L’affascinante e dolcissima bellezza di Marilyn celava l’amara solitudine di una donna infelice

Il 5 agosto 1962, Marilyn Monroe venne trovata morta nella camera da letto della sua casa di Brentwood, a Los Angeles. Aveva 36 anni. Vista la fama della diva, la sua scomparsa riempì le pagine dei giornali di tutto il mondo. Si sprecarono anche editoriali e commenti per cercare di spiegare come la morte potesse toccare anche gli dei dell’Olimpo. “Alle dee proclamate dalla folla manca l’unico attributo essenziale alla divinità: l’essere eterni” filosofeggia in questo editoriale pubblicato su La Stampa di Torino del 7 agosto 1962 l’intellettuale di area comunista Franco Antonicelli. Un capolavoro grondante maschilismo in ogni riga, quello che permeava la cultura d’élite – e non solo – dell’Italia degli anni Sessanta, i cui strascichi arrivano fino a oggi. Eppure, spiega Antonicelli, una chance Marilyn l’aveva avuta: rinunciare all’esteriorità aggrappandosi come una cozza a Arthur Miller. Ma niente, occasione sprecata. Forse perché “la maturazione della donna era ancora larvale: da elemento della natura a essere cosciente che domina la natura, almeno quella porzione che essa ne era, il passo è lungo e faticoso”.

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Non dite a mia madre che faccio l’icona pop, lei mi crede giovane ribelle giù nella sierra

Catturato il giorno prima dall’esercito boliviano, nel pomeriggio del 9 ottobre 1967 viene giustiziato Ernesto Che Guevara. Si conclude così la carriera del ribelle più famoso del ‘900, intransigente eroe della rivoluzione permanente, e inizia quella dell’icona pop, da mezzo secolo campione d’incassi del merchandising globale.

Un enorme contributo a farne un simbolo universale di rivolta dal ’68 ad oggi lo ha dato ovviamente il “Guerrillero heroico“, la celebre foto di Alberto Korda, fotografo della rivoluzione cubana che raccontò, nel corso degli anni, in circa 55 mila scatti. Il più famoso dei quali è il primo piano che immortala il Che il 5 marzo 1960 durante la manifestazione per commemorare le vittime dell’esplosione del mercantile francese Le Coubre, ancorato nel porto de L’Avana (secondo i cubani, un attentato orchestrato dalla Cia).

I rami di palma e il profilo del giornalista argentino Jorge Josè Ricardo Masetti Blanco (di origini bolognesi, meglio noto come
Le foglie di palma e il profilo del giornalista argentino Jorge Josè Ricardo Masetti Blanco (di origini bolognesi, meglio noto come “Comandante Segundo”) vennero successivamente eliminati ritagliando la foto

All’epoca il Che è giovane – appena trentunenne – bello e vittorioso (Cuba è nelle mani dei barbudos di Castro da poco più di un anno). Nel ritratto di Korda il suo sguardo intenso e determinato da maschio alfa, nonostante la tristezza e la rabbia del momento, sembra rivolto all’infinito. Verso l’utopia di un mondo liberato per sempre da diseguaglianze e ingiustizie. Nella nuova Cuba è Ministro dell’industria, ma abbandonerà presto l’isola caraibica e gli agi della sua posizione di potere per continuare a fare il rivoluzionario professionista in giro per il mondo, dall’Africa all’America Latina. Fino all’epilogo boliviano.

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Il morto continua a camminare

A fine anni Settanta esce in Italia in un’edizione pirata “Il morto” di Georges Bataille. Si tratta di un racconto postumo che sviluppa alcuni dei suoi temi classici: l’erotismo, la morte, la trasgressione. L’artista modenese Daniele Lugli se ne innamora subito e insieme all’amico Paolo Montanari riduce in forma di fotoromanzo l’opera dello scrittore e filosofo francese. Da qui comincia la lunga odissea tra Italia e Francia per tentarne la pubblicazione. Nonostante all’epoca goda del pieno sostegno di personaggi come Roland Topor del Movimento Panico, il fotoromanzo resta ancora oggi inedito. La vicenda de “Il morto” è dunque la storia di una sconfitta. Dopo due anni di tentativi, Lugli e Montanari gettano la spugna e si rassegnano a lasciarlo in un cassetto. E’ la resa. Invincibile. Come quella dell’intera generazione di cui hanno fatto parte.

