21 marzo 1964. La primavera del doping

Il giorno dopo la squalifica di otto anni al marciatore italiano Alex Schwazer, dopo le polemiche per la mezza riammissione degli atleti della federazione Russia accusata di “doping di stato“, dopo che piovono le solite accuse sui risultati delle gare attualmente in corso, su Internazionale Gianluca Ciucci lamenta il fatto che a Rio il doping sia “uno dei protagonisti peggiori“. Ciucci parte da (relativamente) da lontano: dall’ex ciclista Lance Armstrong, vincitore di sette Tour de France consecutivi prima che quei successi gli venissero revocati per l’uso sistematico di sostanza dopanti, senza le quali, per sua stessa ammissione, “vincere sarebbe stato impossibile”.

“Una tesi – prosegue Ciucci – ribadita anche in una lezione pubblica che Armstrong ha tenuto all’università del Colorado di fronte a un centinaio di studenti nel marzo scorso. In quell’occasione l’ex campione texano ha ricordato di quanto sia stato diffuso nel ciclismo l’uso di sostanze illecite, a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo. Una tesi con un fondo di verità, sostenuta spesso da chi è stato squalificato per doping, di frequente letta come una excusatio non petita e troppo poco come un grido di allarme dello sport professionistico”.

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