Perché voterò Matteo Renzi

Una decina di giorni fa ho assistito a Bologna a una manifestazione di protesta dei concessionari delle spiagge. Venivano da tutta Italia. Saranno stati in duemila, forse tre, ma facevano casino per un milione. Gli slogan, oltre a quello più trasversale e buono ormai per qualsiasi occasione (“Politici di merdaaaaaa!!!!”) erano: no alle aste per le concessioni; proroga illimitata a quelle attuali. Insomma, nessuno tocchi questi diritti acquisiti (!?), in contrasto con la direttiva europea che vorrebbe invece fossero messi a bando (ma solo dal 1 gennaio 2016: i nostri hanno già ottenuto una proroga). Liberalizzazione sulla quale vorrei vedere chi non è d’accordo, a parte Assobalneari naturalmente.

Ricordo che quel giorno ho pensato: ma figurati se non otterranno quello che vogliono e aste, bandi e direttive europee andranno a farsi friggere. A quanto pare sono stato facile profeta: ieri Pdl e Pd hanno presentato un emendamento al DL sviluppo che farebbe slittare la scadenza prevista,  per il 2015 appunto, di altri 30 anni. All’infinito in pratica. Con buona pace di tutti.


E’ che in Italia è così. Siamo un Paese fermo da anni ai blocchi di una partenza che non parte mai. Mica solo per la finanza cattivona, la Merkel, l’uomo delle banche Mario Monti, il ventennio berlusconiano (che linguisticamente e storicamente suona così bene anche se in realtà i suoi anni di governo sono stati parecchi di meno), quel furbastro di Marchionne… e via così, di bersaglio in bersaglio. Che saran pure tutti giusti – come bersagli – ma finiscono per mancare quello che, per me, è il più grosso. Siamo costantemente al palo anche, e soprattutto, perché dopo essere stato per secoli un Paese di comuni, città e provincie (anche se si chiamavano Ducati o Regni) oggi siamo un Paese di corporazioni.

E ci metto dentro tutti: mica solo gestori di bagni o i tassisti, ma anche i politici, i notai, gli avvocati, i giornalisti (crisi della carta stampata a parte, oggi c’è una maggioranza di peones senza futuro e senza speranza che pratica il mestiere e una minoranza – opinion leader compresi; anzi, soprattutto loro – che godono di stipendi e benefici che difendono con le unghie e coi denti), il sindacato, i dipendenti pubblici, gli industriali… Insomma, tutto e tutti. O quasi. Ad esclusione naturalmente di quelli che nei vari cerchi magici delle corporazioni non sono riusciti a suo tempo ad entrare e oggi sono precari e sfigati, disoccupati e dimenticati. Gli esclusi insomma. Oggetto di oceani di chiacchiere che si traducono quasi sempre in un perfetto nulla o, al limite, introducono se possibile condizioni ulteriormente vessatorie.

Ho titolo per parlarne, penso: sono precario da almeno quindici anni.

Il punto per me, allora, non è di eliminare tout court i diritti di chi li ha già (ma vogliamo parlare dei gestori dei bagni pubblici, tanto per rimanere all’intro di questo pezzo?), ma certamente di redistribuire quelli esistenti e, possibilmente e sicuramente, aggiungerne di nuovi: a una vera flexsecurity in questo Paese dovremo arrivarci prima o poi, non ci sono alternative.

Per fare questo però bisogna rompere il blocco delle mille corporazioni (a partire dai giornalisti, il cui ordine di cui faccio parte, abolirei oggi. No, ieri) e creare un vero dinamismo nel mondo del lavoro, non una flessibilità tutta giocata al ribasso e sul ricatto di chi deve accettare qualsiasi condizione pur di poter lavorare, in assenza di qualsiasi tutela.