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Ritratto apocrifo di signora, ovvero: dell’Emilia e della sua via

Quasi due terzi degli emiliano-romagnoli abitano, vivono, lavorano, mangiano e dormono nell’area segnata dai 262 chilometri della via Emilia. “Tanto servì e tanto seppe questa strada, che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione” ha scritto il bolognese Riccardo Bacchelli. La via Emilia è l’Emilia. Una regione unica – “il nord del sud e il sud del nord”- che da sempre ha fatto da collante all’Italia intera. Grazie a una raccolta di crowdfunding, grazie all’aiuto di due “esperti” incaricati di far tappa nei bar lungo la strada per stabilire quale siano #imiglioribardellaviaemilia, abbiamo ripercorso l’antica strada consolare romana da Piacenza a Rimini. Un viaggio picaresco per scoprire cosa ne è oggi, dopo 2200 anni, di una delle strade definite di recente da un quotidiano inglese (a dire il vero, più esperto di tette che di viabilità) “una delle venti più interessanti al mondo”. Un reportage che ben presto si è trasformato in un tour sentimentale, in qualche modo iniziato oltre trent’anni fa, di traverso all’Emilia – in definitiva una gran signora – e la sua via.

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Felicità è cantare a due voci quanto mi piaci

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Chi si si ricorda del cantante romano Robertino Loreti? Dopo aver conosciuto una certa popolarità negli anni ’60 per aver partecipato tre volte a Sanremo, è dal 1970 che non pubblica più un disco. Eppure da allora, in Russia e in tutte le repubbliche ex sovietiche, è una star con centinaia di migliaia di persone che affollano i suoi concerti. E’ lui il capofila dello stuolo di cantanti che hanno reso enormemente popolare la musica italiana in Russia. Dagli anni ’80 fino ad oggi. Un documentario racconta della folle passione di un popolo intero per le nostre canzonette.

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Stato d’assedio permanente

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Nel corso dei tre anni del primo conflitto mondiale, furono circa trecento i militari resi folli dalla guerra a essere ricoverati nel manicomio di Colorno. Non uomini, ma numeri. Prima buoni come carne da cannone. Poi come menti alienate da contenere e nascondere, o da “risistemare” per essere rispediti al fronte. Cento anni dopo, queste vittime della violenza del potere, meritano almeno quel poco di giustizia che può offrire loro la memoria.
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno.

Come ogni altro luogo abbandonato, l’ex manicomio di Colorno, nel parmense, è popolato da fantasmi. Con una differenza fondamentale: le ombre che oggi abitano le camerate fatiscenti di questo enorme labirinto sono stati fantasmi anche in vita.

Dall’apertura del manicomio, nel 1873, fino alla chiusura definitiva una ventina d’anni fa, sono state circa 16 mila le persone ricoverate qui, tante quante le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ex ospedale. Donne e uomini affetti da alcolismo, demenza, imbecillità, idiozia, cretinismo, paranoia, psicosi ciclotimica, schizofrenia, paranoia. L’intero campionario di malattie mentali conosciute dall’Ottocento ad oggi.

Pazienti ricoverati alcuni per decenni, altri per pochi mesi. Come la maggior parte dei 285 militari che tra il 1915 e il ’18 transitano per questa struttura di retrovia, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati – morte, violenza, sangue, fango e merda – e che l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperare nel più breve tempo possibile e rispedire, di nuovo “abili e arruolati”, al fronte. Sono i cosiddetti “scemi di guerra”. Una definizione ormai dimenticata per contrassegnare queste vittime di situazioni talmente abnormi, un continuo “stato d’assedio” fisico e psicologico, tale da risultare insostenibile e portare alla follia. Un’espressione popolare che troverà a lungo eco nel bonario rimprovero che alcuni anziani ancora oggi ricordano: “Non fare lo scemo di guerra in tempo di pace”.

