1 febbraio 1964. Il pelo sullo stomaco

Quand’è che anche un immigrato “va bene”? Quando riga dritto, lavora – se lavoro per lui ce n’è – la sera possibilmente se ne sta a casa sua e soprattutto non rompe le palle. In fondo, se ci pensiamo, questo è l’atteggiamento che richiediamo a chiunque sia “diverso”. Lo vogliamo gentile, accomodante, disponibile, dolce. Solo così può generare “profitto”, che può significare anche solo regalarci qualche emozione.

Nel primo weekend del febbraio 1964, nelle sale cinematografiche destinate alle prime visioni esce “La donna scimmia” di Marco Ferreri – protagonisti Ugo Tognazzi nella parte di Antonio Setola e Annie Girardot in quello di Maria, la donna scimmia – accolto positivamente dalla critica ma molto meno dal pubblico, infastidito dalla crudeltà grottesca e dal cinismo in cui viene esibita Maria, affetta da ipertricosi, e dall’evidente empatia di Ferreri nei confronti della sua “diversità”, usata come grimaldello per affermare una critica sociale che ribalta il rapporto tra “normalità” e “mostruosità“.

1555_02_1964_0057_0009«La donna scimmia un film crudele? – commenterà molti anni dopo Rafael Azcona, autore della sceneggiatura e storico collaboratore di Ferreri – Non direi. In fondo si tratta di una donna sfruttata perché ha i peli. Quante modelle vengono sfruttate perché i peli non li hanno?». In realtà, che il film fosse per l’epoca – e in fondo anche oggi – davvero disturbante, lo dimostra il tentativo del produttore, Carlo Ponti, di renderlo più accettabile al pubblico distribuendolo in alcune città con un finale diverso da quello voluto dal regista: «Nel finale che scrivemmo con Ferreri – racconta ancora Azcona – la donna scimmia moriva di parto. Antonio, Ugo Tognazzi, faceva imbalsamare lei e il figlio, nato pelosissimo, li conservava in una teca che mostrava nelle feste di piazza e raccontava la storia di come, andando a caccia, aveva catturato questa donna barbuta e l’ aveva sottratta alla foresta. In pratica continuava a sfruttarla anche oltre la morte». Ponti invece cercò di farlo concludere con il pianto di Tognazzi sul letto di morte di Maria, un finale che offriva una minima possibilità di riscatto al personaggio di Antonio, e con lui, alla società intera.

La Stampa di lunedì 3 febbraio 1964
La Stampa di lunedì 3 febbraio 1964

Ma per Ferreri non c’è nessuna redenzione possibile e anzi, l’umanità di Maria – l’unica che il regista riconosca veramente come tale – viene alla fine “mummificata” purché lo show continui ad attrarre il folto pubblico di una società evidentemente ben più mostruosa di lei. Una scelta, quella di Ferreri, che avvicina “La donna scimmia” molto più a un film maledetto come “Freaks” (1932) di Tod Browning – dove però i “mostri” alla fine si vendicano ferocemente dell’esclusione sociale – rispetto al più recente “The Elephant man” (1980) di David Lynch, in cui il pietismo e la filantropia della borghesia vittoriana, contrapposta alla ferocia del popolino, diventa elemento consolatorio rispetto all’orrore suscitato in ogni persona “normale” dalla mostruosità del protagonista, John Merrick.

Annie Girardot
Annie Girardot

Ma così come il film di Lynch riprende a una storia vera, anche “La donna scimmia” si ispira alla vita di una persona realmente esistita, Julia Pastrana, una della più celebri attrazioni da Freak Show dell’Ottocento, sia in Europa che negli Stati Uniti, conosciuta come la “Donna scimmia”, la “Donna orso” o la “Signora Babbuino”. Di origine india, nasce in Messico intorno al 1834. Affetta da ipertricosi oltre che da una ipertrofia della mandibola che la rende simile a quella delle scimmie, finisce in un orfanatrofio dove diventa una celebrità locale. Finendo per attirare la curiosità del governatore dello Stato di Sinaloa, Pedro Sanchez, che la assume come cameriera con l’intento di studiarla. Fino al 1854, quando conosce un americano, tale M. Rates, che la convince a seguirlo negli Stati Uniti e a esibirsi per denaro.  Il “Meraviglioso ibrido o la donna orso” come viene definita inizialmente, sale sul palcoscenico della Gothic Hall di New York per la prima volta nel dicembre del 1854. Così la descrive un giornale dell’epoca: “Gli occhi di questa lusus naturae brillano d’intelligenza, mentre la sua mascella, i suoi denti seghettati e le sue orecchie sono terribilmente disgustosi. Quasi tutto il suo corpo è ricoperto da lunghi peli lucidi. La sua voce è armoniosa e questo essere semi-umano, assolutamente docile, parla lo spagnolo”.

