Quando gli infedeli scrivono per le musulmane

di Davide Lombardi

Nelle mie intenzioni iniziali, questo articolo doveva essere esclusivamente dedicato al blog YallaItalia.it, attraverso il racconto di uno dei suoi fondatori, Martino Pillitteri. Yalla lo merita: è un progetto davvero interessante per chi vuole cercare di avvicinarsi senza pregiudizi al mondo degli immigrati arabi di seconda generazione, i 2G, gli italiani in parte.

Figli di culture diverse che cercano faticosamente di intrecciarsi tra loro. Riuscendo solo in parte a risolvere le proprie contraddizioni. Un tentativo che forse sarebbe meno faticoso, fossero consapevoli di essere le incarnazioni viventi della negazione del principio logico del terzo escluso: tertium non datur. Vero, quando due civiltà trovano solo nello scontro la propria ragion d’essere. Falso, se sulla pelle porti geneticamente i segni di entrambe.

Ma poi, tra me e le mie intenzioni, si è infilata lei, Noor, a ribaltare completamente il progetto iniziale. Noor, che in arabo significa ‘luce’, è la giovane donna egiziana che ha cambiato in due ore la vita di Martino. E la storia di questo articolo. Un tradimento relativo se si considera che, in fondo, anche Yalla inizia da lei. Da Noor. Perché, come spiega Martino, “se non l’avessi conosciuta, e se lei non mi avesse convinto con un ultimatum – vieni qua al Cairo e mi sposi o te ne trovi un’altra – ad andare in Egitto, oggi non mi alzerei tutte le mattine soddisfatto e felice di andare in ufficio”. A coordinare il lavoro redazionale nella sede milanese di Yalla.

Con Noor “fu amore a prima vista. Senza conoscere nulla di lei, neppure da dove venisse, dopo il primo scambio di battute ero già talmente pazzo di lei che dentro di me sentivo di aver trovato la donna della mia vita. Dopo la prima serata insieme già sognavo di sposarla”. Lei, “una musulmana che sembrava una venezuelana e che credeva di essere la reincarnazione di Cleopatra” vede nell’allora giovanissimo Martino un novello Marco Antonio, ricambia e lo elegge quasi subito a proprio habibi, termine arabo che significa “amore mio” usato continuamente come intercalare dalle donne per rivolgersi ai loro uomini.

Ma un passo alla volta: questa storia comincia a New York. Sono gli anni a cavallo del nuovo millennio e Martino, dopo tre anni e un diploma al Marymount Manhattan College, ha decisamente scelto la Grande Mela come proprio orizzonte. La sua città d’origine, Milano, e l’Italia intera al confronto gli paiono un museo e l’idea di tornarci – perché senza lavoro se la sogna la famosa green card, l’autorizzazione che consente a uno straniero di risiedere negli Stati Uniti per un periodo illimitato – lo terrorizza. C’ha provato a Wall Street, ma è andata male. Il panico è dietro l’angolo. Poi, in una serata di poetry reading (roba che a New York si organizza con le stesse finalità, solo coperte di patina intellettuale, degli speed dating “dove racconti tutta la tua vita in cinque minuti a una decina di ragazze sedute di fronte a te, e poi aspetti la telefonata di quella su cui hai fatto colpo”) conosce Noor, l’egiziana.

Segue quella che sembra una sceneggiatura firmata da Nora Ephron, autrice di “Insonnia d’amore” e “Harry ti presento Sally” . Solo ancora più complicata. Da subito. Perché Martino è sì ormai un vero Harry, il cui “pane quotidiano sono le partite dei New York Yankees, le passeggiate a Central Park e il caffè a Starbucks”, ma Noor, figlia di una famiglia egiziana decisamente benestante vicina all’allora presidente Mubarak, per quanto occidentalizzata, ha molto meno a che fare con la bionda Sally.  E mette subito le cose in chiaro, di fronte alla dichiarazione di lui di essere “cattolico anche se non praticante”:

“Ma almeno sei un credente. Con i dovuti ritocchi, in futuro potremo andare d’accordo. Se non credevi in Dio non avrei più continuato la conversazione con te. Ti sei salvato all’ultimo minuto. Meglio un cattolico che un ateo”.
“A quali ritocchi ti riferisci, Noor?”
“Che un giorno mi guarderai negli occhi e mi dirai che esiste un solo Dio e che Mohammed è il suo profeta”.