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I figli di papà se la tirano su Instagram

Sulla cresta dell’onda da un paio d’anni sui social network, i figli di papà che esibiscono su Instagram gli eccessi che la condizione di super ricchi consente loro, sono percepiti come una specie di degenerazione del capitalismo selvaggio. Invece il loro non è che un ritorno all’antico. A quando era del tutto normale che un nobile ostentasse la superiorità della propria condizione. Nell’era del trionfo neoliberista, gli Übermenschen di Friedrich Nietzsche sono loro. Gli Uber-rich.

Se ho mai desiderato possedere un Rolex? No, confesso di no. Mai avuto il minimo interesse. E neanche ho mai sognato di girare in Ferrari, cenare nell’Osteria dello chef italiano numero 1 al mondo (anche se da casa mia ci arrivo a piedi) o farmi griffare da Dolce&Gabbana perfino le mutande. Anzi, a dirla tutta, ho sempre considerato quello stile lì, i simboli del lusso e chi li esibisce, roba da tamarri. Ogni tanto mi diverto a fermarmi davanti alle vetrine dei negozi in centro a Modena, dove vivo, che non saranno gli stessi di via Montenapoleone a Milano, ma insomma sono comunque destinati a solleticare il portafoglio di gente ben fornita, quali sono moltissimi modenesi. Domandandomi sempre un po’ stupito: “Ma dai, ma chi cazzo compra quella penna da 370 euro? O quella cintura da 250 euro? Ma con che pelle speciale sarà mai stata fatta? Viene da una delle mucche immerse in formaldeide di Damien Hirst?”.

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Buonanotte, compagno emiliano

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La politica? Una “roba bella e divertente”. Pura passione. Come quella per il genere femminile, altra stella polare di Fausto Cigni, classe 1948, noto in città come il “sindaco” di Modena est. Insomma, uno che ancora oggi ha il suo peso e sposta voti. Anche se lui smentisce e si sminuisce: “Io conto solo per un voto, il mio, spero solo che non mi venga l’Alzheimer per non sbagliarmi”. E giù una risatina compiaciuta per la battuta. Perché Fausto è così: un gigione. Che però, ridendo e scherzando, ha fatto la sua parte per costruire quel che viene definito “modello emiliano”. Anche se oggi, di quella storia, resta poco.

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Quei delitti che Modena ha dimenticato

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Otto delitti efferati nell’arco di dieci anni, tra l’85 e il 95. Otto ragazze legate agli ambienti della droga e della prostituzione barbaramente uccise da quello che venne chiamato il “mostro di Modena”.  Ma sulle indagini calò subito una fitta nebbia, tra il torpore di una città accusata di indifferenza per la sorte di vittime “considerate di serie b” e i veleni di una Procura rispetto alla quale si parlò di depistaggi e approssimazione nelle inchieste. Che, per un certo periodo, videro coinvolti anche alcuni poliziotti, poi scagionati. A distanza di tanti anni, l’unica verità accertata è che per quelle giovani vite strappate nessun colpevole è stato assicurato alla giustizia. Né, probabilmente, lo sarà mai.

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Fuoco amico

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Appena entri in contatto con lui capisci subito che ha nel dna quel modo di fare di chi non te la manda – mai – a dire. Anche troppo. Fino a risultare il classico rompicoglioni atomico, sempre e comunque. O lo stereotipo del giornalista vecchio stampo, quello con la ghigna del duro ma un’infantile adrenalina che sale a mille quando può tuffarsi in una nuova storia. Che lui, da freelance, racconta in zone di guerra dove gli altri non vanno. E’ stato in Siria, Afghanistan, Iraq, posti nei quali fare giornalismo significa sudare l’anima e rischiare la pelle. Dove tutto diventa essenziale. E che Cristiano Tinazzi racconta allo stesso modo. Senza fronzoli. Per far male. Come fuoco amico.

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