Meno rassegnazione per tutti


Qualche giorno fa parlavo con un’amica insegnante di scuola elementare che lamentava le crescenti difficoltà nello svolgimento del proprio lavoro. Non le solite lamentazioni sulla retribuzione, il nuovo blocco agli scatti contrattuali (con la nuova legge di stabilità, fino al 31 dicembre 2015), gli scarsi o nulli investimenti sulla scuola o le classi sempre più numerose. E, naturalmente, nemmeno rispetto ai bambini, che anche nel 2014 continuano ad avere “occhi spalancati sul mondo come carte assorbenti” (è Guccini in “Culodritto”). No, “il mio principale problema – mi diceva – sono i genitori”. A suo dire, per niente rispettosi del suo ruolo, con le antenne sempre all’erta per individuare eventuali sue mancanze o “errori”, esageratamente protettivi nei confronti dei figli e incapaci di riconoscere veramente nella scuola un “polo formativo” integrativo rispetto a quello familiare.

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L’Ordine e l’arte della manutenzione di una professione

In un testo divulgativo molto usato, “Journalism. A very short introduction” (Oxford University Press, 2003, 2005), l’inglese Ian Hargreaves, giornalista e professore universitario, scrive:

“In effetti, le uniche società in cui l’ammissione alla pratica del giornalismo è controllata sono quelle che hanno abbandonato o non hanno mai conosciuto la democrazia, come l’Unione Sovietica nel periodo della guerra fredda, o numerosi paesi in Africa, Medio Oriente e Asia. L’obbligo di appartenere a una «unione di giornalisti» o a un «club della stampa» approvati dallo stato garantisce che il giornalismo vero, se esiste, avrà luogo per sotterfugio. Il diritto fondamentale alla libera espressione democratica dà, in linea di principio, a ogni cittadino il diritto di essere un giornalista, per segnalare un fatto, e di pubblicare un parere. Il giornalismo, secondo questa linea di ragionamento, è filosoficamente e praticamente al di là della regolamentazione da parte di qualsiasi organismo associato con lo stato. Persino il porre un forte accento sulla formazione o gli standard professionali può ridurre questa necessaria libertà: come la libera espressione garantisce la tolleranza per la pornografia e i brutti romanzi, così pure deve distogliere gli occhi dal cattivo giornalismo. L’alternativa trasforma il giornalismo in un altro ramo del potere costituito”.

da Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark)

Non di solo pane

L’AD di Trenitalia, Mauro Moretti, mi ha tolto l’unico piacere della mia vita da pendolare. Da lunedì scorso, il mio treno preferito, è sparito da orari e binari. Cancellato. Sette/otto vagoni di pura ferraglia targata Trenitalia improvvisamente ridotti a una curva nella memoria. La mia.

Il regionale delle 16.33 da Bologna a Carpi, all’arrivo in stazione proveniente da Milano, vomitava sul binario la solita quantità multiforme di carne umana destinata a stipare all’inverosimile qualsiasi treno per pendolari che si rispetti. Ma una volta fluita la fiumana, passata per i vagoni la squadra di pulizie per raccogliere i resti biologici e plastici dell’orda assiepata da Milano fin nel cuore dell’Emilia, ecco il miracolo della verginità ritrovata: quei vecchi vagoni che si presentano vuoti e intonsi ad accogliermi e pronti ripartire per la nuova destinazione. Un’accoglienza da re, non dico proprio solo per me, ma certo me e giusto qualche altro nomade triste del Terzo millennio. Uno spreco insomma: un intero treno per pochi intimi. Del resto, difficile immaginare frotte di persone prender d’assalto un regionale per Carpi. Giusto qualche modenese. Come me.

Sul regionale delle 16.33, è successo più d’una volta di avere un intero vagone tutto mio. Una goduria. Non che cambiasse chissà che. Ma insomma, un po’ come il piacere di stare in spiaggia stravaccato con l’ombrellone più vicino a non meno di 50 metri. Un attimo fuggente che ho provato solo in Sardegna, i primi di giugno di qualche anno fa.

Sul regionale delle 16.33, mi sono pure concesso anche qualche sano momento di riposo del Pendolare stanco: quelle dormicchiatine fugaci sballonzolati e sbattacchiati dalla ferraglia Trenitalia sbuffante. Quei momenti dove ti assopisci e ti svegli e ti assopisci ancora, con la testa che fa su e giù in concomitanza di uno scambio o di un leggero dosso del binario. Sicuramente russi. Ma tanto nessuno ti sente. Sicuramente hai la bocca semiaperta a pigliar mosche. Ma tanto nessuno ti vede. Forse scende pure quel filino di bava agli angoli della bocca. Ma tanto non ci sono gli studentelli rompipalle pronti a sghignazzarti in faccia pieni di boria, sicuri che loro, loro no, la tua fine da [compagno di scuola, ti sei salvato, o sei entrato in banca (arrivandoci col treno) pure tu?] non la faranno mai. Si considerano pendolari occasionali, mica gente ormai piegatasi al torpore della vittima. Bello infine, svegliarsi a casa, a Modena, senza quasi essersi accorti di aver pendolarizzato anche oggi. O con la sensazione di averlo fatto per finta, occasionalmente, come fossi ancora solo un compagno di scuola.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.

