L’Italia è un paese razzista?

Certamente sì.
Nella misura in cui, ormai da molti anni, si sta abilmente cercando di sostituire il conflitto di classe con il conflitto tra razze.

L’immigrazione extracomunitaria ha progressivamente offerto sempre più carne da sacrificare in sostituzione del – potenzialmente esplosivo – conflitto nord-sud d’Italia, per tutta la seconda metà degli anni ’80 e la prima degli anni ’90 cavalcato con feroce determinazione – e palese successo – dalla Lega Nord.

Oggi quello scontro, per nulla ricomposto, resta fondamentalmente latente, sostituito appunto dal pericolo “straniero”.
Presumibilmente tale latenza è destinata a protrarsi a lungo, almeno finché i messaggi quotidiani da parte della classe dirigente di questo Paese, saranno di questo tenore: «Meno immigrati: meno criminalità».

Ma l’ormai seconda scelta, Calabria vs Lombardia (per dire…), è a sua volta sostitutiva dell’eterno, irrisolto e oggi quasi innominabile, conflitto di classe.

Non è affatto banale dire che i problemi che può vivere oggi una persona come me, con uno stipendio (e, a periodi, nemmeno quello) sinceramente umiliante rispetto anche solo al valore che produco, hanno molto più in comune con un immigrato che fa l’operaio in fabbrica (o nemmeno quello) che con un qualsiasi italianissimo esponente della, numericamente sempre più sparuta, classe medio-alta di questo Paese.
Insomma: ho più elementi da condividere con la filippina che abita al piano di sopra che con gli avvocati che hanno i loro studi al piano di sotto.

E dico questo nella piena consapevolezza dei miei privilegi che comunque fanno la differenza rispetto ad Isabel, immigrata dalle Filippine una decina d’anni fa.

Tra due giorni compirò 46 anni.
Ebbene, negli ultimi 13 anni, da quando di anni ne avevo 33, non ho mai avuto un lavoro a tempo indeterminato.
Non mi è mai stato nemmeno proposto.

Da allora, e per diversi lavori, sono stato prima un Co.co.co., poi sempre un Co.co.pro (acronimo di coprofago, come dico sempre io).
Ovviamente sempre (a parte qualche eccezione) in attività dove la supposta reciproca libertà del contratto a progetto andava applicata quasi sempre ai miei diritti, inesistenti e privi di qualsiasi tutela, e mai ai miei doveri.
A partire da quello della subordinazione e del rispetto del classico orario d’ufficio (imperativi ineludibili, ovviamente, pena la conclusione immediata del “progetto”).

Quel poco che sono riuscito a strappare in termini di libertà e diritti, si deve solo alla mia capacità di far valere le abilità professionali.
Che però devo reinventare, ridefinire, marketizzare in maniera sempre nuova e sempre più faticosa, man mano che aumenta la mia età.
L’anagrafe impietosa, certifica la mia progressiva difficoltà (fino alla definitiva espulsione, a meno che io non sia capace di inventarmi un’attività da me medesimo) di rimanere inserito in un mercato del lavoro sempre più destinato a giovani che, pur lamentandosi & contorcendosi, sono cresciuti fin da piccoli tra l’incudine e il martello della necessità incontrovertibile (!) di un lavoro flessibile e precario, il solo (?!?) atto a sostenere la competizione globale fino alla notte dei tempi.

Balle colossali ovviamente.
O forse: verità.
Almeno nella misura in cui questo e altri meccanismi, nella competizione globale (così come in quelle che l’hanno preceduta, semplicemente con nomi diversi, nei secoli dei secoli), servono ad ingrassare e crescere piccoli e grandi Briatore d’ognidove, mentre io – secondo loro – dovrei guardarmi le spalle dalla tenera Isabel che abita al piano di sopra.

Più civile e giusta la storia, un’altra era sta per aprir

Nulla, meglio di un verso dell’Internazionale, può spiegare quello che ha rappresentato nella Storia il crollo dell’utopia comunista:

la plebe sempre all’opra china/ senza ideali in cui sperar“.

Per secoli, la speranza di riscatto di masse destinate generazione dopo generazione al servaggio in società sempre immobili, è stata raccolta dal cristianesimo che tuttavia – a parte qualche eretico e seguaci velocemente spediti al Creatore – mai ha promesso il paradiso in terra.
Si trattava sempre di aspettare, per avere miglior vita.
Aspettare fino alla morte.