Un mondo in cui io faccio il giornalista perché lo so fare: so scrivere, fare video, montarli, fare un’intervista come si deve, cercare sempre il pelo nell’uovo e non fare il servo prezzolato del membro della corporazione di turno, conosco il web e lo so usare (perché, cari amici della carta stampata, questo evoluzione viene richiesta oggi a chi vuol fare il mestiere…) e non perché sono parte di un ordine la cui costosa macchina serve solo a mantenere i privilegi di chi li ha già, foraggiare l’istituzione stessa, stampare penose riviste regionali, mantenere orridi siti web e poco altro.

Ma veniamo al punto: tra Renzi e Bersani chi mi può garantire meglio questa svolta che personalmente ritengo decisiva per rimettere in moto il Paese?

Forse che Renzi ha programmi più in sintonia con quello che penso, il suo esibito giovanilismo mi regala qualche illusione di dinamismo in più, le sue impertinenze da Pierino mi convincono maggiormente rispetto alla bonarietà paciosa e tranquillizzante di Bersani, che volutamente si rifà a Romano Prodi (a dimostrazione che la comunicazione la maneggia anche lui, pur non avendo dietro Giorgio Gori)?

Niente di tutto questo.

Penso sinceramente che Bersani e Renzi, forse con modalità e tempi diversi, con qualche sfumatura certamente differente, ambiscano sostanzialmente agli stessi obiettivi: su tutti, ridare fiato a questo Paese fiaccato, senza per questo sfasciare il welfare all’europea che è ciò che ci differenzia veramente dal modello americano. Bersani lo ha dimostrato nelle sue esperienze da ministro e, giustamente, lo rivendica: quelle poche liberalizzazioni buone che ci sono in Italia (perché ci sono anche cose che non vanno liberalizzate o liberalizzazioni del tutto finte che si traduco in cartelli sempre e comunque a nostro svantaggio) le ha fatte lui.

Penso sopratutto che, messo com’è questo Paese dal punto di vista finanziario ed economico, entrambi potranno fare ben poco di quello che promettono. Al massimo potranno cercare di distribuire le risorse in maniera più oculata rispetto a quella scellerata con cui è stato fatto finora. Riusciranno magari a impostare, in maniera forse parzialmente differente, delle politiche d’indirizzo i cui effetti vedremo in futuro, più che nella gestione ordinaria che dovranno affrontare nell’immediato, con questa congiuntura europea e mondiale.

E neppure, per andare un po’ più sul personale, penso minimamente che Bersani, come uomo e come esponente politico, sia meno capace o onesto, spero effettivamente interessato al bene comune, di quanto lo possa essere Renzi.

E allora, perché scelgo Renzi? Perché il sindaco di Firenze è quasi del tutto privo di ciò che invece grava come un macigno oggi e in futuro sulle spalle di Bersani: quella filiera di intrecci che da Roma fino al più sperduto angolo del Paese lega gli esponenti del PD (come quelli degli altri partiti, dal PDL alla Lega) a quel sistema corporativistico di cui parlavo sopra, quel meccanismo che, nelle sue varianti centrifughe o centripete, fa si che mille gestori di bagni possano imporre una legge a loro esclusivo interesse, che in questo Paese non si tocchi mai nulla che vada a minare l’interesse dei pochi anche se i benefici ricadrebbero in maniera evidente sui molti. E via mantenendo saldamente immobile l’esistente: perché qualche interesse di qualcuno che non vuole essere toccato, qualsiasi cosa tu faccia, finisci inevitabilmente per toccarlo.

Non che a Renzi manchi la sua rete personale. Tanto per far nomi per i quali viene costantemente attaccato: Giorgio Gori, Davide Serra, e chissà, qualche altro supporter meno noto ma altrettanto decisivo per la sua campagna e il suo futuro. Ma appunto, si tratta di una rete poco più che personale: chi disconosce che al sindaco manchi totalmente un radicamento d’interessi a raggiera dalle Alpi alla Sicilia, o non conosce la realtà, o finge di non conoscerla.