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In direzione della Mecca. Photo credit: minoir via photopin cc

It won’t be easy, buddy” capisce subito Martino. Ma che importa? Come scriveva Platone, “le cose dell’amore le decide il cielo”. E cosa conta se questa decisione l’ha presa Maometto o Gesù Cristo?  Dopo un minuto Martino è già pronto a recitare con calda voce hollywoodiana un romantico “I love you”. Naturalmente a lei, araba fin nel midollo, non basta: la sua lingua ha sessanta parole che possono essere usate per comunicare le diverse sensazioni amorose. Ma che importa? I love you!

Seguono otto mesi di grande amore all’ombra del ponte di Brooklyn. Poi Milano. Fino al fatidico giorno in cui Noor gli chiede di “mettere le cose a posto”. Insomma, di sposarsi come deve fare una brava ragazza araba. Si va veloci da quelle parti: “non ho mai frequentato uno speed dating – commenta Martino – ma grazie a Noor ho sperimentato la versione aggiornata in voga in Egitto, lo speed matrimonio; prima ci si sposa, e poi ci si conosce”. Yalla, yalla, dai, dai, veloci!

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Matrimonio tradizionale. Photo credit: Ernie Reyes via photopin cc

Qualche perplessità da parte sua ci sarebbe perché lei è sì una ragazza dell’élite egiziana, con tutto quel che ne può conseguire in termini economici e culturali, ma è anche una fervente musulmana. “A dire il vero – commenta Martino – il pensiero di abbracciare la fede islamica, fare il Ramadan e litigare con la mia futura moglie per non chiamare i nostri figli Mohammed e Fatima non mi faceva fare salti di gioia. Io mio figlio l’avrei voluto chiamare Elvis. Questo nome è un investimento; chi si dimentica di uno che si presenta con quel nome? D’altro canto invece, chi si ricorda di te quando ti chiami Mohammed?”.

Però, naturalmente, alla fine l’amore trionfa, e lui cede volando in Egitto per chiedere la mano al padre di lei. Missione quasi impossibile – lui ne ne vuole sapere di dare in mano a un infedele la sua adorata principessa – quanto ineludibile. Visto che sposare una musulmana significa fare altrettanto con la sua famiglia (nel caso di Noor, un grande clan di circa trecento persone), la sua comunità e la sua religione. Passando naturalmente attraverso il beneplacito del patriarca. Che di fronte all’incapacità di Martino di andare oltre un’adesione del tutto formale all’Islam, ma soprattutto di rinunciare alla propria identità occidentale e liberal, arriva a tentare di prenderlo a badilate. Dal canto suo, Martino però ammette “che ci prendevo anche un po’ gusto a provocare gli uomini egiziani sul fatto che una bella principessa araba musulmana si fosse innamorata di un infedele occidentale invece che di uno sceicco azzurro”.

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Matrimonio tradizionale. Photo credit: Ernie Reyes via photopin cc

La vita al Cairo è tutta un’iperbole: bellissima e complicatissima. “Ero riuscito a inserirmi all’interno del circuito che forniva assistenza alle imprese italiane che volevano investire in Egitto. L’unico deterrente era il mio ufficio: era una sorta di Striscia di Gaza, stretto e pericoloso. Tra la mia scrivania e il muro dietro le mie spalle c’erano settanta centimetri. Non potevo fare stretching né sgranchirmi le gambe. Davanti e sotto la mia scrivania passavano topi e insetti che sembravano delle mini iguane, mentre dal balcone del piano di sopra gettavano la spazzatura che atterrava sul pianerottolo adiacente alla mia finestra. Vedevo letteralmente bucce di banane, avanzi di cous cous, spezie e stracci cadere giù dai piani superiori e transitare davanti alla mia finestra. Nel mio ufficio c’era uno staff di tredici persone, di cui undici egiziani. Si iniziava a lavorare alle 8,30 ma i miei colleghi carburavano intorno alle 11. Arrivavano in ufficio con le occhiaie, tutti, nessuno escluso. I colleghi maschi passavano le serate nei locali a fumare shisha, il narghilè, mentre le ragazze andavano al ristorante, ci restavano fino a tarda notte e poi parlavano per ore al telefono di casa. Io stesso ricevevo telefonate alle 3 del mattino da parte del mio assistente, che mi chiedeva se avevo voglia di farmi un narghilè. Inevitabilmente i loro ritmi notturni influivano sulla loro performance professionale”.

