Di lei non ci resta che la voce nella quale si agitano fantasmi allucinati, collera, ombre di delirio

La Stampa di sabato 18 luglio 1959, pagina 4.

II decesso in povertà a 44 anni, avvelenata dalla droga. New York, 17 luglio. La celebre cantante negra di jazz Billie Holiday è morta nelle prime ore di stamane al Metropolitan Hospital, dove era ricoverata dallo scorso maggio per una malattia al fegato. I medici hanno dichiarato che il decesso è dovuto a congestione polmonare complicata da disfunzioni circolatorie. Billie Holiday aveva 44 anni.

In un letto d’ospedale, assistita dalla pubblica carità, con due agenti che la sorvegliavano perché si sospettava che anche lì fosse riuscita a procurarsi, non si sa come, la droga. Billie Holiday, per vent’anni l’idolo della gioventù americana, è morta in una torbida povertà dopo avere conosciuto la prigione e il successo, la ricchezza, l’infamia e l’oblio. Di lei non ci resta che la voce, incisa su innumerevoli dischi, nella quale si agitano fantasmi allucinati, collera, ombre di delirio. Le esperienze amare della sua vita sono tutte espresse in quella voce ossessionante, unica e indimenticabile. Quando Billie cantava, quali che fossero le parole della canzone, parlava di sé. Si potrebbe seguire la biografia ideale di « Lady Day» attraverso la sua musica. La miseria dell’infanzia a Baltimora, dove lei o la madre morivano di fame. A undici anni puliva i pavimenti dei caffè nel quartiere negro, stendeva la mano dall’angolo delle strade, ogni tanto finiva in una casa di rieducazione. La svolta, che doveva portarla alla gloria e alla rovina morale, avviene qualche anno dopo a New York. La ragazza è ridotta a uno straccio dall’inedia. Entra in un locale notturno e si offre come bai lerina. Le ridono sulla faccia. Nel locale c’è un pianoforte che un vecchio musicista sta suonando senza convinzione. Billie gli si avvicina e si mette a cantare un motivo di moda, «Travelin’ Light». I pochi clienti smettono di bere e la guardano turbati. Il primo contratto è pronto, su un tavolo del caffè. Incomincia il grande periodo di «Lady Day». E’ un alternarsi di gioie e di sofferenze, di odi e di abbrutimenti. C’è una canzone, divenuta classica, in cui Billie lascia intendere (le parole non contano) fino a quale punto è stata dura per lei la lotta contro la tentazione e la debolezza. Il brano è «Porgy». L’artista, che si esibisce ormai con i massimi uomini del jazz del momento — Benny Goodman, Count Basie, Artie Shaw — non è riuscita a conquistare un equilibrio interiore e si è abbandonata alle droghe. Una sera, al termine di un concerto all’Earl Theatre di Filadelfia, l’arrestano. La legge è severa contro gli intossicati. Viene messa in carcere, tenuta per un anno: un altro anno deve trascorrere in una clinica. Ne esce disfatta, invecchiata ma la voce prodigiosa ha ora tonalità nuove, vibrazioni che atterriscono e commuovono, spezzate da lacrime vere. «Da quel giorno la gente veniva ad ascoltarmi come si va al circo a vedere se la danzatrice cade dal filo. Stringevo i denti, non volevo più cadere». Lotta per ritrovare la serenità perduta, gira film, incide dischi. Ma i giornali parlano ancora di scandali e di droghe, e il nome è sempre quello di Billie Holiday. Persino l’ingresso nel night clubs le è vietato, come si fa per gli oppiomani. La fine si avvicina. «Lady Day» si arrende. Nel novembre scorso arriva in Italia. Un impresario di Milano, sbagliando tutto, la mette a cantare in un cinema il cui pubblico è abituato alle melodie dei «menestrelli», non ai gridi d’angoscia. Duemila persone la fischiano. Un’amarezza di più, forse l’ultima, nella vita tempestosa di questa donna che la storia del jazz ha già posto accanto alle «grandi signore», da Bessie Smith a Ella Fitzgerald.

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