Il dubbio del tradimento

La famiglia Cervi (Fonte immagine)

La recensione di Mirella Serri su Sette del Corriere di oggi al thriller storico di Dario Fertilio, “L’ultima notte dei fratelli Cervi”, Marsilio (di cui ho già accennato qui).
Il dubbio del tradimento sulla fine dei fratelliCervihttp://www.scribd.com/embeds/105919678/content?start_page=1&view_mode=scroll&access_key=key-kw2238ha7p34u6vrvt8

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Indignazione all’italiana

Ieri a Roma io c’ero, insieme ai miei amici e colleghi delle Officine Tolau. A parte la questione Black bloc, la più vistosa dal punto di vista mediatico, restano le considerazioni di fondo espresse da questo bel post di Peace report, che mi sento di condividere:

I cosiddetti Indignados italiani hanno fallito. O, forse, noi italiani non abbiamo compreso a fondo il significato dell’indignazione.
Si dirà che c’erano molti pacifici che credevano di marciare pacificamente; si dirà che una frangia violenta ben organizzata, magari con il supporto di elementi stranieri, ha rovinato una manifestazione bellissima. I black bloc sono diventati un alibi troppo scontato in un modo di manifestare diventato anacronistico, ancorato a schemi che hanno almeno 50 anni di vita, modelli che il potere politico finanziario è ben preparato a fronteggiare. È impossibile evitare la violenza dei ragazzi vestiti di nero? Sicuramente è possibile tenerli fuori dalla festa.

È proprio in questo che gli organizzatori della manifestazione italiana (unica in Europa ad aver preso questa piega vergognosa) hanno fallito. Quello degli Indignados è un movimento nuovo, fresco, creativo, improvvisatore. A Roma il tutto è stato pianificato come una qualsiasi manifestazione sindacale con il classico raduno in Piazza della Repubblica e fine corsa a Piazza San Giovanni. Nulla di nuovo. Come nuove non erano le presenze alla manifestazione: bandiere di Sinistra e Libertà, dei Cobas, del Partito comunista dei lavoratori, dei No Tav non avrebbero dovuto esserci. Tanto meno il gruppo del “no tessera del tifoso”. Sì, c’erano anche loro.

Le manifestazioni di Spagna, Israele e soprattutto di Wall Street hanno insegnato che non ha senso marciare senza senso e che soprattutto i numeri non contano: sono più efficaci 300 persone che arrivano all’improvviso nel cuore finanziario di un Paese che non un milione di persone davanti a una basilica.

E ancora i cori: sempre “Silvio pedofilo”, “Silvio vaffanculo”. È tutto molto limitato e cieco. Gli Indignados si muovono contro un sistema asfissiante politico-finanziario, di cui fanno parte tutti, anche i sindacati. Il bersaglio non è un solo governo e gli Indignados, per definizione, non possono e non devono sopportare il cappello di alcun partito. Magari, un giorno scopriremo che un corteo silenzioso, sobrio, senza musica e alcol spaventerebbe maggiormente i vampiri che ci guardano dall’altro.

Non sono state portate idee, nessun programma, nessuna richiesta, nessuna pretesa. Gli Indignados italiani hanno perso una grande occasione e ne sono responsabili perché da domani non si parlerà del futuro delle nuove generazioni, della disperazione delle vecchie, ma di una manifestazione con centinaia di migliaia di persone rovinata da un gruppo di criminali vestiti di nero.