Eppure proprio questa libertà, dal mio punto di vista, diventa un valore nel Paese delle Corporazioni e degli Interessi Particolari ai quali invece, quell’onest’uomo di Pierlugi Bersani, finisce per essere invischiato al di là delle sue personali intenzioni e volontà. E la speranza è dunque che, per una volta, in questo buco, in questo vuoto temporale di assenza di riferimenti che si verrebbe a creare, possa emergere almeno per un breve tratto di strada, il Bene Comune, prima che gli interessi di parte prendano di nuovo il sopravvento ristabilendo nuovi equilibri. Come è sempre stato e sempre sarà.

Per questo, domani al ballottaggio per le primarie del centro sinistra, voterò Matteo Renzi.

 

Indignazione all’italiana

Ieri a Roma io c’ero, insieme ai miei amici e colleghi delle Officine Tolau. A parte la questione Black bloc, la più vistosa dal punto di vista mediatico, restano le considerazioni di fondo espresse da questo bel post di Peace report, che mi sento di condividere:

I cosiddetti Indignados italiani hanno fallito. O, forse, noi italiani non abbiamo compreso a fondo il significato dell’indignazione.
Si dirà che c’erano molti pacifici che credevano di marciare pacificamente; si dirà che una frangia violenta ben organizzata, magari con il supporto di elementi stranieri, ha rovinato una manifestazione bellissima. I black bloc sono diventati un alibi troppo scontato in un modo di manifestare diventato anacronistico, ancorato a schemi che hanno almeno 50 anni di vita, modelli che il potere politico finanziario è ben preparato a fronteggiare. È impossibile evitare la violenza dei ragazzi vestiti di nero? Sicuramente è possibile tenerli fuori dalla festa.

È proprio in questo che gli organizzatori della manifestazione italiana (unica in Europa ad aver preso questa piega vergognosa) hanno fallito. Quello degli Indignados è un movimento nuovo, fresco, creativo, improvvisatore. A Roma il tutto è stato pianificato come una qualsiasi manifestazione sindacale con il classico raduno in Piazza della Repubblica e fine corsa a Piazza San Giovanni. Nulla di nuovo. Come nuove non erano le presenze alla manifestazione: bandiere di Sinistra e Libertà, dei Cobas, del Partito comunista dei lavoratori, dei No Tav non avrebbero dovuto esserci. Tanto meno il gruppo del “no tessera del tifoso”. Sì, c’erano anche loro.

Le manifestazioni di Spagna, Israele e soprattutto di Wall Street hanno insegnato che non ha senso marciare senza senso e che soprattutto i numeri non contano: sono più efficaci 300 persone che arrivano all’improvviso nel cuore finanziario di un Paese che non un milione di persone davanti a una basilica.

E ancora i cori: sempre “Silvio pedofilo”, “Silvio vaffanculo”. È tutto molto limitato e cieco. Gli Indignados si muovono contro un sistema asfissiante politico-finanziario, di cui fanno parte tutti, anche i sindacati. Il bersaglio non è un solo governo e gli Indignados, per definizione, non possono e non devono sopportare il cappello di alcun partito. Magari, un giorno scopriremo che un corteo silenzioso, sobrio, senza musica e alcol spaventerebbe maggiormente i vampiri che ci guardano dall’altro.

Non sono state portate idee, nessun programma, nessuna richiesta, nessuna pretesa. Gli Indignados italiani hanno perso una grande occasione e ne sono responsabili perché da domani non si parlerà del futuro delle nuove generazioni, della disperazione delle vecchie, ma di una manifestazione con centinaia di migliaia di persone rovinata da un gruppo di criminali vestiti di nero.