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Photo credit: The Gallery Goddess via photopin cc

Noor invece, pur innamorata nel modo che concepiamo noi occidentali, non rinuncia a nutrire la sua parte araba, quella più formale e fedele alle usanze locali. Cerca di convincere Martino a cambiare nome (“Noor aveva scelto il mio nuovo nome arabo la sera stessa che ci eravamo conosciuti: mi sarei chiamato Marwan. Caspita, non sapevo nulla sull’Islam ma avevo già un nome musulmano”) e a convertirsi all’Islam. Perché, “il matrimonio nel mondo musulmano non è soltanto un’unione d’amore. È una sorta di condivisione di un progetto che si basa sulla fiducia nel proprio partner e sull’amore verso Allah”. Non di solo amore avrebbero dovuto vivere Martino e Noor, “lei voleva tutto il pacchetto: mi voleva in Egitto in pianta stabile; ci teneva che avessi un lavoro che conferisse una certa credibilità socio-economica; che amassi lei; che le comprassi una casa; che diventassi musulmano; e soprattutto che digiunassi durante il Ramadan e pregassi il suo Dio al suo fianco; ed esigeva che i nostri figli venissero circoncisi”.

“A un certo punto – continua – ero arrivato a uno stato d’animo in cui rigettavo tutto quello che riguardava l’Islam; nonostante sia sempre stato un laico convinto, mi dispiaceva addirittura di non essere mai stato un chierichetto”. Ma il vero punto di rottura, quello che poi porterà alla fine della storia d’amore tra Martino e Noor, è l’usanza egiziana di garantire alla sposa anche dopo il matrimonio un tenore di vita adeguato a quello della sua classe sociale. Che nel caso di Noor è parecchio alto.

Questo il dialogo conclusivo col padre di Noor.
“Va bene ragazzino, andiamo al sodo della questione. Devi essere un musulmano vero, e comprare una casa per mia figlia. Ma una casa grande, non un loft. Come minimo ti costerà mezzo milione di dollari”.
“Ma io non li ho tutti quei soldi”.
“Beh, visto che vieni da una famiglia benestante, puoi chiederli ai tuoi genitori. Loro li avranno”.
“Cosa? E io vado a chiedere i risparmi di una vita perché le tradizioni egiziane esigono che un uomo si sveni per sposarsi? Per compiacere la vostra reputazione, per far vedere ai vostri amici e vicini di casa che Noor si è maritata con un uomo del suo stesso livello?”.
“Queste sono le condizioni, ragazzino. E poi le tradizioni impongono che sia la famiglia del fidanzato a comprare i mobili e pagare le spese del matrimonio e del viaggio di nozze. Stando larghi, prevedo circa settecentomila dollari di spesa”.
“Ma quanto costa avere una vita sessuale normale in questo Paese? Questo pensai, ma non fui così pazzo da dirlo a voce alta”.

Martino, in un ultimo disperato tentativo cerca di convincere Noor a rinunciare, lei, a modalità per lui insostenibili (non solo economicamente), e scegliere lui, per quello che è – fino in fondo – e per quello che può darle. Noor, pur combattuta, decide di rimanere fedele al suo mondo. E la storia – che Martino Pillitteri ha raccontato in un libro stimolante e spassoso, “Quando le musulmane preferiscono gli infedeli”, si conclude lì. Martino lascia la casa di lei e non si rivedranno mai più.