(Il post originale)

(Foto Stefania Spezzati)



(Foto Stefania Spezzati)
(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)

(Foto Stefania Spezzati)

Decurtatio precox

A proposito dell’annosa questione dei costi della politica, qui in Emilia-Romagna tiene banco da un bel po’ la faccenda dell’autoriduzione dello stipendio dei due consiglieri regionali del MoVimento 5 Stelle Giovanni Favia e Andrea Defranceschi a 2.500 euro mensili.
I due, e tutto il movimento con loro, ne fanno – comprensibilmente – vanto.
Pur riconoscendo il gesto in sè meritorio, la faccenda è un po’ più complicata del semplicistico “ci siamo ridotti lo stipendio“.
Alcuni commenti (SEMPRE dare un occhio ai commenti ormai, sul web) in calce a un articolo di Giovanni Favia (M5S, guida per opinionisti negligenti) su Il Fatto Quotidiano Emilia-Romagna mi sembra restituiscano in maniera un po’ più corretta la complessità della questione.

Ecco qui in uno screenshot quelli più interessanti – a mio avviso – sulla faccenda:

Sempre sul Movimento di Grillo segnalo anche questa interessante tesi di laurea di Luca Baldini: “Populismo e antipolitica, Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle” e anche un’intervista audio al giornalista Pietro Orsatti: “Chi c’è dietro a Beppe Grillo e al suo partito“. Infine, naturalmente, il film sul M5S realizzato insieme alle Officine TolauA furor di popolo“, da ieri online integralmente.

Cars Wold War

Secondo quanto riportato nell’ultimo numero di Internazionale (citando The Lancet), ogni giorno nel mondo i morti sulle strade sarebbero 3.000.
90.000 al mese.
Totale: poco meno di un milione di vittime all’anno.
Numeri degni di una guerra mondiale (per dire, la Seconda, ha fatto 71 milioni di vittime. Per la prima si stimano intorno ai 16 milioni).
Secondo Worldometers, i morti in questi primi sei mesi del 2011 sono quasi 21 milioni.
In pratica, circa il 2,1 % dei decessi di ogni anno su questo pianeta avvengono grazie all’uso smodato che abbiamo di queste scatolette di metallo (per fare un confronto, nel 2010, i morti per disastro aereo sono stati 828).

Da buttare via la chiave (della macchina).

L’Italia è un paese razzista?

Certamente sì.
Nella misura in cui, ormai da molti anni, si sta abilmente cercando di sostituire il conflitto di classe con il conflitto tra razze.

L’immigrazione extracomunitaria ha progressivamente offerto sempre più carne da sacrificare in sostituzione del – potenzialmente esplosivo – conflitto nord-sud d’Italia, per tutta la seconda metà degli anni ’80 e la prima degli anni ’90 cavalcato con feroce determinazione – e palese successo – dalla Lega Nord.

Oggi quello scontro, per nulla ricomposto, resta fondamentalmente latente, sostituito appunto dal pericolo “straniero”.
Presumibilmente tale latenza è destinata a protrarsi a lungo, almeno finché i messaggi quotidiani da parte della classe dirigente di questo Paese, saranno di questo tenore: «Meno immigrati: meno criminalità».

Ma l’ormai seconda scelta, Calabria vs Lombardia (per dire…), è a sua volta sostitutiva dell’eterno, irrisolto e oggi quasi innominabile, conflitto di classe.

Non è affatto banale dire che i problemi che può vivere oggi una persona come me, con uno stipendio (e, a periodi, nemmeno quello) sinceramente umiliante rispetto anche solo al valore che produco, hanno molto più in comune con un immigrato che fa l’operaio in fabbrica (o nemmeno quello) che con un qualsiasi italianissimo esponente della, numericamente sempre più sparuta, classe medio-alta di questo Paese.
Insomma: ho più elementi da condividere con la filippina che abita al piano di sopra che con gli avvocati che hanno i loro studi al piano di sotto.

E dico questo nella piena consapevolezza dei miei privilegi che comunque fanno la differenza rispetto ad Isabel, immigrata dalle Filippine una decina d’anni fa.

Tra due giorni compirò 46 anni.
Ebbene, negli ultimi 13 anni, da quando di anni ne avevo 33, non ho mai avuto un lavoro a tempo indeterminato.
Non mi è mai stato nemmeno proposto.