(Il post originale)

(Foto Stefania Spezzati)



(Foto Stefania Spezzati)
(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)

Decurtatio precox

A proposito dell’annosa questione dei costi della politica, qui in Emilia-Romagna tiene banco da un bel po’ la faccenda dell’autoriduzione dello stipendio dei due consiglieri regionali del MoVimento 5 Stelle Giovanni Favia e Andrea Defranceschi a 2.500 euro mensili.
I due, e tutto il movimento con loro, ne fanno – comprensibilmente – vanto.
Pur riconoscendo il gesto in sè meritorio, la faccenda è un po’ più complicata del semplicistico “ci siamo ridotti lo stipendio“.
Alcuni commenti (SEMPRE dare un occhio ai commenti ormai, sul web) in calce a un articolo di Giovanni Favia (M5S, guida per opinionisti negligenti) su Il Fatto Quotidiano Emilia-Romagna mi sembra restituiscano in maniera un po’ più corretta la complessità della questione.

Ecco qui in uno screenshot quelli più interessanti – a mio avviso – sulla faccenda:

Sempre sul Movimento di Grillo segnalo anche questa interessante tesi di laurea di Luca Baldini: “Populismo e antipolitica, Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle” e anche un’intervista audio al giornalista Pietro Orsatti: “Chi c’è dietro a Beppe Grillo e al suo partito“. Infine, naturalmente, il film sul M5S realizzato insieme alle Officine TolauA furor di popolo“, da ieri online integralmente.

Cars Wold War

Secondo quanto riportato nell’ultimo numero di Internazionale (citando The Lancet), ogni giorno nel mondo i morti sulle strade sarebbero 3.000.
90.000 al mese.
Totale: poco meno di un milione di vittime all’anno.
Numeri degni di una guerra mondiale (per dire, la Seconda, ha fatto 71 milioni di vittime. Per la prima si stimano intorno ai 16 milioni).
Secondo Worldometers, i morti in questi primi sei mesi del 2011 sono quasi 21 milioni.
In pratica, circa il 2,1 % dei decessi di ogni anno su questo pianeta avvengono grazie all’uso smodato che abbiamo di queste scatolette di metallo (per fare un confronto, nel 2010, i morti per disastro aereo sono stati 828).

Da buttare via la chiave (della macchina).

L’Italia è un paese razzista?

Certamente sì.
Nella misura in cui, ormai da molti anni, si sta abilmente cercando di sostituire il conflitto di classe con il conflitto tra razze.

L’immigrazione extracomunitaria ha progressivamente offerto sempre più carne da sacrificare in sostituzione del – potenzialmente esplosivo – conflitto nord-sud d’Italia, per tutta la seconda metà degli anni ’80 e la prima degli anni ’90 cavalcato con feroce determinazione – e palese successo – dalla Lega Nord.

Oggi quello scontro, per nulla ricomposto, resta fondamentalmente latente, sostituito appunto dal pericolo “straniero”.
Presumibilmente tale latenza è destinata a protrarsi a lungo, almeno finché i messaggi quotidiani da parte della classe dirigente di questo Paese, saranno di questo tenore: «Meno immigrati: meno criminalità».

Ma l’ormai seconda scelta, Calabria vs Lombardia (per dire…), è a sua volta sostitutiva dell’eterno, irrisolto e oggi quasi innominabile, conflitto di classe.

Non è affatto banale dire che i problemi che può vivere oggi una persona come me, con uno stipendio (e, a periodi, nemmeno quello) sinceramente umiliante rispetto anche solo al valore che produco, hanno molto più in comune con un immigrato che fa l’operaio in fabbrica (o nemmeno quello) che con un qualsiasi italianissimo esponente della, numericamente sempre più sparuta, classe medio-alta di questo Paese.
Insomma: ho più elementi da condividere con la filippina che abita al piano di sopra che con gli avvocati che hanno i loro studi al piano di sotto.

E dico questo nella piena consapevolezza dei miei privilegi che comunque fanno la differenza rispetto ad Isabel, immigrata dalle Filippine una decina d’anni fa.

Tra due giorni compirò 46 anni.
Ebbene, negli ultimi 13 anni, da quando di anni ne avevo 33, non ho mai avuto un lavoro a tempo indeterminato.
Non mi è mai stato nemmeno proposto.