Al di là di un amore finito, Noor è stata comunque “il battito di ali della farfalla del Cairo che provoca un terremoto a Milano”. La chiave per accendere in Martino un interesse da allora mai sopito per il Medio Oriente e il Nord Africa. Nonostante quella ormai lontana delusione: la loro storia si è conclusa più di dieci anni fa. “Oggi il mondo arabo, l’Islam e i media arabi sono il nutrimento della mia vita” dice. E spiega: “la bellezza di quel mondo risiede nel suo essere pieno di contraddizioni. Non è mai scontato o banale. D’accordo, nemmeno la vita qui da noi è così banale, ma di sicuro più scontata. Tendiamo a perdere le sfumature che invece sono il sale per gli arabi. Nella mia vita, da qui a un mese so cosa mi aspetta, in Egitto ogni giorno è una sorpresa. Tutto può cambiare dalla sera alla mattina, da un giorno all’altro. La differenza sta nel controllo dei processi che anche in un Paese incasinato come il nostro è molto più facile rispetto all’Egitto. Nel mondo arabo è un arte gestire il tempo, i rapporti, ogni momento della quotidianità. Se cerchi l’avventura, se sei attratto dall’ignoto, quello è il posto giusto, anche se è facile perdere la pazienza. Alla fine della mia esperienza cairota, non reggevo più, adesso mi manca”.

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Per le vie del Cairo. Fonte: Andrew Demma.

La vita in Egitto? “Un’utopia trascorrere una serata a casa da solo a leggermi un libro in santa pace; non riuscivo a tenermi lontano tutte quelle persone che avevano continuamente bisogno di favori e di soldi; non era possibile evitare di impiegare trenta minuti per fare un chilometro in taxi; non ero più in grado di trattenere la mia collera quando i commercianti mi facevano pagare di più le merci rispetto al prezzo di mercato; e spesso non riuscivo semplicemente ad attraversare le strade del centro senza dover dare una mancia a un qualsiasi uomo in uniforme che fermasse il traffico puntando il mitra verso le macchine”.

Rientrato in Italia, a metà del primo decennio del 2000, inizialmente non ne ne vuole nemmeno sentire parlare di arabi, di Egitto e di Islam. Ma assorbite delusione e stanchezza, il seme ormai piantato torna a fiorire. E’ così che nasce Yalla, fondata insieme all’islamologo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Paolo Branca, inizialmente come supplemento periodico dell’allora settimanale Vita, poi come sito indipendente seppur sempre legato al gruppo di Vita.

“L’idea – spiega – era di raccontare l’Italia che cambia attraverso le voci dei protagonisti di questo cambiamento, gli immigrati di seconda generazione. La forza del nostro blog collettivo è che non esiste una linea editoriale precisa. Non esiste un Verbo che vogliamo spargere per il mondo. L’unica linea guida è quella del confronto tra voci diverse che raccontano, discutono e litigano sui temi che ci interessano. Su Yalla Italia ragazzi e ragazze mettono nero su bianco il loro processo identitario. Parlano di se stessi, delle loro esperienze, dei loro punti di vista, dei rapporti con i genitori e parenti, di come conciliano l’essere musulmani con la vita in una società secolarizzata”.

Può sembrare una mera curiosità che un uomo abbia riversato su un progetto collettivo, open, l’essenza della propria vicenda autobiografica nata dall’incontro/scontro tra due identità profondamente diverse, ma così non è. Nella sua storia che ha dato origine al progetto di Yalla, nei post che quasi quotidianamente i ragazzi propongono sul blog, è possibile rintracciare le riflessioni, ma anche i dubbi, i tentativi – e naturalmente le paure – che ognuno di noi si trova ad affrontare davanti all’evidente transizione di un Paese che non sarà mai più lo stesso. E che forse non è proprio quel disastro che a volte appare a noi autoctoni: “Dopo il mio ritorno dall’Egitto – dice Martino, che nemmeno per un minuto ha rinunciato nella sua esperienza agiziana alla propria identità occidentale seppur cercando sempre il confronto – la realtà italiana ha incominciato ad apparirmi come se fosse un laboratorio multicolor dal quale far uscire nuove idee, soluzioni, linguaggi e anche, una sorta di Islam europeo moderno che possa competere con l’Islam esportato dall’Arabia Saudita in tutto il Medio Oriente”.

E Noor? Anche lei profondamente cambiata da questa vicenda. Quattro anni dopo la fine della loro storia d’amore, Martino riceve una email. Questa:

«Caro Martino, avevi ragione sui matrimoni misti. I tre figli che mi ha dato mio marito cattolico canadese si affezionano alle persone in base alla loro simpatia e alla loro umanità. Non sono né cattolici né musulmani. Saranno loro a scegliere la loro fede. Sempre se ne avranno una, Inshallah. In fondo, come dice il Profeta, se Allah avesse voluto che tutti gli uomini fossero musulmani, l’avrebbe fatto. Ci tengo a dirti che non rimpiango nessun momento che abbiamo passato insieme. Dopo quella sera a casa mia, ero certa che saresti ritornato da me. Avevo anche convinto la mia famiglia ad accettare la tua conversione formale. Non ti chiedevo mica la luna. Solo una firma e un nome nuovo. Mica di circonciderti. Che Allah ti protegga sempre. Salam e baci. Noor».

