In nome del popolo italiano, rinuncio.

Riguardo al topolino partorito dalla montagna – la bozza della Finanziaria di Tremonti da più parti definita come una barzelletta (anche qui) – l’articolo più chiaro su quello che dovrebbe essere il “contributo” del governo che per dare il buon esempio, rinuncerebbe da luglio allo “stipendio” dei ministri (qui l’annuncio del ministro Romano), la miglior sintesi che ho trovato in giro per il web è quella di un giornale freepress, Leggo.

Eccola:

“(…) Per rendere più digeribili agli italiani le severe misure economiche che il governo si appresta a varare, il ministro dell’Agricoltura Saverio Romano annuncia che «dal prossimo mese i ministri non avranno lo stipendio, solo quello da parlamentare». Esecutivo pronto a dare il buon esempio, insomma. Peccato che nella bozza in circolazione, la misura annunciata dal ministro non ci sia. Ma soprattutto peccato che l’eventuale taglio riguarderà soltanto gli stipendi che i ministri, eletti anche come parlamentari, percepiscono in aggiunta alle indennità riconosciute a chi siede in Parlamento.

Ai membri dell’esecutivo che sono anche deputati e senatori, infatti, spetta un’indennità di circa 3.800 euro lordi (2.500 netti). Ed è questa che potrebbero sacrificare, conservando invece la ben più alta indennità parlamentare (tra gli 11 e i 12mila euro). Una rinuncia leggera insomma, che poco inciderà sui circa 190mila euro l’anno che un ministro-deputato arriva a guadagnare, a cui si aggiungono molte voci di rimborsi sui quali oltretutto non si pagano le tasse. Difficile allora credere alle parole del segretario del Pdl e ministro della Giustizia Alfano che dice per i tagli si partirà dai palazzi della politica». (…)”.

Insomma, chiamate pure l’uscita di Romano Variante Tabacci, l’assessore al Bilancio della giunta Pisapia che, mantenendo il doppio incarico (è anche parlamentare), ha rinunciato allo stipendio milanese (ma non a quello romano).

Da Milano a Roma, da sinistra a destra, una specie di mantra della rinuncia.
Sempre in nome del popolo italiano, naturalmente.

prescritto
Una vignetta di Edoardo Baraldi

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Qualcuno è sempre più uguale degli altri

Sembrerebbe proprio che il sogno grillino della “democrazia diretta” – basta con gli zombie della politica, basta con l’idea stessa di “rappresentanza”, “ognuno vale uno” e si decide tutti insieme sul web – sia arrivato al capolinea.

Il Movimento 5 stelle è cresciuto. Anzi, cresciutissimo. E non solo qui in Emilia-Romagna.
E si sa, quando il gioco si fa duro…
E chi sono i duri nel M5S?

Qualcosa forse, anche per chi col movimento non ha nulla a che fare, lo si può intuire.

La vicenda è di qualche giorno fa e la racconta approfonditamente Tommaso Caldarelli su Giornalettismo, pescando tra l’altro da fonti assolutamente inattaccabili come sono i vari forum del movimento, da Torino a Napoli.

La riassumo in due parole: il 18 giugno a Milano si incontrano a Milano Beppe Grillo, i due fratelli Casaleggio (i guru del web di cui abbiamo parlato anche in “A furor di popolo“) e i 135 eletti del M5S.

Alla riunione, come viene raccontato nel Meetup di Napoli, è vietatissimo l’uso di telecamere che di solito all’interno delle istituzioni, i grillini brandiscono come spade per svelare quel che accade nelle stanze del potere. “Un candidato sindaco – si spiega nel post del Meetup riportato qui sotto – si era beccato una diffida dai legali di grillo per avere aperto una videocamera per alcuni secondi”.

Casaleggio, secondo quanto si legge nel thread aperto sul Forum del Movimento in Piemonte, nomina quattro persone presenti alla riunione come responsabili di altrettanti ruoli tecnici per il “Nazionale” (se così si può definire).