Da allora, e per diversi lavori, sono stato prima un Co.co.co., poi sempre un Co.co.pro (acronimo di coprofago, come dico sempre io).
Ovviamente sempre (a parte qualche eccezione) in attività dove la supposta reciproca libertà del contratto a progetto andava applicata quasi sempre ai miei diritti, inesistenti e privi di qualsiasi tutela, e mai ai miei doveri.
A partire da quello della subordinazione e del rispetto del classico orario d’ufficio (imperativi ineludibili, ovviamente, pena la conclusione immediata del “progetto”).

Quel poco che sono riuscito a strappare in termini di libertà e diritti, si deve solo alla mia capacità di far valere le abilità professionali.
Che però devo reinventare, ridefinire, marketizzare in maniera sempre nuova e sempre più faticosa, man mano che aumenta la mia età.
L’anagrafe impietosa, certifica la mia progressiva difficoltà (fino alla definitiva espulsione, a meno che io non sia capace di inventarmi un’attività da me medesimo) di rimanere inserito in un mercato del lavoro sempre più destinato a giovani che, pur lamentandosi & contorcendosi, sono cresciuti fin da piccoli tra l’incudine e il martello della necessità incontrovertibile (!) di un lavoro flessibile e precario, il solo (?!?) atto a sostenere la competizione globale fino alla notte dei tempi.

Balle colossali ovviamente.
O forse: verità.
Almeno nella misura in cui questo e altri meccanismi, nella competizione globale (così come in quelle che l’hanno preceduta, semplicemente con nomi diversi, nei secoli dei secoli), servono ad ingrassare e crescere piccoli e grandi Briatore d’ognidove, mentre io – secondo loro – dovrei guardarmi le spalle dalla tenera Isabel che abita al piano di sopra.

Dan you are an idiot

Qualche tempo fa ho pubblicato un post chiedendomi se esistessero dei meccanismi “scientifici” per rendere un video virale.
Come no!, mi risponde (si fa per dire) oggi su Techcrunch Dan Ackerman Greenberg, co-foundatore di una azienda che si occupa esattamente di questo: rendere virali i lavori che i suoi clienti gli sottopongono.

La cosa che mi ha più incuriosito dell’articolo, tutto tecnica e zero cuore (pragmatismo “all’americana”), è il paragrafo, “Content is not king”, il contenuto non è poi così importante. O meglio, d’accordo per un concept decente, ma in fondo a fare davvero la differenza è altro: le varie tecniche di promozione, su YouTube in primis.

Tecniche che Dan spiega nel dettaglio, sollevando un polverone nei commenti (al momento in cui scrivo 271) tra coloro che si sentono scippati nella loro fiducia che il word-of-mouth – il passaparola – sia davvero il motore puro e democratico per la diffusione, almeno sul web, di un prodotto.
Invece, lo zampino del commercio ci mette il suo anche nella “spontaneità” pop.

A proposito, questo video è stato visto 3 milioni 600.000 volte.
Risultato di una tecnica applicata o pura passione popolare?

Gioielli

Non intendo assolutamente prender parte al gran ciarlare (al solito, tutto a suo vantaggio) che si sta già facendo sulla nuova campagna shock di Oliviero Toscani che vede come protagonista la modella anoressica Isabelle Caro.

Ieri sera ne parlavo con un amico fotografo di moda che mimava – col cinismo di chi ritiene di saperla lunga – un’immaginaria discussione tra Toscani e l’ufficio marketing del marchio di abbigliamento che la campagna pubblicizza.

Insomma, lui era uno di quelli “contro” Toscani e queste sue uscite.

Io non mi pronuncio. Solo, mi ha fatto tornare in mente “D&G”, una rubrica che io e il mio amico Geppi Sanna, dolce scrittore, poeta e rocker, realizzavamo settimanalmente (ormai una vita fa) per la defunta blog-zine Granbaol.

Nell’immagine qui sotto, un esempio: “Gioielli”.