I delinquenti di Modena

Per me, una delle più belle canzoni dei Modena City Ramblers. Quella con cui nel loro primo album, “Riportando tutti a casa“, presentano se stessi.


Qui la traduzione dal dialetto modenese:

Arriviamo tardi alla sera
con gli strumenti nel baule
abbiamo il basso e la chitarra e poi il violino,
abbiamo delle macchine che han fatto tutte la guerra
c’e’ quella di Lucio che ha un cartone attorno alla portiera.

Ma eh oh siamo la banda
siamo venuti qua per suonare
non si prende neanche un soldo
ma c’è da fare un gran casino.

Siamo la banda dei suonatori
con due tamburi e neanche un soldo
siamo venuti per far festa tutta sera.

Siamo la banda dei suonatori
quelli del violino e del folk
siamo venuti per far festa tutta sera.

Ci sono i delinquenti di Modena
i delinquenti di Modena.
Ci sono i delinquenti di Modena
i delinquenti di Modena.

Siamo vestiti come i poveretti
abbiamo delle facce che fanno spavento
c’è un bancario, un dottore e degli sfigati.

Ma eh oh quando si parte
ci viene “della mossa”, ci viene del casino
e uno due tre quattro la gente diventa matta.

Si va in giro per montagna
e per la Bassa a occhi chiusi
il primo che si addormenta
prende uno schiaffo sui denti.

Siamo la banda dei suonatori
con due tamburi e neanche un soldo
siam venuti per far festa tutta la sera.

Siamo la  banda i suonatori
quelli del violino e del folk
siamo venuti a far casino tutta sera.

Ci sono i delinquenti di Modena
i delinquenti di modena.
Ci sono i delinquenti di Modena
i delinquenti di modena.

Stato d’assedio permanente

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Nel corso dei tre anni del primo conflitto mondiale, furono circa trecento i militari resi folli dalla guerra a essere ricoverati nel manicomio di Colorno. Non uomini, ma numeri. Prima buoni come carne da cannone. Poi come menti alienate da contenere e nascondere, o da “risistemare” per essere rispediti al fronte. Cento anni dopo, queste vittime della violenza del potere, meritano almeno quel poco di giustizia che può offrire loro la memoria.
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno.

Come ogni altro luogo abbandonato, l’ex manicomio di Colorno, nel parmense, è popolato da fantasmi. Con una differenza fondamentale: le ombre che oggi abitano le camerate fatiscenti di questo enorme labirinto sono stati fantasmi anche in vita.

Dall’apertura del manicomio, nel 1873, fino alla chiusura definitiva una ventina d’anni fa, sono state circa 16 mila le persone ricoverate qui, tante quante le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ex ospedale. Donne e uomini affetti da alcolismo, demenza, imbecillità, idiozia, cretinismo, paranoia, psicosi ciclotimica, schizofrenia, paranoia. L’intero campionario di malattie mentali conosciute dall’Ottocento ad oggi.

Pazienti ricoverati alcuni per decenni, altri per pochi mesi. Come la maggior parte dei 285 militari che tra il 1915 e il ’18 transitano per questa struttura di retrovia, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati – morte, violenza, sangue, fango e merda – e che l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperare nel più breve tempo possibile e rispedire, di nuovo “abili e arruolati”, al fronte. Sono i cosiddetti “scemi di guerra”. Una definizione ormai dimenticata per contrassegnare queste vittime di situazioni talmente abnormi, un continuo “stato d’assedio” fisico e psicologico, tale da risultare insostenibile e portare alla follia. Un’espressione popolare che troverà a lungo eco nel bonario rimprovero che alcuni anziani ancora oggi ricordano: “Non fare lo scemo di guerra in tempo di pace”.

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Non sei riuscita a cambiarmi

Non ricordo esattamente l’anno, di sicuro intorno alla metà dei Settanta. Ero un bambino allora. Mio padre mi portò con sé una sera a Pordenone a vedere un concerto di Fabrizio De André. Ricordo un capannone che allora mi parve immenso con lui e la band su un palco appena rialzato dal suolo. E un fumo talmente denso che per tutto il concerto mi bruciarono gli occhi.

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E la pioggia di marzo è quello che è

la speranza di vita che porti con te.

Immagino che chi non è appassionato di musica brasiliana non abbia minimamente idea di chi sia la ragazza felice immortalata in questo scatto. E’ Elis Regina, stupenda cantante considerata la regina della Bossa Nova dagli anni ’60 fino alla fine dei Settanta. Oltre i confini nazionali è famosa in tutto il mondo soprattutto per aver interpretato insieme a Antônio Carlos Jobim che ne è l’autore, quella che è ritenuta la più bella canzone brasiliana di tutti i tempi: “Águas de março” (bellissima anche la versione italiana di Ivano Fossati, “La pioggia di marzo“).
Curiosità che segnala Massimo Cotto nel suo libro “We will rock you“: marzo, in Brasile, è il mese più piovoso dell’anno, caratterizzato da diluvi che portano anche a inondazioni e vento forte, e le acque di marzo sono quelle che annunciano l’inverno e, metaforicamente, la caduta, la notte, la morte. Nell’altro emisfero marzo è l’avvisaglia della primavera, è il freddo che va, il risveglio degli uccelli, quindi il sole, la luce, il domani che si schiude.
É un bell’orizzonte, é una febbre terzana 
Sono le piogge di marzo che chiudono l’estate,
É la promessa di vita nel tuo cuore 
É legno, é pietra, é la fine della strada
É un resto di tronco, é (qualcuno) un po’ solo 
É legno, é pietra, é la fine della strada
É un resto di tronco, é (qualcuno) un po’ solo.