Dopo il tour nel Nord America, nel 1857 un giornale londinese annuncia l’arrivo di una “grande attrazione”, “Miss Julia Pastrana, la NONDESCRIPT (termine che si può tradurre letteralmente con “di difficile descrizione” ma che all’epoca veniva utilizzato per definire strani animali e mostri provenienti d’oltreoceano) dagli Stati Uniti e il Canada”. Un opuscolo di 12 pagine realizzato dal suo nuovo impresario, Theodore Lent, presenta in maniera dettagliata la storia della Pastrana. Lent si preoccupa anche di pubblicizzare ampiamente lo spettacolo della “Donna babbuino”” non risparmiando – racconta Jan Bondeson nel suo “A Cabinet of Medical Curiosities” – alcun superlativo per descrivere le varie attrazioni in grado di garantire al pubblico la Pastrana, “un ibrido dove la natura umana predomina su quella dell’orango tango”.

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“Inoltre – prosegue l’opuscolo – nonostante le sue origine indie, la Pastrana è di buon carattere e socievole. Può parlare sia inglese e spagnolo, così come la sua lingua madre, e ha imparato a cucire, cucinare, lavare e stirare durante suo soggiorno nella casa del governatore Sanchez. Ama viaggiare ed è di salute eccellente. E’ assetata di conoscenza quanto un bambino di otto anni. E’ gentile e affabile durante gli spettacoli in cui canta e danza. Inoltre, è disponibile a sottostare a qualsiasi esame per dimostrare che il suo aspetto straordinario non contiene alcun inganno. E’ sempre allegra e assolutamente contenta della vita che conduce”. L’opuscolo conclude senza alcuna ironia, affermando che a spingerla a esibirsi “non è la necessità di fare soldi, ma l’amore della scienza”.

regent galleryNel 1857 Lent e Pastrana sono in Germania dove la “donna scimmia” ottiene una parte da protagonista nella commedia “Der curierte Meyer“, scritta apposta per lei, in cui un lattaio si innamora di una donna costantemente coperta da un velo. La trama prevedeva che la Pastrana si scoprisse quando lo spasimante era fuori scena, provocando grandi risate tra il pubblico, fino al momento in cui decide di mostrarsi all’innamorato col risultato di farlo “guarire” immediatamente dalla sua infatuazione. Lo spettacolo venne sospeso dalla polizia dopo due sole due rappresentazioni con l’accusa di oscenità e immoralità. Inoltre, autorevoli medici dichiararono che continuare con l’esibizione avrebbe potuto spaventare donne incinte presenti in sala, quando non provocare nelle stesse il parto di bambini malformati a causa della suggestione provocata dalla vista della donna scimmia.

Nonostante questi “incidenti”, i profitti ricavati dai tour precedenti e da quello tedesco furono notevoli, tanto da rendere Lent un uomo ricco. Al punto tale che la paura di perdere una simile miniera d’oro lo spinge a sposare la Pastrana e a metterla incinta per legarla eternamente a sé. Il bambino – che presenta le stesse malformazioni della madre – nasce a Mosca dove la coppia si trova nel marzo del 1860, ma sopravvive solo 35 ore, così come la Pastrana che muore a causa dei postumi del parto qualche giorno dopo.

Il corpo di madre e figlio furono imbalsamati ed esposti per sei mesi al Museo anatomico di Mosca, prima che Lent li “riscattasse” essendosi reso conto di poter guadagnare anche dalla mummie. Qualche anno dopo Lent incontrò un’altra donna affetta da ipertricosi, Marie Bartel, che si lasciò convincere a sposarlo con la promessa di non essere mai esposta nello show che nel frattempo Lent continuava a proporre in tutta Europa. Una promessa da marinaio, visto che ben presto la Bartel venne costretta ad esibirsi cantando e danzando come Zenora Pastrana, fantomatica sorella minore di Julia, con tanto di mummie esposte al suo fianco sul palco.

Non sappiamo esattamente cosa Julia pensasse di Lent – scrive Bess Lovejoy nel suo articolo Julia Pastrana: A “Monster to the Whole World” – anche se si ritiene provasse per lui amore e profonda devozione. Certo, l’intero mondo di Julia ruotava intorno all’impresario. Non le era permesso di uscire durante il giorno: farsi vedere per strada avrebbe diminuito la sua capacità di guadagno. Aveva pochissimi amici, anche se riuscì a costruire un certo rapporto con l’attrice e cantante viennese Friederike Gossman, alla quale confidò un giorno, almeno così riportò l’attrice, “Mio marito mi ama per quella che sono.”

Nel 1921 i corpi di madre e figlio finirono in Norvegia, acquistati da un uomo d’affari, tale Haakon Lund, che li esibì in giro nei circhi fino al 1943. Solamente nel 1970 l’esposizione dei cadaveri in pubblico fu proibita dalle autorità della Norvegia. Nel 2013, dopo oltre 150 anni, il cadavere di Julia Pastrana è tornato in Messico per essere seppellito dove la “donna scimmia” era nata, nello stato di Sinaloa.

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