L’illusione comunista ha sparigliato le carte facendo assumere allo spettro che si aggirava per l’Europa le sembianze del terribile (e reale) orso sovietico.
Facendo per decenni della Russia, obiettivo e patria ideale da raggiungere e/o imitare.

Oggi di quella stagione di utopia non resta più nulla.
E questo lo sanno tutti.

Sono di meno invece quelli che si accorgono che anche il Capitalismo ha definitivamente perduto per strada il proprio afflato messianico: l’utopia che prometteva l’accesso di tutti (quali “tutti”?) al benessere.
Il mondo intero popolato da una enorme “classe media”.

La crisi attuale invece radicalizza un processo in corso da anni: la classe media (quella che si è creata nel dopoguerra in gran parte dell’occidente) si sfilaccia contraendosi numericamente sempre di più.
Aumentando il gap tra ricchi sempre più ricchi, e poveri sempre più poveri (non solo il sud del mondo ormai, ma anche qui in occidente: nel lavoro sempre più precario, nell’accesso alla cultura e alla salute solo per chi ha i soldi per pagarsele, in una meritocrazia fondamentalmente fondata sul censo).

Il risultato del crollo perfino di quest’ultima illusione (unica rimasta dopo l’89) riporta la massa di cui sopra alla notte dei tempi: “sempre all’opra china, senza ideali in cui sperar“.

Personalmente però, non credo ad un eterno ritorno del sempre uguale: il 900 non è trascorso invano.
E questo buco d’utopia non significa la fine dell’utopia, ma solo il lento dispiegarsi di nuovi spazi – da riempire – per i sogni e le illusioni di giustizia che verranno.

Il chitarrista

 

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Ho ripescato dal cilindro (del pc) alcuni vecchi testi di canzoni scritti quando ancora dovevo scegliere tra la carriera di rockstar e quella d’impiegato.

Il gruppo era forte.
All’inizio, quando avevamo sui vent’anni, si chiamava “The luna hard’urla” incomprensibile e spocchioso nome preso da un verso di Rimbaud.

Ci siamo lasciati e riuniti circa 15 anni dopo.
Il nuovo gruppo (più o meno le stesse facce di sempre) si chiamava “Viteagra”.
Nome innocente perché il Viagra (forse) non era stato ancora inventato.

Partecipo a uno show
faccio da spalla in balera
a “Gli astronauti di Marisa”
vestito da marziano
ma con la chitarra in mano.
Mi preparo con cura
alla data a lungo attesa
finalmente si suona
già mi prudono le dita
per una serata tutta in salita.
Marisa l’ha detto
vai di liscio, punta al tango
ma in quell’atmosfera
le preparo la sorpresa
un heavy metal da galera.
Non è cattiveria
ma puttana la miseria
valevo uno stadio
la grande canzone
e invece strimpello
giù a Pizzighettone.
Salito sul palco
l’attesa è finita
i vecchi già in pista
manca solo il segnale
dal batterista.
Marisa sorride
allunga la coscia
ingrossa la tetta
del tutto ignara
di quel che l’aspetta.
Ah Parigi, Dublino
Londra e Berlino
serate da sballo, ragazze a gogò
devo solo pazientare
ancora per un po’.
Il gruppo mi guarda
“E dai, e su
attacca, cazzone!”
è già partita
la prima canzone.
Evvai con l’assolo,
che soddisfazione!
ma nessuno si scompone
pensando ai fatti miei
sto suonando Casadei.

(ritornello)
Go, go, go Johnny go, go, go Johnny, go go
Go Johnny go, go, go Johnny go go
Johnny B. Goode

Un successo strepitoso
Gina, Tina e Mariolina
ma proprio tutte e tre
non hanno occhi
che per me.
Che davvero
mi commuovo
alle attenzioni
un po’ sciocchine
di quelle giovani vecchine.
Che vuoi che ti dica
amico mio
si fa sempre più fatica
a mediar tra certi sogni
e tutta la mia vita.
Ma non ditelo a Marisa
entusiasta lei m’aspetta
alla prossima scommessa
nome: Johnny B. Goode
la giovane promessa.
Un tizio strambo
sospeso tra Parigi e Berlino
approdato a Pizzighettone
vestito da marziano
ma con la chitarra in mano.

(ritornello)
Go, go, go Johnny go, go, go Johnny, go go
Go Johnny go, go, go Johnny go go
Johnny B. Goode