Fruck&Frac!

Prima di leggere queste poche righe date un’occhiata al video qui sotto. Dura 15″: “si può fare!” (cit). E’ un brevissimo spezzone tratto dalla terza stagione della bellissima serie di fantascienza “Battlestar Galactica“. Un prigioniero cede alle pressioni di uno dei protagonisti della serie, il capomeccanico Tyrol (The Chief), e gli rivela quel che vuole sapere. “Dica al Presidente di rilasciarli” concede a questo punto il Capo. “Frac!!!” ribatte il prigioniero. Che intende? Che il protocollo prevede che la liberazione di un prigioniero vada richiesta al Presidente in frac? Ovviamente no. Nella versione inglese originale il tipo impreca, arrabbiato con se stesso per aver ceduto. “Fruck!” urla: una variante un po’ più soft del ben noto termine inglese “Fuck” che in italiano si traduce con “Cazzo!” oppure “Fanculo!”.

Un’espressione comune utilizzata praticamente in (quasi) tutte le 73 puntate della serie. Ma nel doppiaggio italiano non viene tradotto e in questa come in tutte le altre puntate viene ripetuto in maniera letterale, trasformandosi incomprensibilmente in un “frac”, un abito da sera, che ogni tanto qualcuno infila nel discorso. Sembra una barzelletta. Lo è. Di sicuro è un buon motivo per abituarsi a guardare film e serie in lingua originale. In inglese, di certo (per un film norvegese saremo costretti a fidarci).

I 2200 anni della via Emilia

Pare che quest’anno la via Emilia compia 2200 anni e perciò si preparano grandi celebrazioni. Un po’ di tempo fa noi l’avevamo raccontata com’è oggi, evitando come la peste “l’effetto cartolina”, ma cercando lo stesso di metterne in evidenza tutto il fascino, felliniano. Questo che vedete è un breve spezzone del documentario “I migliori bar della via Emilia” di Martino Pinna (guest stars Ilmo Malagoli e Marco Balugani); poi ci sono gli scatti di Antonio Tomeo, “Emilia ritrovata“; e infine il mio reportage “Ritratto apocrifo di signora, ovvero: dell’Emilia e della sua via“.

Semplicemente Mia

Con qualche annetto di ritardo, sono in piena fase di innamoramento per Mia Martini. Non che tutte le sue canzoni mi piacciano, molte non rientrano propriamente nei generi che prediligo, ma come cantante era favolosa (sì, anche meglio di Mina, per me). Poi c’è la storia (che le ha rovinato la vita) secondo la quale portasse “jella”. Una scemenza totale figlia di un’italietta becera e ignorante che continua a prosperare rigogliosa anche oggi, magari in versione digitale. In questo video Mia, appena ventisettenne, parla del suo primo album “Oltre la collina” e delle censure della Rai dell’epoca perché i suoi testi contenevano parole come “amante”. Per chi volesse vederla, qui c’è l’intervista integrale.

La banda più bella della città. Anzi no, la migliore

A distanza di quattro anni dalla sua uscita, ogni tanto me lo riguardo sempre volentieri. Come esempio di semplicità, leggerezza ed armonia. Come un mantra immutabile. Oltre il tempo.

Meu amor essa é a última oração
Pra salvar seu coração
Coração não é tão simples quanto pensa
Nele cabe o que não cabe na dispensa

Cabe o meu amor!
Cabe três vidas inteiras
Cabe uma penteadeira
Cabe nós dois

Cabe até o meu amor
Essa é a última oração pra salvar seu coração
Coração não é tão simples quanto pensa
Nele cabe o que não cabe na dispensa

Cabe o meu amor!
Cabe três vidas inteiras
Cabe uma penteadeira
Cabe nós dois
Cabe até o…

I miei video per Converso

I miei video reportage (da solo o in collaborazione) realizzati per il magazine Converso.

Qui il canale YouTube.


Proprio in questi giorni, per i fedeli musulmani di tutto il mondo, è cominciato il Ramadan, il mese del Digiuno. Lo festeggeranno anche molte donne, figlie di immigrati ma nate e vissute in Italia – e ormai italiane a tutti gli effetti – che hanno scelto di indossare il velo come simbolo identitario. Personale in primo luogo, ma anche di un’Italia che cambia, volente o nolente, segnata dalla contaminazione di culture differenti.
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Balkan is nothing

“«Non riuscirò mai a capire come sia potuto accadere», disse la scrittrice Rebecca West a suo marito nel 1936, mentre si trovavano sul balcone del municipio di Sarajevo. Non che mancassero elementi, aggiunse, il problema è che ce n’erano troppi”.

 Non avrei potuto trovare spunto più pertinente per presentare il reportage che ho realizzato insieme a Antonio Poser. La Bosnia è geograficamente ai margini dell’Unione e, come la sua favolosa capitale, Sarajevo, è un posto dove “non ci si passa, ci si deve andare apposta”. Eppure un viaggio in Bosnia significa immergersi nel cuore del continente. E nelle sue tenebre, passate e presenti.