Davide Lombardi

Fonte immagine di copertina: leeno via photopin cc

L’italiano in parte

di Davide Lombardi

Oussama Mansour ha 23 anni e frequenta Lettere a Bologna. Gli piace scrivere e sogna di diventare un giorno giornalista. E’ la ragione per cui è collaboratore fisso di Yalla Italia, il “blog delle seconde generazioni”. Figli di immigrati non sempre nati, ma sicuramente cresciuti nel paese dove hanno studiato e vissuto la maggior parte della loro vita.

Qualche tempo fa, il padre di Oussama, Lotfi, cinquantunenne di origine tunisina immigrato in Italia nei primi anni ’90, gli ha mandato un messaggio. Questo:

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“Se Dio vuole” è stata la risposta di Oussama. Insomma, la speranza che questo evento possa un giorno avverarsi. A Dio piacendo, naturalmente. Solo che non è per niente facile. Perché già l’invito di Lotfi suona stonato in partenza: vale per lui, immigrato di prima generazione, ma non certo per Oussama, che immigrato non è. E’ italiano in tutto e per tutto, e non certo solo per la cittadinanza. Anche se il suo nome – che si può scrivere anche Osama, come il cattivone per eccellenza degli anni 2000 – non si trova nel calendario dei santi. Anche se a domanda diretta, “quanto ti senti italiano e quanto tunisino”, un po’ nicchia, fatica a determinare una percentuale precisa, ammesso che ne esista una. In fondo “le mie radici numide – le definisce così – le ho scritte nel dna, pur avendo io vissuto qui da quando avevo sei mesi” dichiara sornione col suo marcato accento modenese. Solo dopo una certa insistenza concede: “Certo che sono italiano. Sì, ma in parte”.

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Lotfi e Oussama

Se si parla di percentuali, suo padre Lotfi ha invece le idee chiarissime: “Noi siamo la famiglia Mansour, non dico che i miei quattro figli debbano essere come me, ma almeno al 90% sì”. Ed essere come lui, in pratica, significa “non sentirsi italiani”. Nonostante la cittadinanza, di cui pure Lotfi è ormai in possesso, dopo venticinque anni da immigrato. Dice sicuro: “Un italiano che si dovesse trasferire in Tunisia non diventerebbe tunisino, resterebbe quello che è. Così noi non siamo italiani. Conta la famiglia, contano le radici. E’ sbagliato dire che siamo italiani. I tanti emigranti che anche voi avete avuto sono rientrati prima o poi. Quasi tutti. Anche noi dovremo tornare un giorno nella nostra patria. Anche Oussama. Che però non vuole tornare proprio più a casa sua, in Tunisia. Anzi, a trovare i nostri parenti laggiù ci va sempre meno”.

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Più che in Tunisia, Oussama sogna un giorno di trasferirsi in qualche paese anglofono. Perché “oggi l’inglese è come il latino per l’impero romano” e soprattutto perché, come tutti i ragazzi italiani, vive con preoccupazione la mancanza di prospettive e l’inarrestabile declino che questo Paese sembra incapace anche solo di frenare. “Quanto sono arrabbiato per questo? Né più né meno di qualsiasi altro ragazzo. E proprio come tutti gli altri, amo l’Italia tanto quanto la odio. Oggi è molto faticoso essere giovani: ti devi creare da solo le opportunità perché nessuno ti aiuta, ti devi arrangiare e basta. E non è facile”.

“Paradossalmente – continua – in questo momento di crisi, la situazione è migliore per me che ho la doppia cittadinanza. Male che vada qualsiasi mio progetto di vita, ho sempre la possibilità di ripiegare sulla Tunisia dove, con un po’ di soldi, anche solo 20 mila euro, potrei aprire un’attività che mi permetterebbe di campare benissimo. Ma che ci vado a fare ora come ora? A me piace una città come Milano, mi piace una dimensione come quella europea. Figurati se penso di tornare in Tunisia”.

