Biutiful cauntri e altri racconti

Una bella iniziativa Rai che mi par giusto promuovere:

Uno sguardo sulla realtà ma anche un’occasione per rilanciare un genere troppo spesso sottovalutato. “Il documentario” è un omaggio alla storia del documentario italiano e andrà in onda su Rai Uno a partire dal prossimo 18 luglio, per otto domeniche. Grandi titoli che promuovono un genere di nicchia attraversando registi e tematiche trasversali. A selezionarli è la redazione di Speciali Tg1 che, in collaborazione con Rai Cinema, ha stilato un pacchetto di otto documentari d’autore: si va dall’Oro di Cuba di Giuliano Montaldo a Sotto il cielo azzurro di Eduardo Winspeare, da Tessere di pace in medio oriente di Luca Archibugi a Siamo tutti vecchi di Francesca Muci, da Ward 54 di Monica Maggioni a Petrolio di Roberto Olla, per concludere con Ritratto d’artista, due documentari firmati da Vincenzo Mollica.

Benedetta Perilli (Fonte: “Pasolini, Quilici e Moretti: 10 documentari che hanno fatto la tv“)

Sulla stessa pagina Kataweb, in occasione del lancio dell’iniziativa, presenta le schede di dieci documentari che hanno fatto la storia del genere in Italia.
Tra questi, “Biutiful cauntri”, del 2007, di Esmeralda Calabria e Andrea D’Ambrosio.

Una pagina di grande attualità come l’emergenza rifiuti in Campania viene raccontata in presa diretta durante la crisi del 2007. Il documentario parla di inquinamento, ecomafia e discariche abusive. Non solo. Si affrontano anche le ripercussioni che una politica scellerata ha portato su allevamento, soprattutto pecore, e agricoltura, oltre a servire da inchiesta sul business nato dai fatturati dello smaltimento illegale dei rifiuti. Presentato al Torino Film Festival del 2007 (menzione speciale) e vincitore del Nastro d’argento come miglior documentario uscito in sala nel 2008, è stato proiettato nel marzo 2008 in dieci sale nazionali e nel luglio dello stesso anno è arrivato nelle sale francesi per poi essere distribuito in dvd dalla Rizzoli.

Fuga dal tempo reale

Qualche tempo fa, una vignetta pubblicata sull’ultima pagina di Internazionale, fotografava alla perfezione l’assurdità della connettività permanente di ognuno di noi, nodi di un unico immenso sistema.

Due tizi al bar.
“Hey, ho appena aggiornato Facebook, Twitter e il mio blog per informare gli amici su cosa sto facendo!”
“E cosa stai facendo?”
“Te l’ho appena detto!”

Per molti funziona ormai più o meno così: sono al cesso e lo smartphone (che non ho, ma facciamo finta che…) mi segnala l’arrivo di una nuova mail, trilla in continuazione per gli sms ricevuti, mi ricorda gli impegni successivi a quel momento di solitudine e relax rubacchiato all’imperio del tempo reale.

D’accordo, io che mi sono formato con Guccini che già allora protestava perché “nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento“, il cellulare non mi sogno nemmeno di portarlo oltre la Sacra Porta, ma conosco gente – anche molto vicina – che vive col telefonino incastrato tra le chiappe.

Devo dire però che, in quest’ultimo periodo, mi pare si stia verificando una sorta di mutazione antropologica: sempre più persone rispondono a un sms solo dopo molte ore, o addirittura giorni. Alle mail dopo settimane. A volte mesi. A volte non rispondono affatto (ma questa è storia antica).

Quasi come si volesse – più o meno consapevolmente – sottrarsi alla dittatura del tempo reale (?!? E’ questo qui adesso!) riportando tempo e spazio a dimensioni più antiche, e forse più naturali rispetto al bisogno (non so se di ogni uomo, ma certamente mio) di esserci/assentarsi dalla realtà.

Non ci sono.
Non sono morto.
Non sono scomparso.
Non sto male.
Solo, non ci sono e basta.