A quel punto scoppia il casino perchè Davide Bono, consigliere regionale piemontese, alza la manina e protesta. Scrive Bono in una successiva mail poi resa pubblica: “Non ho fatto un po’ di polemica, ho semplicemente fatto quelle critiche che avreste dovuto fare voi. Che 4 ruoli di coordinatori tecnico-politici andavano condivisi non dico neanche con la base ma almeno con i 135 eletti. Solo voi potevate farlo dicendo che avreste accettato l’incarico solo dopo il consenso degli eletti. Sarebbe stato un plebiscito – non certo un voto, perchè un voto si fa su delle candidature spontanee e non spintanee – ma sarebbe stato molto diverso”.

Bono ce l’ha con Vittorio Bertola, piemontese anch’egli, uno dei quattro “inquadrati” nei nuovi ruoli tecnici. Continua infatti polemicamente il consigliere regionale: “Spero che Casaleggio vi controlli bene perchè noi non vi potremo controllare anche perchè non vi abbiamo eletto noi e non sappiamo come sfiduciarvi nel caso di errori o mala gestio. Un po’ come i politici. Inventeremo il recall online anche per i coordinatori? E spero che Grillo e Casaleggio scelgano sempre il meglio, affermando che il voto di un’Assemblea rappresenta un partito, mentre la nomina dall’alto no, ed è preferibile perchè evita il formarsi di correnti e correntine”.

Casaleggio, a quanto pare, di fronte alla protesta manda affanculo (o giù di lì) il buon Bono.

La discussione va avanti un bel po’ nei vari forum, sia quello piemontese che napoletano (e forse anche altri), con Bertola che difende la bontà della scelta tecnica relativa al suo compito (di informatico). Elemento che nessuno mette in discussione.

Il problema, ovviamente, non è tecnico. Ma di metodo.

Come ben riassume in un suo post (qui sotto lo screenshot) un altro espontente del movimento piemontese: “Qua non stiamo giudicando l’idoneità o meno di VB nel ruolo che gli è stato assegnato, stiamo giudicando il concetto stesso di “trasparenza” con cui sono stati nominati i 4 responsabili. Si sta operando contro i principi fondanti del Movimento, l’operazione è chiaramente centralizzante, tipica di una politica che stiamo tentando di combattere; bisogna fare attenzione perchè i danni potrebbero essere immediati, credo che si sia mancato di rispetto a tutte quelle persone che hanno passato mesi in piazza a portare avanti le idee del MoVimento, a partire dagli ultimi di lista fino ai semplici sostenitori”.

Ma come? E la democrazia diretta?
E il mitico “ognuno vale uno”?
E la “vecchia” politica degli zombie, dei cadaveri ambulanti, delle mummie che non hanno capito che nel nuovo che avanza grazie a Internet, tutti siamo uguali?
A parte il fatto, ovviamente, che qualcuno è più uguale degli altri.

Ma questo, ai tanti fan della neo-democrazia diretta di Beppe Grillo & Associati, nessuno lo aveva mai spiegato.

AGGIORNAMENTO DEL 29 GIUGNO

Sul suo blog, Beppe Grillo nega risolutamente quanto riportato in questo post ripreso da Giornalettismo e da vari commenti (come da screenshot pubblicati) sui forum del Movimento a Napoli e Torino.
Scrive Grillo a proposito dell’incontro milanese: “L’intenzione era quella di festeggiare un grande risultato. Niente di più, Nell’incontro si è parlato dell’informazione, sono stati riportati dati e percentuali delle elezioni e sono state invitate quattro persone del M5S a illustrare un loro apporto tecnico al portale del M5S con l’obiettivo di mettere a fattor comune informazioni utili, ad esempio sui programmi locali delle diverse liste. Non si è parlato di nessun coordinatore nazionale, né di ruoli politici assegnati a chicchessia”.

