Ti racconto la mia femminista – di Alice Norma Lombardi

I wish I knew how
It would feel to be free...”

Ricordo cha maestra di italiano ci diede da fare un tema a casa con un titolo simile a questo: “Descrivi come immagini una giornata del tuo futuro”, o qualcosa del genere. Ricordo il pomeriggio che ho passato a scrivere questo tema, e ricordo quello ho scritto. Era una giornata piovosa, la casa dove abitavo da bambina era una vecchia casa di paese, un po’ fatiscente ma molto poetica, di quelle con poche stanze ma spaziose. Io e la mia famiglia passavamo la maggior parte del tempo nella cucina, una grande sala accogliente con un largo camino su una delle pareti e una portafinestra che dava sulle piante del giardino. Sul tavolo al centro della sala io e mia sorella facevamo sempre i compiti. Lì seduta ho scritto il mio tema.
Anche nella mia storia era una giornata piovosa, ero una donna adulta, mi ricordo di aver scritto che era sera tarda, ero in un’altra casa – la mia casa, e guardavo al di là di un vetro, fuori da una finestra, forse aspettando qualcuno (o qualcosa), mentre i miei due bambini dormivano nelle loro camere. Quel pomeriggio, non immaginavo nient’altro che questo per il mio futuro.

“...I wish I could break
All the chains holding me…

Anni dopo, ormai cresciuta, mi capita per le mani una biografia di Alexandra David-Néel. Qualche tempo prima, senza sapere bene chi fosse, avevo letto il suo libro “Mistici e maghi del Tibet”.
Alexandra David-Néel è stata una scrittrice, orientalista, buddhista, anarchica, esploratrice, cantante e femminista. Il suo nome non è noto ai più ma la sua vita – o meglio, le sue vite – sono state straordinarie. Non bastano certo poche righe per raccontarle, tant’è che io comprai appunto una biografia, un tomo di 400 pagine. Alexandra nasce in Francia nel 1868 ma trascorre la giovinezza in Belgio, dove studia musica e collabora giovanissima con riviste femministe. Sin da piccola interessata alle religioni, si converte al buddhismo a 21 anni e comincia a studiare il sanscrito e la lingua tibetana, frequentando dei corsi a Parigi di noti orientalisti, archeologi e sinologi dell’epoca. I suoi studi musicali intanto la instradano verso la carriera operistica. Con un nome d’arte, finisce a cantare come primadonna alcuni titoli importanti all’opera di Hanoi, diventando peraltro amica di penna del noto compositore Jules Massenet. Intanto, a 29 anni, scrive il saggio anarchico “Pour la vie”. Si sposta ancora come cantante ad Atene, per poi finire a Tunisi, dove diventa direttrice artistica del teatro della città, a soli 34 anni.
Si sposa con Philippe David, e decide di partire per il suo terzo viaggio in Oriente nel 1911, anno in cui viene pubblicato uno dei suoi libri più famosi sul buddhismo, “Le modernisme bouddhiste et le bouddhisme du Bouddha”. All’inizio di questo lungo viaggio durato 14 anni, Alexandra incontra Aphur Yongden, monaco buddhista che l’accompagnerà anche nei suoi pellegrinaggi successivi e che diventerà in seguito il suo figlio adottivo, con cui Alexandra andrà a vivere in Provenza nel 1928 fino alla morte di lui, avvenuta nel 1955.
Nel 1924, travestita da mendicante, Alexandra è la prima donna occidentale ad entrare a Lhasa. Di questo straordinario viaggio scriverà nel suo libro forse più noto, “Voyages d’une Parisienne à Lhassa”. Negli anni successivi Alexandra continua a viaggiare, a studiare, a tenere conferenze sulle sue esplorazioni e sulle sue ricerche, scrive altri libri e muore nel 1969, a 101 anni.

…I wish I could live
Like I’m longing to live...”

Ho mentito: il libro di Alexandra, in effetti, non mi è davvero capitato tra le mani. In un momento di disperazione (o d’ispirazione), l’ho cercato. Come capita spesso nella vita, le cose non vanno quasi mai come ci si aspetta che vadano. O meglio: come si pensa che si debba aspettarsi che vadano. La mia giornata del presente, finora, assomiglia davvero poco a quella che mi ero figurata nel passato. A raggio molto più ridotto e in modo molto diverso, anch’io mi ritrovo continuamente a viaggiare, a spostarmi, fin da quando ero ancora minorenne. Prima con normali e molti traslochi, poi in un’itineranza radicale d’urgenza, senza casa, senza patria (non che la desideri, sia chiaro: “Nostra unica patria: l’infanzia”). Ma tutto questo peregrinare, nel mio caso, è più per fatalismo all’italiana che per spirito d’avventura alla francese. Quando mi chiedono dove abito e rispondo “aggiro”, mi piace specificare “non per scelta! Ma perché le circostanze mi portano a muovermi”. Ed in parte è vero: il mio nomadismo è anche legato a questioni di natura pratica che da me dipendono solo in una certa misura, o almeno così mi piace pensare.
Faccio più fatica invece ad ammettere che si tratta anche di un fatto costituzionale. Non sto facendo mitologia a posteriori, ma se guardo indietro mi accorgo che, ad esempio, da bambina ho cambiato scuola ad ogni ciclo di studi, fin dalle materne. A volte io non c’entravo nulla: edifici pericolanti, cambi di dirigenti scolastici, più tardi traslochi di genitori. Alle superiori comunque, quando finalmente avevo un po’ di coscienza per scegliere, ho voluto andare a studiare in un altro paesino, bastava che fosse altrove. E poi sono finita in un liceo di un’altra città ancora, di un’altra regione. E poi ho cambiato di nuovo regione. E poi Stato, e poi ancora in giro, ogni volta partendo da zero. E da lì è tuttora un crescendo, ancora più movimento, ancora più tarantismo. In Francia dicono “avoir la bougeotte”, non riuscire a stare ferme, avere smania di muoversi. Anche Alexandra David-Néel forse aveva un po’ di bougeotte.

