Non dite a mia madre che faccio l’icona pop, lei mi crede giovane ribelle giù nella sierra

Catturato il giorno prima dall’esercito boliviano, nel pomeriggio del 9 ottobre 1967 viene giustiziato Ernesto Che Guevara. Si conclude così la carriera del ribelle più famoso del ‘900, intransigente eroe della rivoluzione permanente, e inizia quella dell’icona pop, da mezzo secolo campione d’incassi del merchandising globale.

Un enorme contributo a farne un simbolo universale di rivolta dal ’68 ad oggi lo ha dato ovviamente il “Guerrillero heroico“, la celebre foto di Alberto Korda, fotografo della rivoluzione cubana che raccontò, nel corso degli anni, in circa 55 mila scatti. Il più famoso dei quali è il primo piano che immortala il Che il 5 marzo 1960 durante la manifestazione per commemorare le vittime dell’esplosione del mercantile francese Le Coubre, ancorato nel porto de L’Avana (secondo i cubani, un attentato orchestrato dalla Cia).

I rami di palma e il profilo del giornalista argentino Jorge Josè Ricardo Masetti Blanco (di origini bolognesi, meglio noto come
Le foglie di palma e il profilo del giornalista argentino Jorge Josè Ricardo Masetti Blanco (di origini bolognesi, meglio noto come “Comandante Segundo”) vennero successivamente eliminati ritagliando la foto

All’epoca il Che è giovane – appena trentunenne – bello e vittorioso (Cuba è nelle mani dei barbudos di Castro da poco più di un anno). Nel ritratto di Korda il suo sguardo intenso e determinato da maschio alfa, nonostante la tristezza e la rabbia del momento, sembra rivolto all’infinito. Verso l’utopia di un mondo liberato per sempre da diseguaglianze e ingiustizie. Nella nuova Cuba è Ministro dell’industria, ma abbandonerà presto l’isola caraibica e gli agi della sua posizione di potere per continuare a fare il rivoluzionario professionista in giro per il mondo, dall’Africa all’America Latina. Fino all’epilogo boliviano.

I negativi su pellicola Kodak di quella sessione fotografica di Korda
I negativi su pellicola Kodak di quella sessione fotografica di Korda. Tra le immagini, oltre ai ritratti di Guevara e Castro, ci sono quelli di Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir, presenti alla manifestazione

Dal giorno in cui Korda preme il pulsante di scatto della sua Leica M2 per fissare su pellicola quella che ancora oggi è una delle foto più riprodotte della storia (battuta forse solo dal ritratto di Zhou en Lai che però partecipa a un campionato tutto suo, quello cinese), ci vorranno altri sette anni perché diventi l’immagine-simbolo del mito di Guevara, un’icona giovanile quanto e più di altre leggendarie figure degli anni ’60, da Janis Joplin a Jimi Hendrix, da Marilyn Monroe a Martin Luther King. La foto infatti viene pubblicata per la prima volta il 16 aprile 1961 sul quotidiano statale per il quale Korda lavora, Revolución. Ma al di fuori di Cuba, nessuno se ne accorge.

Fino alla primavera del 1967, quando di ritorno dalla Bolivia dopo essersi speso invano per la liberazione dell’intellettuale francese Régis Debray catturato in aprile nel corso del tentativo di insurrezione guidato dal Comandante argentino, l’editore Giangiacomo Feltrinelli si reca a Cuba dove incontra Korda, al quale è stato indirizzato per avere immagini del Che. Il fotografo ripesca dal suo archivio quel vecchio ritratto e ne regala due copie al “compagno italiano amico della rivoluzione” senza richiedere alcun compenso. Rientrato in Italia, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla lotta che si sta conducendo in America Latina, Feltrinelli ne fa stampare a centinaia tappezzando i muri di Milano con la faccia di Guevara. Gustavo Becerra Estorino, attuale direttore editoriale dell’organo ufficiale del Partito comunista cubano Granma, fornisce una versione un po’ meno romantica e disinteressata dell’editore-rivoluzionario italiano che, successivamente, non disdegnò l’opportunità di fare dell’immagine-icona un discreto business: “vendette un milione di copie del poster a diecimila lire l’uno e non pagò nemmeno un centesimo a Korda che, tra l’altro, non avrebbe accettato quel denaro”.

guevara_fIn quello stesso anno, l’artista irlandese Jim Fitzpatrick lavora al celebre poster col Che stilizzato su sfondo rosso. A fargli conoscere quell’immagine però non è Feltrinelli, ma i Provos, il movimento anarchico olandese che pare ne sia venuto in possesso attraverso Jean Paul Sartre.