Infatti, come riportato in questo post, si è parlato di ruoli tecnici. Le valutazioni politiche le hanno fatte gli stessi aderenti al movimento, sempre come riportato.
Il resto è libera opinione.

Per Grillo però si tratta di “sputtamento” e minaccia querele: “Questa volta però mi sono stancato e la settimana prossima i miei legali faranno partire le prime querele. In Rete, o fuori, si può scrivere tutto ciò che si vuole, ma bisogna assumersi le responsabilità e provare ciò che si afferma”.

Ogni commento è superfluo, credo.

Esequie in liveblogging

Vuole la leggenda che all’interno del Duomo di Modena si celi uno stargate, cioè un punto di transito tra universi paralleli.

Oggi l’antica leggenda diventa (quasi) realtà, grazie alla neonata struttura Terracielo, una funeral home tra le più grandi d’Europa.

Come recita la presentazione dei servizi offerti, “Terracielo è una struttura, di concezione innovativa e internazionale, divisa in spazi separati e accoglienti, ampi e ben arredati, per consentire a chi lo desidera di dare con grande dignità l’estremo saluto ai propri cari.

Ci sono nove sale del commiato, con salotto anticamera e camera ardente, e la grande Sala Terracielo da 700 posti per cerimonie religiose e laiche, con la possibilità di eseguire musiche dal vivo. Le sale, moderne, eleganti e assolutamente indipendenti le une dalle altre, hanno nomi evocativi, tutti legati alla natura: dalla Sala delle Rose alla Sala degli Ulivi.

Ogni sala del commiato è inoltre dotata di schermi e impianto audio che, comandati da una regia centrale, possono diffondere in ciascuna sala immagini video che ricordano i momenti della vita del defunto scelte dai parenti, così come le musiche, dai classici requiem alle canzoni preferite.

Un bar e un ristorante arricchiscono l’offerta per consentire agli ospiti di stare insieme e vicini al proprio caro; la struttura dispone anche di un ampio parcheggio sotterraneo: a Terracielo nulla deve rappresentare un problema che distoglie dal proprio dolore e dai propri affetti”.

Ma la vera novità, in chiave web 2.0, ci pare questa, una sorta di liveblogging durante le esequie: “Internet consente a parenti e amici lontani di partecipare via computer alle esequie e di tributare messaggi al caro estinto e ai familiari in diretta online. Una password permette i collegamenti da tutto il mondo anche per vedere la trasmissione in rete delle esequie”.

Il 29 giugno si inaugurerà a Modena Terracielo. Su Repubblica, ne parla Michele Smargiassi: “Dai concerti al caffè, la sala del funerale trendy e su misura“.

La sala ristorante di Terracielo

Il più bello spettacolo del mondo

Come diceva Charles Bukowsky, “le persone sono il più bello spettacolo del mondo. Ed è assolutamente gratuito“.
Anche gli animali – anche in città – non sono male però.
E sono gratis pure quelli.

Sul davanzale del mio bagno un piccione maledetto ha fatto il nido.
Il mio animalismo politicamente corretto ha impedito che interrompessi il ciclo  naturale.
Questo mostro e tutto quel che c’è intorno è il risultato.

Anche Animali & Persone messe insieme non sono male come show.
Faccio qualche esempio.
Una quindicina di giorni fa, ho portato il mio cane Pepe Carvalho Paco Ignacio Taibo II detto semplicemente “Pepe“, un incrocio tra cocker e golden retriever, alla tosatura estiva.
“Come lo facciamo?” mi ha chiesto la titolare di ‘Graffi e impronte’.
“Bello corto”.
“Ok, tipo Pincher allora!”
Io ho annuito convinto anche se, prima di questo post, non avevo la minima idea di cosa fosse un Pincher. Così a naso avrei pensato a una marca americana di trattori (invece è una razza canina).

