L’affascinante e dolcissima bellezza di Marilyn celava l’amara solitudine di una donna infelice

Il 5 agosto 1962, Marilyn Monroe venne trovata morta nella camera da letto della sua casa di Brentwood, a Los Angeles. Aveva 36 anni. Vista la fama della diva, la sua scomparsa riempì le pagine dei giornali di tutto il mondo. Si sprecarono anche editoriali e commenti per cercare di spiegare come la morte potesse toccare anche gli dei dell’Olimpo. “Alle dee proclamate dalla folla manca l’unico attributo essenziale alla divinità: l’essere eterni” filosofeggia in questo editoriale pubblicato su La Stampa di Torino del 7 agosto 1962 l’intellettuale di area comunista Franco Antonicelli. Un capolavoro grondante maschilismo in ogni riga, quello che permeava la cultura d’élite – e non solo – dell’Italia degli anni Sessanta, i cui strascichi arrivano fino a oggi. Eppure, spiega Antonicelli, una chance Marilyn l’aveva avuta: rinunciare all’esteriorità aggrappandosi come una cozza a Arthur Miller. Ma niente, occasione sprecata. Forse perché “la maturazione della donna era ancora larvale: da elemento della natura a essere cosciente che domina la natura, almeno quella porzione che essa ne era, il passo è lungo e faticoso”.

Rappresentava speranze e desideri

Questa morte volontaria di Marilyn Monroe non ci fa restringere scetticamente nelle spalle (muoiono tanti e in cosi diverso modo!), ma ci incalza, una volta di più in quest’epoca di suicidi, con la domanda delle domande: perché si rifiuta la vita? E’ mortificante non sentirsi nascere dentro altro che una gran quantità di risposte banali; si vorrebbe trovar qualcosa per appagarci, magari più acuta che profonda, ma chissà, forse nelle banalità c’è una misura di vero maggiore di quanto non si creda. Marilyn era una donna di grande bellezza, era attrice, era famosa, era diva, era giovane.

La perfezione? Ma era un’armonia di cose appariscenti che, si deve concludere, non aveva trovato un accordo col nodo centrale della vita, con quello che consentiamo tutti di chiamar anima. Quale disarmonia dunque! Certamente, c’era stato all’inizio della sua esistenza ciò che si dice un trauma, o una serie di traumi, di quelle ferite così dure a rimarginare, qualcosa di gualcito che vuol tempo e tempo a distendersi: la nascita illegittima, un padre, si dice, ubriacone e latitante, una madre che finisce in manicomio, anni cresciuti in un orfanotrofio, un oltraggio alla sua innocenza fisica e morale che le destò e covò una repugnanza per l’uomo del tutto spiegabile. Ma la vita non si vive per sanarsi? La bellezza, la fama, lo splendore degli agi, una certa coscienza artistica, l’incontro con un ingegno esaltante, lo slancio primaverile degli anni, ancora discretamente lontani da quei presagi di declino che le donne sentono con finezza di animali, tutto questo non l’aveva potuto curare?

La sua bellezza. Non più bella, non più affascinante forse di altre donne, non più «sexy» di altre, benché il suo trionfo di Venere abbia coinciso con gli anni in cui il tema del sesso è decaduto dal sacrale al profano in una convulsione di morbosità: non «unica» del suo tempo, come rimarrà la Garbo del suo, ma senza dubbio superlativa di procacità. Bellissima dunque, per quanto la si discuta e paragoni: ma la bellezza appartiene a chi la possiede? E’ quanto di meno sia nostro, anzi non esiste se non per lo specchio che gli altri son di noi, non è una cosa certa, ma un riflesso, è solamente una proprietà dei sensi altrui; non può essere, come un’altra virtù o fortuna, coltivata nella segregazione per un utile che si risolva tutto quanto nel nostro essere morale.

Marilyn aveva conosciuto un successo mondiale, di quelli che sono consacrati dal titolo di «diva», ma era anche abbastanza intelligente da sapere che alle dee proclamate dalla folla manca l’unico attributo essenziale alla divinità: l’essere eterni. Era un’attrice di cinema : nulla di straordinario, ma era riuscita a diventare abbastanza superiore alle parti di «pin up» per cui l’ingaggiavano. Ma per quanto eccellente, un’attrice di cinema è ciò che altri le impongono di essere: nel migliore dei casi, ciò che un regista è capace di chiederle. Perciò aveva voluto compromettersi più a fondo, col teatro, dove l’artista, per obbediente che sia ai suggerimenti altrui, si batte in un duello senza fiato col testo e col pubblico visibile. Un traguardo rischioso. Il suo incontro con lo scrittore Arthur Miller fu, per questo lato, importante. E la fierezza con la quale quella donna che poteva parere una semplice oca si schierò a fianco di un uomo che non si piegava davanti a soprusi politici, mi sembra l’inizio più apprezzabile di quella nuova esperienza: cominciava a riabilitare una vita spesa largamente nell’esteriorità. Ma l’incontro non fu decisivo, e perciò non fortunato. Forse la maturazione della donna era ancora larvale: da elemento della natura a essere cosciente che domina la natura, almeno quella porzione che essa ne era, il passo è lungo e faticoso.

Aveva, mi pare, acquistato negli ultimi tempi, un senso di autoironia. Ma non è cosa che basti: così si può arrivare a quel bivio che porta tanto alla salvezza quanto alla disperazione. Giovane, bella, ricca, famosa in tutto il mondo, non le restò che la possibilità di essere una donna infelice. Resta da spiegare perché quella donna che rappresentava speranze e desideri, cioè la vita irrefrenabile, ma pareva vicina a dare loro un indirizzo più razionale e morale, abbia deliberatamente perduta la partita.

«Speranze e desideri» (cosi vorrei soprannominare una donna del tipo di Marilyn) si è uccisa perché non riusciva ad appartenere a se stessa, perché aveva estinto in sé quelle due sole cose che la componevano, e che Leopardi univa cosi accoratamente fra loro, le speranza appunto e i desideri. Ma, oltre al compianto, a noi non rimane null’altro che giocare su ipotesi? Senza fare anche noi di Marilyn in senso contrario a quello che è stato divulgato, un simbolo del nostro tempo, e cioè un simbolo della nostra comunità di malati, potremmo dire che questa malsana società abbonda di suicidi, perché alimenta in vita la loro segreta, e dolorosa, vocazione di spostati: crea miti fugaci invece di esseri rigorosi e concreti, offre ricchezze sbalorditive fino all’inutilità, successi sproporzionati fino all’ingiustizia, situazioni anormali invece di un ritmo di doveri e diritti chiari e precisi, e perciò predispone esistenze bruciate di asociali fino a quella maledetta alienazione di cui tanto si parla, e che, di offesa in offesa e di disgusto in disgusto, svincola gl’individui da ogni ragionevole e paziente legame con la vita.

Franco Antonicelli

LA STAMPA Martedì 7 Agosto 1962

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