C’è poco altro da aggiungere: questi primi sei mesi sono andati così. A febbraio c’è stata l’emergenza neve (ah, quanti rimpianti per quella sciocchezzuola), dal 20 maggio ci godiamo il terremoto e – suppergiù – le sue cento scosse al giorno. Questo è solo la parte local naturalmente: sullo sfondo ci fa compagnia salendo o scendendo a seconda dei giorni, come lo spread, il tormentone della crisi con i suoi scenari da incubo al cui confronto la Grande Depressione del ’29 sembrerà al massimo un bel film di Frank Capra dall’inevitabile happy ending.

Per finire, sempre ieri il solito Moretti, oltre ad avermi tolto già da oggi il mio regionale delle 16.33 – ha fatto sapere che dal 2013 noi pendolari potremmo restare tutti a terra.

Poco male, visto che tanto un servizio che dovrebbe essere primario come il pane, fa schifo.
Mangeremo brioches.

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Mille (milioni di) bolle blu

“Una bolla si verifica quando un’ondata speculativa provoca l’aumento del prezzo di un bene al di là del suo valore intrinseco”, spiega James B. Stewart sul New York Times. “Quando l’ondata passa, e gli investitori finalmente riconoscono la divergenza, la bolla di solito scoppia provocando un crollo dei prezzi”.

Non tutte le bolle vengono per nuocere. Negli anni ottanta la bolla di Microsoft, Compaq e Intel portò milioni di computer nelle case e negli uffici degli Stati Uniti. “Quando la bolla esplose, la Silicon valley era piena di microprocessori a buon mercato e teorie su come sfruttarli”, racconta Ashlee Vance su Bloomberg Businessweek. Anche la bolla tecnologica di dodici anni fa, che polverizzò seimila miliardi di dollari in borsa, comunque lasciò in eredità l’infrastruttura tecnologica di internet.

La bolla di questi mesi, invece, è diversa. Perché i social network al centro dell’ondata speculativa sono poco più che scatole vuote. Instagram è un’azienda fondata in California 551 giorni fa, nell’ottobre del 2010. Ha tredici dipendenti e zero ricavi. Il suo unico prodotto è un’app gratuita per scattare foto da condividere online. Facebook l’ha comprata per un miliardo di dollari. Un miliardo di dollari è più o meno il pil di paesi come il Burundi, Capo Verde o Haiti. Oppure è di poco superiore al valore del New York Times, un giornale che è stato fondato 116 anni fa e ha più di settemila dipendenti.

Editoriale di Giovanni De Mauro su Internazionale n. 944

Reality off

L’Amaca di Michele Serra su Repubblica di oggi.

Muoversi, spostarsi continuamente, viaggiare è una facoltà. Un vantaggio dei tempi. Ma non è un diritto. Non c’è tecnologia, organizzazione sociale, governo illuminato che possano garantire a tutti, sempre, comunque la possibilità di attraversare una città o una regione o un paese.

I mari in tempesta, la neve e il ghiaccio, le avversità naturali e climatiche limitano la nostra libertà di movimento. Nelle lamentele e nelle polemiche di questi giorni c’è una parte di ragione: se una città si paralizza perché nessuno ha pensato a spargere il sale nelle strade, siamo di fronte a un’omissione evitabile.

Ma c’è un sovrappiù di ira e di stizza che discendono dall’illusione che tutto sia diventato facile, disponibile, agevole, così che al primo ostacolo cominciamo a
inveire contro il governo ladro o il sindaco scemo o la Protezione civile inetta. Ma un viaggio, se si è in carne e ossa e ci si muove in un paese dai contorni reali, non è una applicazione del palmare. Non si risolve in un “on” e “off”. Non è garantito per contratto. Capita di doversi fermare, anche contro la propria volontà. Capita di non essere onnipotenti e onnipresenti.


(Una produzione Officine Tolau)

L’Ordine dei giornalisti merita una sepoltura veloce e senza rimpianti

Un articolo del 2004 di Federico Rampini riproposto in questi giorni in cui si discute di liberalizzazione delle varie caste professionali che ammorbano questo Paese. Nel grande pezzo di Rampini, si parla appunto di giornalismo e di giornalismi, in Italia e negli Usa, e di un Ordine (dei giornalisti) che dovrebbe fare la fine che gli spetta.