Fatto sta che adesso Pepe, ormai quattordicenne, assomiglia parecchio a un cucciolo.
O almeno in tanti lo scambiano per tale.
Il carattere in effetti è rimasto inalterato da quando aveva sei mesi.
Gli anni e gli acciacchi non gli hanno donato nemmeno un briciolo di saggezza in più.
Il che non depone molto a favore del suo istruttore e capobranco che poi sarei io. Ma vabbé.

Comunque, da quando Pepe è un cucciolo quattordicenne, ci ferma un sacco di gente durante le sue passeggiatine liberatutto in giro per Modena.
L’altro giorno una ragazza in Vespa si è fermata in mezzo alla strada per ammirarlo.
“Che bello!!!” ha sospirato commossa.
Non ho fatto in tempo a replicare che era già ripartita.

Ieri un’anziana con un occhio bendato ci ha fermati cominciando ad esaltare la di lui bellezza (a me non mi fila mai nessuno).
Lui però, in quel preciso momento, ha pensato di scaricare una delle sue bombe da 5 etti a 30 centimetri dal di lei piede.
Si è messo in posa di lancio e ha sganciato.
Così, con quella nonchalance a cui noblesse oblige.
Io ho abbozzato, imbarazzatissimo.
La signora invece ha commentato perfino la di lui deiezione: “Che bella, si vede che sta bene! Lo vedo anche con un occhio solo!”.
Giuro.

Cinquanta metri dopo incrociamo una signora con una vecchia cagna bolsa che arranca lungo la via.
I due (intesi come Pepe e la Bolsa) procedono alle solite presentazioni dei rispettivi didietro.
“Che bello! – ripete la solita solfa la signora – è un cucciolo?”.
“No – replico io con una punta d’orgoglio – ha quattordici anni suonati!”.
Gaffe terribile: la Bolsa ne ha solo 12 e sembra la madre di Pepe.
Del rapporto tra cane e padrone hanno già scritto in tanti (ricordo anche un racconto di Thomas Mann) e anche senza chissà quali approfondimenti ogni padrone sa che il proprio cane finisce per acquisire molto di lui.
Lo sapeva benissimo anche la signora. Che deve essersi sentita come un’anziana decaduta a cui un giovanotto insolente fa notare i segni del tempo.
La conversazione infatti finisce lì.

Dieci metri più in là incrociamo una coppia di cinquantenni evidentemente fanatici di cani.
Pepe, indifferente, sta annusando i lasciti di qualche collega passato di lì in precedenza.
“Che bello! – fa il signore (non sono molto originali le conversazioni sui cani) – di che razza è?”.
Spiego, ragguagliandolo anche sull’età.
Lui cerca il dialogo (col cane, intendo), ma Pepe non se lo fila neanche di striscio.

Il tizio allora fa rivolto alla moglie: “Ehhhhh è logico che non mi presti attenzione. Sta annusando così intento perché di qui è appena passata una bimba (sic!)”.
La “bimba” a cui si riferiva sarebbe la Bolsa di prima che ci precedeva di qualche metro.
Pepe cerca di effettuare un secondo lancio, ma è evidente che il tizio lo disturba.
Fortuna che dopo altre quattro parole biascicate in fretta (la delusione per uno come lui, così sensibile agli animali, è evidente) se ne va e Pepe può colpire in maniera chirurgica il bersaglio.

Casa è finalmente vicina e probabilmente non dovrò più sostenere, fino alla prossima uscita, alcuna conversazione sui cani.
Se volete parliamo di uccelli.

Pepe Carvalho Paco Ignacio Taibo II detto Pepe

Manifesto della cooperativa dell’utero (iconografia de-genere)

Leggendo della bacchettonissima polemica a sinistra relativa al manifesto scelto dal PD romano per propagandare la propria Festa dell’Unità, mi è tornato in mente un breve saggio dello storico Eric Hobsbawm contenuto nel volume “Gente non comune“.

Hobsbawm spiega come nell’iconografia rivoluzionaria e progressista dell’800 la donna discinta, quando non nuda, fosse rappresentativa del processo di liberazione dal giogo del passato.
L’esempio più classico?
La pettoruta Marianna repubblicana dipinta da Eugène Delacroix ne “La libertà che guida il popolo”.