Elis Regina, soprannominata anche “Furacão” (uragano) e “Pimentinha” (peperoncino) per il suo temperamento vivace ed energico, morì a soli 37 anni, il 19 gennaio 1982, secondo quanto riportato dall’autopsia, per un’intossicazione dovuta a un mix di cocaina e alcol. Meravigliosa anche la versione di “Águas de março” senza Jobim. Con l’indimenticabile sorriso finale di Elis.

L’unico Reagan che conosco

Ci fu anche quella mattina che mi trovavo in un albergo di Dublino alla cerimonia del peso per il mio incontro con Blue Lewis. Appena scesi dalla bilancia, un ragazzino si fece largo tra la folla per chiedermi un autografo. Capii subito che era americano e gli domandai come si chiamava.
«Michael Reagan» disse.
Scrissi «A Michael Reagan» e aggiunsi: «L’unico Reagan che conosco è Ronald Reagan, il governatore della California».
«E’ mio padre».
Alzai la testa e lui arrossì, poi levò il pugno nel saluto del Black Power e mi sorrise. Poi più tardi vidi suo padre che stava aspettando l’ascensore e lo sentì lamentarsi con i suoi amici. «Non so cosa sia capitato a Michael stamattina. C’era qui Muhammad Ali per il peso e io non sono riuscito a tenerlo in camera sua».
Non so se suo padre mi avesse riconosciuto: certo non lo diede a vedere, e io comunque non m’aspettavo che lo facesse. In California aveva fatto tutto il possibile per escludermi dalla boxe definendomi un perdigiorno “ingrato” e “antipatriota”. Aveva minacciato addirittura una legge perché non potessi battermi in California. E per quattro anni non avevo potuto metter piede nel suo Stato. Ma non era riuscito a trasmettere a suo figlio i propri pregiudizi.

La bellezza che passa da Ipanema

Vinícius de Moraes, poeta laureato, e Antonio Carlos Jobim, musicista di rango, sono innamorati delle bellezze di Rio de Janeiro, ovvero la natura e le ragazze. Ne parlano spesso nel locale che frequentano, il Veloso, a Ipanema, in Rua Montenegro. Ripetono spesso quello che si dice in città, che Dio fece il mondo in cinque giorni e poi si tenne il sesto per fare Rio, prima di riposarsi il settimo giorno. Prendono appunti che poi diverranno canzoni, successi di una serie che pare infinita.

Ogni giorno di quel 1962 vedono passare una ragazza meravigliosa. Ha quindici anni, si chiama Heloísa Eneida Menezes Pais Pinto, per le amiche Helò. Abita vicino al locale, al numero 22 della stessa via dove si trova il Veloso. È alta, pelle scura, occhi azzurri, bellissima. Ma non è solo la bellezza a incantare Vinícius. È l’insieme.

Tre anni dopo il primo incontro, quando la canzone avrà già fatto il giro del mondo, Vinícius spiegherà in un’intervista perché erano innamorati di lei: «Lei fu ed è per noi l’esempio di un bocciolo carioca; una ragazza con l’abbronzatura dorata, un misto di un fiore e di una sirena, piena di splendore e di grazia, ma con lo sguardo anche triste, che si porta con sé, sulla strada verso il mare, il sentimento della giovinezza che passa, della bellezza che non è solo nostra – dono della vita nel suo incessante meraviglioso e melanconico fluire e rifluire».

I due le vogliono dedicare una canzone e la scrivono separatamente, Jobim nella sua casa di Rua Barao da Torre, ovviamente a Ipanema; Vinícius a Petropolis, nei pressi di Rio. La prima versione s’intitola Menina que passa, la ragazza che passa; diventerà Garota de Ipanema, la ragazza di Ipanema. La prima esibizione dal vivo fu eseguita dai due insieme a João Gilberto, terzo padre ideale della bossa nova in un ristorante di Copacabana, l’Au Bon Gourmet.

La versione inglese fu interpretata da tutti i grandi, a partire da Sinatra, ma quella più nota è di Stan Getz e Astrud Gilberto; l’album da cui era tratta rimase in classifica per novantasei settimane, il singolo vendette milioni di copie. Astrud Gilberto nell’immaginario collettivo sostituì Helò come ragazza di Ipanema, anche se la canzone non era stata scritta per lei, ma per una ragazzina bellissima che solo molti anni più tardi seppe di essere stata l’oggetto del desiderio di due leggende della musica brasiliana.


(Tratto da Massimo Cotto – We will rock you BUR)