Sono un «tesserato» dell’Ordine dei giornalisti dal 1982, anno in cui passai un esame di abilitazione privo di qualsiasi rapporto con le conoscenze necessarie per svolgere la mia professione.

Nei 24 anni trascorsi da quando ho iniziato a fare questo mestiere – e anche molto prima che lo facessi io – più volte nel mio paese è stata offesa la libertà di stampa, la qualità e l’affidabilità dell’informazione. Le minacce più serie sono venute dall’intreccio tra politica, affari e mass media; dai conflitti d’interessi; dal duopolio o monopolio televisivo; e insieme dal servilismo, dalle collusioni e complicità che periodicamente si manifestano tra giornalisti e politici, tra giornalisti e potentati economici, o semplicemente tra i giornalisti e le loro fonti quando le notizie diventano merce di scambio per favori reciproci, al servizio di agende occulte e inconfessabili.

È un male antico la sottomissione di una parte del giornalismo italiano a logiche di potere, di partito, di mafie, di cordate. Il ruolo dei mass media per far crescere una società civile informata e consapevole dei suoi diritti, decade ogni volta che i giornalisti servono interessi «altri» da quelli del loro pubblico. In nessuna occasione ho visto l’Ordine contrastare questi pericoli, mettersi di traverso alle trame e alle «cupole», svolgere un compito libertario, moralizzatore o di semplice disciplina deontologica. Non ricordo che l’Ordine si sia distinto per la sua efficacia nel difendere giornali aggrediti e intimiditi dal potere politico, o scalati da cordate finanziarie che volevano usarli come strumenti di pressione. Non mi risulta che l’Ordine abbia scatenato campagne coraggiose contro la lottizzazione della Rai, o contro l’ascesa del monopolio di Berlusconi nella tv commerciale.

Leggi tutto su Micromega.

Surrealism: Propaganda

Dissenso digitale

Se condividete le idee del movimento Occupy Wall Street e volete continuare a manifestare il vostro dissenso contro le banche, esiste un modo per occupare i loro spazi digitali, spostando di fatto la protesta direttamente sul Web – una strategia che forse farebbe comodo anche agli indignati nostrani, per ora poco propensi a usare la Rete.

Per farlo basta visitare la pagina Occupy the Url (il programma è stato lanciato ieri, 25 ottobre) e inserire l’indirizzo del sito web bersaglio delle vostre proteste. Fatto. Con un semplice click, le immagini di un gruppo di manifestanti di Wall Strett si sovrapporranno alla homepage dell’istituto finanziario, fino a fare scomparire il suo layout.

È quello che succede quando il movimento del 99% decide di scendere sul Web e occupare i siti delle banche che fanno gli interessi del contestato 1%. Va chiarito che non ci si trasforma in hacktivist, perché l’occupazione della homepage non avviene realmente, come spiega Mashable. (via Daily Wired)

 

Vajont, Italia 2011

E’ sempre istruttivo leggere e rileggere “Sulla pelle viva“, il racconto di un disastro annunciato – quello del Vajont – scritto dalla giornalista Tina Merlin che, unica all’epoca, denunciò ripetutamente nei suoi articoli su L’Unità quello che stava accadendo, quel che sarebbe potuto succedere, quel che poi accadde.

E’ utile leggerlo, non solo perché è un’inchiesta serratissima su una delle più grandi tragedie italiane del dopoguerra, ma perché nel racconto di quell’Italia – un Paese in cui gli interessi dello Stato non sono gli stessi dei cittadini, ma colludono con quelli di un potere economico spregiudicato e attento esclusivamente al profitto a qualsiasi costo –  è fin troppo facile trovare le radici del presente.

Nel racconto del disastro del Vajont è reso esplicito il tradimento già consumato dei valori della Resistenza, della Costituzione e della neonata Repubblica ad appena dieci anni dalla sua fondazione (il disastro è dell’ottobre 1963, ma i primi lavori per la costruzione della diga iniziano nel 1957). L’Italia di quegli anni è un Paese già corrotto e corruttibile, con la parziale attenuante (ma vallo a spiegare ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime di quella strage) di un boom economico che produsse una straordinaria spinta per la conquista di un benessere che nel suo incedere travolse tutto il passato (come disse Marco Paolini nella sua Orazione civile, la tragedia del Vajont fu “il funerale di quell’Italia contadina che non serviva più a nessuno” – qui).

Oggi i meccanismi di esercizio del potere nell’interesse primario di pochi, sono pressoché identici, con l’aggravante che non c’è nemmeno più un orizzonte da raggiungere, una nuova frontiera da conquistare. Per il resto, nell’Italia gattopardesca in cui da quel lontano 1963 tutto sembra essere cambiato, tutto in realtà è rimasto identico.