Santa Sede. La scelta di Dublino gela i rapporti con il Vaticano dopo mesi difficili – mi ha parecchio colpito.
Davvero un brutto segnale per Santa Madre Chiesa.

into the great wide open

Dissenso digitale

Se condividete le idee del movimento Occupy Wall Street e volete continuare a manifestare il vostro dissenso contro le banche, esiste un modo per occupare i loro spazi digitali, spostando di fatto la protesta direttamente sul Web – una strategia che forse farebbe comodo anche agli indignati nostrani, per ora poco propensi a usare la Rete.

Per farlo basta visitare la pagina Occupy the Url (il programma è stato lanciato ieri, 25 ottobre) e inserire l’indirizzo del sito web bersaglio delle vostre proteste. Fatto. Con un semplice click, le immagini di un gruppo di manifestanti di Wall Strett si sovrapporranno alla homepage dell’istituto finanziario, fino a fare scomparire il suo layout.

È quello che succede quando il movimento del 99% decide di scendere sul Web e occupare i siti delle banche che fanno gli interessi del contestato 1%. Va chiarito che non ci si trasforma in hacktivist, perché l’occupazione della homepage non avviene realmente, come spiega Mashable. (via Daily Wired)

Quattro storie di donne

Quattro donne e il rapporto conflittuale col loro corpo.
Quattro storie esemplari raccontate in “Pesami l’anima“, un corto (circa 30′) di Teresa Iaropoli in concorso al ViaEmili@docfest.
Girato molto bene, asciutto nella narrazione, rende perfettamente i chiaroscuri del rapporto con se stessi filtrato dall’apparenza – e dalla relativa percezione – offerta dal proprio corpo.

Davvero un bel lavoro. Da guardare (e votare).