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Oussama Mansour

Quasi una bestemmia per Lotfi, che in “Oussama l’italiano” legge il fallimento di una durissima vita di sacrifici, lontano dalla sua terra. Lamenta l’allontanamento del ragazzo dalla famiglia e dalle radici, dall’adolescenza in poi: “Gli ho dato una buona educazione. A lui come a tutti i miei figli. Da bambino era bravissimo: non faceva casino. Era bravo, gentile, rispettoso. Adesso invece non ascolta, ha una mentalità italiana. Non sono contento di lui. Ha iniziato e poi mollato Giurisprudenza a Modena, adesso fa Lettere a Bologna. Non si sa cosa voglia fare. Non è più l’Oussama che conoscevo prima. Ha trovato una ragazza italiana e con lei si comporta nel modo degli italiani. Vivono insieme. Non si fa. E’ vietato dalla religione. Non vorrei che diventasse come quei ragazzi di qui che pensano solo a divertirsi. Oggi una ragazza, domani un’altra. Con tutte le malattie che ci sono nel mondo… C’è un detto del Profeta che recita così, ‘Ti piace fare il puttanello con le donne, eh? Ma se un altro lo facesse con tua madre, tua sorella, tua moglie, ti piacerebbe ancora? No, vero? E allora perché lo fai tu?’ Ecco, non dico che Oussama sia proprio così, ma mi dà dolore nel cuore il giovane che è oggi. Io per sposare mia moglie, sua madre, ho chiesto il permesso ai suoi e ai miei genitori. E solo dopo averlo avuto, l’ho sposata”.

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Per Lotfi la religione è molto importante. Importantissima. Ed è probabilmente ciò che l’ha tenuto in piedi in anni difficilissimi quando, appena immigrato, ha vissuto in case diroccate, dormito nei prati (“In Sicilia, sotto gli alberi di arance”), in una fonderia dismessa  nel carpigiano insieme a centinaia di altri immigrati tunisini, algerini, marocchini. “C’era di tutto – ricorda ridendo – in quel posto entravi la sera pulito e la mattina ne uscivi nero di sporcizia”. Ha fatto ogni genere di lavoro, dal muratore, al bracciante, all’operaio. Oggi fa il corriere. “E lavoro con dei ritmi che non so quanti italiani riuscirebbero a tenere” assicura. “Io so cosa è il dovere – dice – perché sono una persona religiosa e la mia religione non mi permette di comportarmi male. Devo essere onesto, laborioso, responsabile. E’ un obbligo per me, prima ancora che una scelta. Non ha senso fare il furbo perché tanto c’è Dio che controlla. Oussama invece si è allontanato sia dalla comunità tunisina, che vorrei frequentasse, sia dalla religione islamica. E così non va, mi delude”.

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“Il paradosso – ribatte Oussama – è che mio nonno, il padre di Lotfi, non voleva che lui andasse a pregare. Nella Tunisia che il suo fondatore e primo presidente Habib Bourghiba rese secolarizzata forzatamente. Invece adesso, dopo la cosiddetta rivoluzione dei Gelsomini del 2010/2011, c’è una rinascita dei movimenti islamici. Per quanto mi riguarda, io sono musulmano né più né meno di quanto la maggioranza dei ragazzi italiani siano ‘cattolici’. A casa dei miei, adesso io abito e studio a Bologna, a volte capita che inveisca contro mio padre, dicendogli che è un integralista autocrate. Lui mi risponde che sono un infedele, che diventerò cristiano e me ne pentirò amaramente e bla bla bla. Di religione mi interesso dal punto di vista antropologico e culturale, il Corano è un meraviglioso poema, ma dubito che andrò oltre questo. Le religioni monoteiste in fondo hanno una base rigorosamente comune: servono a dare un ordine sociale e, logicamente, spirituale. Forniscono delle regole che le persone applicano. Tutto qui. Lo stesso dicasi rispetto al mondo arabo. Conosco la lingua e naturalmente sono legato a quella dimensione così forte in me, ma il mio avvicinamento anche in quel caso è di tipo culturale”.