“…I wish I could be
Like a bird in the sky...”

Credo che la libertà sia un’illusione, ma è proprio nel solco di questa necessaria illusione che possiamo sentirci libere e liberi. La storia di Alexandra non è solo una storia di movimento fisico-geografico. È una storia di movimento esistenziale, filosofico, culturale, emotivo. Per movimento intendo quindi tutto ciò che non è stasi, immobilità, immobilismo. Da orientalista e buddhista com’era, Alexandra sapeva sicuramente che è proprio nella fissità che si perde l’equilibrio. Non si è preoccupata di fissarsi in posizioni, in identità (tanto che per un periodo, tra le tante cose che è stata, è passata pure per divinità !), ma ha costruito la propria strada passo dopo passo. E ad ogni passo inventandosi nuovamente, rinascendo in una vita diversa, parallela alle altre, talvolta convergente. In linea retta con una freccia alla fine (quando è entrata a Lhasa dopo mille peripezie, ad esempio. Anche se, in contraddizione con quello che ha scritto nel libro, nelle lettere al marito diceva che entrare a Lhasa in fin dei conti “non le interessava molto”), oppure ferma in un punto per ritirarsi in una grotta in capo al mondo e farsi eremita, o ancora in linea curva intersecandosi con le linee di altri (magari con quella del Dalai Lama, con cui Alexandra chiacchierava volentieri).
David-Néel è stata una donna che ha vissuto. Ha vissuto dandosi le proprie regole, scegliendo di obbedire solo a se stessa, creandosi il proprio spazio nel mondo senza aspettare che qualcun altro glielo concedesse o che decidesse per lei come, dove e quando, ha percorso sentieri di tutti i tipi, pianeggianti, scoscesi, impervi, accidentati, e quando non c’erano nemmeno quelli, se n’è aperta di nuovi.
A chiusura del suo “Pour la vie”, scrive: “Le but de la vie est de vivre”. Lo scopo della vita è vivere.

“…And I’d sing ‘cause I’d know,
I’d know how it feels to be free…”

Anche i vulcani hanno periodi di quiete. Le battute d’arresto sono indispensabili. Quella finale poi, è d’obbligo. Alexandra a un certo punto ha scelto dove stabilirsi; dato che, l’ itineranza, diversa dall’erranza, prevede il ritorno. Decise di costruire la propria casa in Francia, a Dignes Les Bains, in Provenza – oggi casa divenuta museo – continuando tuttavia a viaggiare (a 100 anni decise di rinnovare ancora una volta il passaporto, pronta per l’ennesima partenza). Aveva vicino il figlio adottivo Yongden, che la seguì in Europa nonostante soffrisse molto l’aver lasciato la propria terra, e Marie-Madeleine Peyronnet, che l’affiancò negli ultimi anni della sua lunga vita.
Conservo il libro su Alexandra David-Néel in qualche scatola parcheggiata in case non mie, perché non posso portarlo con me in viaggio. Ogni tanto mi torna in mente la sua storia, e mi risuona in testa una frase che mi immagino Alexandra forse
avrebbe potuto dire a una viandante come lei, e che non sarebbe mai “fai come ho fatto io”, ma “fai come vuoi”.
Se mi chiedessero oggi di immaginare una giornata del mio futuro non saprei cosa rispondere. Non so cosa mi riservi il futuro, se avrò fortuna, sfortuna, se troverò un giorno una casa finalmente mia come mi immaginavo da bambina oppure no. Tutto ciò che va oltre questo passo, rimane un mistero. Posso solo augurare a me stessa, e a qualunque altra donna e uomo come me, di avere il coraggio – quando la giornata del futuro arriverà, di avere il coraggio di viverla.

“... I’m free and I know it,
I found out how it feels not to be chained to anything
to any race
to any faith
to anybody
to any greed
to any hopes
to any… anything,
I know how it feels to be free!“.

Un articolo di Alice Norma Lombardi pubblicato sulla rivista cartacea Marea nr. 4/2019.

 

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