Da allora, e per diversi lavori, sono stato prima un Co.co.co., poi sempre un Co.co.pro (acronimo di coprofago, come dico sempre io).
Ovviamente sempre (a parte qualche eccezione) in attività dove la supposta reciproca libertà del contratto a progetto andava applicata quasi sempre ai miei diritti, inesistenti e privi di qualsiasi tutela, e mai ai miei doveri.
A partire da quello della subordinazione e del rispetto del classico orario d’ufficio (imperativi ineludibili, ovviamente, pena la conclusione immediata del “progetto”).

Quel poco che sono riuscito a strappare in termini di libertà e diritti, si deve solo alla mia capacità di far valere le abilità professionali.
Che però devo reinventare, ridefinire, marketizzare in maniera sempre nuova e sempre più faticosa, man mano che aumenta la mia età.
L’anagrafe impietosa, certifica la mia progressiva difficoltà (fino alla definitiva espulsione, a meno che io non sia capace di inventarmi un’attività da me medesimo) di rimanere inserito in un mercato del lavoro sempre più destinato a giovani che, pur lamentandosi & contorcendosi, sono cresciuti fin da piccoli tra l’incudine e il martello della necessità incontrovertibile (!) di un lavoro flessibile e precario, il solo (?!?) atto a sostenere la competizione globale fino alla notte dei tempi.

Balle colossali ovviamente.
O forse: verità.
Almeno nella misura in cui questo e altri meccanismi, nella competizione globale (così come in quelle che l’hanno preceduta, semplicemente con nomi diversi, nei secoli dei secoli), servono ad ingrassare e crescere piccoli e grandi Briatore d’ognidove, mentre io – secondo loro – dovrei guardarmi le spalle dalla tenera Isabel che abita al piano di sopra.

Dan you are an idiot

Qualche tempo fa ho pubblicato un post chiedendomi se esistessero dei meccanismi “scientifici” per rendere un video virale.
Come no!, mi risponde (si fa per dire) oggi su Techcrunch Dan Ackerman Greenberg, co-foundatore di una azienda che si occupa esattamente di questo: rendere virali i lavori che i suoi clienti gli sottopongono.

La cosa che mi ha più incuriosito dell’articolo, tutto tecnica e zero cuore (pragmatismo “all’americana”), è il paragrafo, “Content is not king”, il contenuto non è poi così importante. O meglio, d’accordo per un concept decente, ma in fondo a fare davvero la differenza è altro: le varie tecniche di promozione, su YouTube in primis.

Tecniche che Dan spiega nel dettaglio, sollevando un polverone nei commenti (al momento in cui scrivo 271) tra coloro che si sentono scippati nella loro fiducia che il word-of-mouth – il passaparola – sia davvero il motore puro e democratico per la diffusione, almeno sul web, di un prodotto.
Invece, lo zampino del commercio ci mette il suo anche nella “spontaneità” pop.

A proposito, questo video è stato visto 3 milioni 600.000 volte.
Risultato di una tecnica applicata o pura passione popolare?

Gioielli

Non intendo assolutamente prender parte al gran ciarlare (al solito, tutto a suo vantaggio) che si sta già facendo sulla nuova campagna shock di Oliviero Toscani che vede come protagonista la modella anoressica Isabelle Caro.

Ieri sera ne parlavo con un amico fotografo di moda che mimava – col cinismo di chi ritiene di saperla lunga – un’immaginaria discussione tra Toscani e l’ufficio marketing del marchio di abbigliamento che la campagna pubblicizza.

Insomma, lui era uno di quelli “contro” Toscani e queste sue uscite.

Io non mi pronuncio. Solo, mi ha fatto tornare in mente “D&G”, una rubrica che io e il mio amico Geppi Sanna, dolce scrittore, poeta e rocker, realizzavamo settimanalmente (ormai una vita fa) per la defunta blog-zine Granbaol.

Nell’immagine qui sotto, un esempio: “Gioielli”.