1 novembre 1964. Quando sei destinato a vedere l’altro mio lato

E’ praticamente certo che chiunque sia nato nel mio stesso anno o giù di lì, associ immediatamente una storica hit come “Don’t let me be misunderstood” alla versione dance latina dei Santa Esmeralda uscita nell’estate del 1977 e diluita, nella sua versione originale, per quasi 17 minuti. All’epoca avevo 13 anni, troppo piccolo per prendervi parte ma grande abbastanza per cogliere gli umori del tempo: dal ’77 “violento & creativo” all’italiana, al “mese 1 dei dorati anni Ottanta” (cit. Massimiliano Panarari: “Con Tony Manero la grande fuga dagli Anni di piombo” su La Stampa del 18 agosto), dicembre di quello stesso anno, quando anche nei cinema italiani esce il film – “La febbre del sabato sera” – che farà appunto da spartiacque tra un decennio che può essere considerato la coda lunga dei Sessanta, e gli anni Ottanta, che arriveranno da lì a poco, e la cui eredità ci segna ancora oggi. «Stiamo tornando – profetizzerà Mike Bongiorno qualche tempo dopo – a quei valori e a quegli affetti che avevamo dimenticato. Anche i ragazzi della contestazione stanno gradatamente cambiando. Vogliono ballare e divertirsi come John Travolta, sono stanchi di tirare sassi. Stiamo forse ritrovando l’unione e l’equilibrio. Ci vorrà un po’ di tempo: ma gli Anni Ottanta saranno diversi dagli Anni Settanta».

Naturalmente il Settantasette, dal punto di vista musicale, fu un anno ricchissimo: basti ricordare le uscite di “God save the Queen” dei Sex Pistols, “Heroes” di Bowie o “Psycho Killer” dei Talking Heads e tante altre, ma fu anche l’anno del boom della Discomusic, a partire dal brano-simbolo per eccellenza, “I feel love” di Donna Summer, nei negozi di dischi il 2 luglio 1977.  Di lì a poco – scrive ancora Panarari – la «febbre del sabato sera» sarebbe salita moltissimo anche in Italia, con gli emuli di Tony Manero che si preparavano a rubare la scena agli indiani metropolitani (ai quali sarebbe stata poi scippata dall’autentica figura simbolo del decennio, lo yuppie). Il ballo si tramutava in una componente identitaria delle nuove generazioni dell’epoca, i disc-jockey acquisivano un ruolo di leadership riconosciuto e si costituiva una formazione sociale inedita, il «popolo della notte». Un popolo pronto a scatenarsi in pista fino all’alba al ritmo, appunto, di brani come “Don’t let me be misundestood” dei Santa Esmeralda.

Ya know sometimes baby I’m so carefree, 
With a joy that’s hard to hide,
Then sometimes again it seems that all I have is worry,
And then you’re bound to see my other side.
But I’m just a soul whose intentions are good
Oh Lord, please don’t let me be misunderstood!

Sai, a volte sono così spensierata,
con una gioia che è difficile nascondere,
poi a volte sembra che tutto quello che ho siano preoccupazioni
e allora sei destinato a vedere l’altro mio lato.
Ma io sono solo un’anima le cui intenzioni sono buone
Oh Signore, non lasciare che io sia fraintesa!

Già, nemmeno il simulacro di psichedelia indotta dalle luci strobo e la temporanea perdita di sé provocata dalla magia del ritmo tambureggiante riescono a nascondere sotto il tappeto “the other side“, quello più oscuro di ciascuno di noi, come per altro raccontato benissimo nello stesso film con John Travolta. Tanto più che il brano dei Santa Esmeralda è sì musicalmente figlio del proprio tempo, ma trattasi pur sempre di una cover fedele al testo originale della canzone scritta nel 1964 per Nina Simone e pubblicata nel suo album – uscito a novembre di quello stesso anno – broadway-blues-ballads (lp che contiene anche “See-line woman”, song dalla storia affascinante che ho raccontato qui: “Il mistero delle leonesse marine“). Insomma, un testo concepito in tutt’altra stagione rispetto al “mese 1 dei dorati anni Ottanta” e che, secondo alcuni, conterrebbe pure un sottotesto legato all’attivismo della Simone nel campo dei diritti civili degli afro-americani.

Tra l’altro a fornire lo spunto per comporre il brano all’autore, Horace Ott, fu un’occasione non propriamente felicissima: melodia e testo del ritornello nascono dopo essersi temporaneamente lasciato con la fidanzata, Gloria Caldwell. In realtà, seppure scritta in un momento di tristezza e disillusione per una storia finita, “Don’t let me be misunderstood” contribuì non poco alla riconciliazione tra i due. Come racconta Massimo Cotto nel suo libro “We will rock you“, dopo aver abbozzato la canzone Ott andò a farla ascoltare ai due amici Bennie Benjamin e Sol Marcus e insieme completarono il pezzo. Dopo di che, Ott depositò il testo a nome della (ex) fidanzata e si tenne per sé il ruolo di arrangiatore e direttore d’orchestra dell’intero album di Nina Simone. Dopo questo regalo e dopo il successo del brano, i due si rimisero insieme e si sposarono pure. Potenza di una canzone e anche dei diritti d’autore. A decretarne però la definitiva ascesa tra le più belle canzoni di tutti i tempi, ben prima della versione dei Santa Esmeralda, fu l’enorme successo ottenuto nel 1965 dalla rivisitazione del brano fatta dai The Animals di Eric Burdon. Qui però, rimaniamo su Nina, in una versione live, e in quella classica in studio:

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