All’origine della fascinazione di Fitzpatrick per Guevara, ci sarebbe – secondo quanto raccontato anni dopo dall’artista – un incontro del tutto casuale tra i due nell’estate del 1963. In un pub di Kilkee, paesino dell’Irlanda sud occidentale, mentre l’aereo che riportava Guevara a Cuba dall’Unione Sovietica è bloccato per nebbia nel vicino aeroporto di Shannon. Che si tratti di mitopoiesi o meno, a partire dal 1968, il poster – fino al 2010 privo di copyright per volontà dello stesso Fitzpatrick – viene ristampato ovunque e probabilmente ancora oggi, nelle successive versioni, addobba le pareti delle stanze di molti ragazzi in tutto il mondo.

guevara paris match

Il primo giornale europeo a pubblicare la foto di Korda è Paris Match n. 958 del 19 agosto 1967 (acquistabile su ebay per pochi euro, se qualcuno volesse possedere personalmente questo reperto storico) affiancandola a un articolo di Jean Lartéguy dal titolo epico, “Les Guérrilleros”. Così il Che, bello e impossibile, diventerà un’icona del ’68 francese, che a maggio vedrà esplodere la rivolta sociale prima a Parigi. Poi in tutto il Paese. Poi in mezzo mondo.

guevara_castro

Lo spartiacque tra il prima e il dopo l’inizio della leggenda (e dell’avvio della catena di montaggio del merchandising globale) è ovviamente la morte dell’eroe. Un appuntamento troppo a lungo rinviato dall’ormai incartapecorito Fidel, costretto a fare i conti con la realtà che lo ha privato di ogni aura giovanile e rivoluzionaria fino a consegnarlo a un presente da vecchio arnese residuato del secolo breve. Invece il Che, con la tragica fine della sua epopea, diventa il simbolo per eccellenza di una eterna giovinezza che non si acquieta e normalizza mai, che rinuncia alla sicurezza dello status quo per inseguire l’utopia all’infinito. Anzi no, come cantava lo chansonnier francese Georges Moustaki nel brano del ’69 dedicato proprio alla rivoluzione permanentejusqu’au bout, fino in fondo, fino alla fine. Che prima o poi, in un modo o nell’altro, arriva. Ma nonostante la drammatica conclusione, quella di Guevara non è una sconfitta: segna invece il suo ingresso nell’Olimpo della mitologia contemporanea. Quel luogo dove l’incedere del tempo è bandito e i segni della decadenza e del disfacimento fisico non hanno patria.

guevara_diarioImmediatamente dopo la morte, Guevara, come un Cristo laico, resuscita nel mito. Al quale dà il suo contributo ancora Feltrinelli, pubblicando nel luglio del 1968 la traduzione italiana del “Diario del Che in Bolivia” con questo strillo in copertina: «Gli utili di questa pubblicazione saranno devoluti interamente ai movimenti rivoluzionari dell’America Latina». Il Che è morto, ma la lotta continua: “Hasta la victoria siempre, Comandante”.

Dalla fine dei Sessanta in poi, l’edificazione dell’icona pop non ha conosciuto pause. Innumerevoli i documentari, i libri, le canzoni, i film, le opere d’arte, i murales, i manifesti e perfino le parodie che gli sono state dedicate. Così come sono infiniti, per tipologia e quantità, gli oggetti che ne riproducono il volto: magliette, felpe, tazze e tazzine, pentole e bandiere, spille, bambolotti, cappelli (oltre al famoso basco con la stella rossa), borse e perfino mutande. Di tutto.

guevara mutande

Paradossalmente, il Che è diventato uno degli ingranaggi meglio oliati di quella macchina del consumo capitalistico che per una vita ha tentato di schiacciare sotto gli anfibi da guerrigliero, salvo poi venirne divorato da morto. Ma, chissà, tutto sommato potrebbe essergli andata bene anche così. Considerato il fatto che risiedere nell’Olimpo lo ripara dal fare del tutto i conti con certe zone d’ombra di una storia personale e politica non sempre lineare. Come quella che, al contrario, sembra rilucere in tante biografie a lui dedicate. A partire dalla celebre – e per altro bellissima – “Senza perdere la tenerezza” di Paco Ignacio Taibo II. Un grande romanziere.

E anche a noi, qui, va bene così. La vita del ribelle della Sierra Maestra non ci interessa. In fondo è durata solo 39 anni. Meno di quella da icona pop che invece prosegue fulgida da 48 anni. E che, probabilmente, vivrà e lotterà con noi ancora per molti anni a venire. Perché la rivoluzione non dorme mai. Aspetta solo l’occasione giusta, nascosta in un paio di mutande.

NOTA.  Il giorno della morte di Ernesto Guevara de la Serna è universalmente considerato il 9 ottobre (qui il racconto del capitano boliviano che lo catturò). Non così per i cubani, che – contrariamente alla versione ufficiale – ritengono sia stato giustiziato immediatamente dopo la sua resa nei pressi del villaggio di La Higuera. Dunque l’8 ottobre. E infatti il 48° anniversario della sua scomparsa a L’Avana è stato commemorato ieri.

Fonte immagine di copertina.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...