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Niente ponti allora, tra il tuo mondo è quello di tuo padre, chiedo? “Sempre ‘sta palla del ‘ponte tra due culture’ – risponde Oussama giochicchiando col suo IPhone – tutte chiacchiere. Io voglio realizzare qualcosa di utile davvero. Inventare qualcosa. Cambiare, non fermarmi agli stereotipi e ai soliti discorsi triti e ritriti”.

Dunque niente libro sull’immigrazione di prima e seconda generazione, per far contento Lotfi almeno su questo? “In Italia la letteratura meticcia è ancora molto carente, contrariamente ad esempio alla Francia, molto più ricca di bellissimi romanzi che affrontano il tema della doppia identità. Adesso però ne sto leggendo uno italiano: ‘Antar’ di Wu Ming 2 e Antar Mohamed. Stupendo. Se realizzerò mai il desiderio di mio padre di scriverne uno io? Non lo so. Ti rispondo come ho già ho risposto a lui: Inchallah”.

grazi

 

Davide Lombardi

Le foto davanti alla moschea di Modena sono di Davide Mantovani

Il presepe di Raffaele

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La prima l’ha fatta quando aveva nove anni. Era il 2000. Una riproduzione in scala, realizzata con colla, forbici e cartoncini colorati, della festa dell’Unità di Modena. Quattordici anni dopo Raffaele ha appena finito di smontare la quattordicesima versione della sua personale festa dell’Unità. “La faccio ogni anno, non so perché, non c’è un motivo razionale” spiega. “La faccio e basta”.

di Martino Pinna e Davide Lombardi

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Le api muoiono a milioni. Uomini ape e api robot le sostituiranno

Stanno morendo in tutto il mondo con un’escalation impressionante. Le cause? Diverse: da un parassita che non si riesce a debellare ai pesticidi che infestano le colture. E come al solito siamo in ritardo nella cura – e soprattutto nella prevenzione – del fenomeno. Qualcuno parla già di rischio di estinzione per un insetto come l’ape, fondamentale per l’intero ecosistema. E spuntano soluzioni surreali: dalle api robotiche create dall’Università di Harvard agli uomini ape che in Cina impollinano a mano fiore per fiore.

Vagolando nel paesaggio bucolico delle colline reggiane dove vive e lavora Tiziana Sarti, apicoltrice, le sue api producono un miele davvero spettacolare che Tiziana, insieme alla collega e amica Stefania Bassoli, vende poi in vari mercatini in giro per l’Emilia-Romagna. La definisce “una passione travolgente” prima che un lavoro. Un innamoramento nato per caso una decina d’anni fa che ha progressivamente portato Tiziana a mettere al centro della propria vita le sue “80 mila amiche” (per arnia).

Tiziana e Stefania, come tutti gli apicoltori, hanno un enorme problema che si chiama Varroa destructor. Un acaro parassita che si attacca al corpo dell’ape adulta o delle larve, succhiandone l’emolinfa, il tessuto fluido che negli insetti svolge funzioni analoghe a quello del sangue per i vertebrati, provocandone la morte o – nel caso delle larve – delle gravi malformazioni che si manifestano poi alla nascita. Risultato, ancora, la morte: un’ape improduttiva viene espulsa dall’alveare nel giro di un paio di giorni al massimo. L’anno scorso, per le due apicoltrici è stata la disperazione. A ottobre aprendo le loro novanta arnie ne hanno trovate almeno quaranta infestate, con le api morte o malate a centinaia di migliaia. “Ho vissuto una settimana di lutto” ricorda oggi Stefania, sperando che quest’anno non si ripeta la strage.

Api infestate dalla Varroa. Fonte immagine: BugMan50 via photopin cc

La Varroa arriva dall’Asia, ospite indesiderata dell’Apis cerana o ape asiatica. Negli anni ’40 il parassita ha avuto la possibilità di incontrare l’Apis mellifera, l’ape europea, incrociata dall’uomo con la cerana per scopi produttivi. Da lì in poi è stato un rapido girovagare della Varroa in giro per il pianeta. In Italia è presente dal 1981. Oggi è diffusa in tutto il mondo, ad eccezione dell’Australia, e dovunque causa danni spesso irreparabili.

Per combatterla, le due apicoltrici usano solo metodi naturali posizionando all’interno dell’arnia tamponi di oli essenziali di timolo, canfora e mentolo o acido salico. Forse insufficienti a debellare la Varroa (del resto non ci si riesce nemmeno utilizzando agenti chimici sintetici), ma almeno privi di controindicazioni.