Nel tempo poi, man mano che queste istanze di cambiamento o riuscivano più o meno a raggiungere i propri obiettivi (le varie rivoluzioni liberali che hanno attraversato tutto il XIX° secolo) o assumevano forme di lotta organizzate (il socialismo), l’iconografia classica è lentamente mutatata, per così dire, di genere.

La nuova icona?
L’operaio a petto nudo che, madido di sudore, mette a disposizione della Causa le proprie braccia nerborute.
La donna, camicetta abbottonata fino al collo e fazzoletto in testa, torna ad essere (come è sempre stata per il cattolicesimo) la casta e fedele “compagna” dell’artefice del sol dell’avvenire.
A parte adempiere – ça va sans dire – allo storico compito di mettere al mondo tanti piccoli pionieri a loro volta votati alla costruzione del radioso futuro.

Per farla breve: il moralismo rosso non ha mai avuto nulla da invidiare a quello cattolico.
Né ai tempi della contrastatissima (dal PCI) relazione tra Palmiro Togliatti e Nilde Jotti, né oggi che la indiscutibile deriva berlusconiana offre nuova corda alle tante mariegoretti dell‘utero è mio e me lo gestisco io.

Personalmente, da emiliano (acquisito), opto per la cooperazione.

Il manifesto del PD di Roma per la Festa dell’Unità
(la foto non è nemmeno scattata da loro, l’hanno presa da Internet, qui)

Delacroix: La libertà che guida il popolo

Una statua d’epoca comunista in Ungheria (fonte)

Preziosa_edizione_speciale.mp3

In principio fu la musica.

La possibilità di ascoltare dopo una ricerca di pochi secondi quasi tutta la musica prodotta (l’espressione non mi pare affatto esagerata) in ogni luogo e in ogni tempo, ha semplicemente eliminato il meccanismo spazio-temporale tra l’accendersi del desiderio e il suo soddisfacimento (oltre al fatto di eliminare l’eventualità che un desiderio possa anche non essere soddisfatto).

Risultato?
Poter ascoltare tutto quando voglio ha quasi azzerato la mia voglia di ascolto.
La mia curiosità di scoprire cose nuove, procrastinando all’infinito la voglia di scoprirle.
Tanto sono lì ad aspettarmi.
Eternamente, per quel che ne posso sapere.

Da quanto tempo non ascolto un intero album?
Che fine hanno fatto i miei vecchi vinili ascoltati e riascoltati dal primo all’ultimo solco fino a ridurne alcuni a cacofonie di gracidii saltuariamente intervallati da qualche improvvisa parentesi melodica?

Sia chiaro: nessun rimpianto. I tempi cambiano. E trarre il meglio o il peggio dai mutamenti sta a noi.

Ieri sera però, guardando un film in streaming di cui non mi ricordo già più il titolo (e appena un po’ la trama), mi sono accorto che anche il cinema (anzi, quel che ne resta da una visione online rippata, in buffering con router da resettare dopo 72 minuti) si sta velocemente portando al passo coi tempi: posso vedere (quasi) tutto, quando voglio, ecc. ecc.).

Infine, stamattina, ho letto questo passo tratto da “Come sono diventato stupido” di Martin Page, un libro di una decina di anni fa.

(…) non avendo abbastanza denaro per comprare tutti i libri che desiderava (…) rubava i libri pagina per pagina e poi li ricostruiva nel riparo del suo appartamento, come un editore clandestino. Poiché veniva conquistata con un crimine, ogni pagina acquisiva un valore simbolico ben più grande che se fosse stata incollata e confusa con le sue sorelle; staccata da un libro, nascosta, poi pazientemente rilegata, essa diventava sacra. La biblioteca di Antoine contava così una ventina di libri ricostruiti nella sua preziosa edizione speciale.