Già, perché per quanto infestante e dannosa, la Varroa non è l’unico nemico delle api. C’è anche di peggio. L’inquinamento ambientale e soprattutto i pesticidi utilizzati in agricoltura, i cosiddetti neonicotinoidi in particolare: insetticidi derivati dalla pianta del tabacco altamente tossici e, a quanto pare, dannosissimi proprio per le api, tanto che l’Unione europea ne ha vietato l’uso per due anni a partire dal 2013. Questa serie di concause ha portato all’attuale moria del prezioso insetto (qualcuno ventila addirittura il rischio di estinzione), indispensabile per l’intero ecosistema in quanto, attraverso l’impollinazione, garantisce la riproduzione di centinaia di specie vegetali.

Fonte immagine: left-hand via photopin cc
Fonte immagine: left-hand via photopin cc

In Europa gli alveari sono diminuiti di circa il 50 per cento e, secondo uno studio pubblicato nel gennaio scorso, mancano ben tredici milioni di colonie di api per impollinare le colture. In Italia si parla di una diminuzione della popolazione con percentuali tra il 20 e il 30 per cento. In Giappone del 25 per cento e del 30 negli Stati Uniti. Nell’Unione si sta cercando combattere la moria e sono centinaia i progetti di ricerca sulla salute delle api presentati, tanto che l’Efsa – l’Autorità per la sicurezza alimentare nell’Ue – si è sentita in dovere nell’aprile scorso di lanciare un appello per un “maggiore coordinamento degli sforzi”. Un segnale non precisamente incoraggiante circa lo stato di salute delle ricerche. L’ultimo intervento Ue è di poche settimane fa: sono stati introdotti significativi incentivi per mettere a punto farmaci specifici per quelle specie che ne sono privi, in primo luogo proprio le api. In pratica, si combattono le controindicazioni della chimica con la chimica.

Negli Stati Uniti, dove i neonicotinoidi non sono vietati, Obama ha creato nel giugno scorso la ‘Pollinator Health Task Force’ composta dai rappresentanti di ben 15 ministeri, compresi il Dipartimento di Stato e della Difesa, col compito di studiare l’impatto delle sostanza chimiche in agricoltura, sensibilizzare il popolo americano e creare partnership tra pubblico e privato per individuare strumenti per contrastare la strage di api. Ha inoltre proposto al Congresso di inserire nel bilancio 2015 cinquanta milioni di dollari per combattere il fenomeno. Dal canto suo, Michelle Obama ha creato nell’aprile scorso un “Pollinator Garden” nel parco della Casa Bianca “per sostenere api e farfalle”. Iniziativa pop di sensibilizzazione che però non ha impedito pesanti critiche al marito: vanno bene le task force e i giardini d’impollinazione ma, intanto, vietare certi pesticidi avrebbe prodotto sicuramente effetti più concreti.

Fonte immagine: texas Butterfly
Fonte immagine: Texas Butterfly

In compenso negli Usa ci si sta già attrezzando in vista di un possibile, anche se non certo auspicabile, futuro senza api. L’Università di Harvard, grazie a un contributo di 10 milioni di dollari, ha già realizzato il prototipo di un’ape robotica in grado di sostuire le api vere per svolgere l’indispensabile funzione dell’impollinazione. Forse – sia detto con amara ironia – ad Harvard devono lavorare ancora un po’ sul look.

In Cina invece, dove quel che non manca sono gli esseri umani e dove il problema è gravissimo almeno dagli anni ’90, si è pensato di risolvere altrimenti, come racconta un servizio di Le Monde che ha fatto il giro della rete. Il reportage è da Nanxin, una zona di montagna intorno ai 1500 metri, abitata da circa 50 mila persone nella regione dello Sichuan. Vista l’assenza di api da circa venticinque anni, a primavera, i contadini acrobati di Nanxin salgono sui meli della zona e impollinano manualmente fiore per fiore. I più esperti arrivano a impollinare un’intera pianta in mezz’ora. Veri e propri uomini ape. Chissà, forse in futuro, perfino le nostre “api” parleranno cinese.

Davide Lombardi

Fonte immagine di copertina: Datamanager.