Stato d’assedio permanente

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Nel corso dei tre anni del primo conflitto mondiale, furono circa trecento i militari resi folli dalla guerra a essere ricoverati nel manicomio di Colorno. Non uomini, ma numeri. Prima buoni come carne da cannone. Poi come menti alienate da contenere e nascondere, o da “risistemare” per essere rispediti al fronte. Cento anni dopo, queste vittime della violenza del potere, meritano almeno quel poco di giustizia che può offrire loro la memoria.
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno.

Come ogni altro luogo abbandonato, l’ex manicomio di Colorno, nel parmense, è popolato da fantasmi. Con una differenza fondamentale: le ombre che oggi abitano le camerate fatiscenti di questo enorme labirinto sono stati fantasmi anche in vita.

Dall’apertura del manicomio, nel 1873, fino alla chiusura definitiva una ventina d’anni fa, sono state circa 16 mila le persone ricoverate qui, tante quante le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ex ospedale. Donne e uomini affetti da alcolismo, demenza, imbecillità, idiozia, cretinismo, paranoia, psicosi ciclotimica, schizofrenia, paranoia. L’intero campionario di malattie mentali conosciute dall’Ottocento ad oggi.

Pazienti ricoverati alcuni per decenni, altri per pochi mesi. Come la maggior parte dei 285 militari che tra il 1915 e il ’18 transitano per questa struttura di retrovia, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati – morte, violenza, sangue, fango e merda – e che l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperare nel più breve tempo possibile e rispedire, di nuovo “abili e arruolati”, al fronte. Sono i cosiddetti “scemi di guerra”. Una definizione ormai dimenticata per contrassegnare queste vittime di situazioni talmente abnormi, un continuo “stato d’assedio” fisico e psicologico, tale da risultare insostenibile e portare alla follia. Un’espressione popolare che troverà a lungo eco nel bonario rimprovero che alcuni anziani ancora oggi ricordano: “Non fare lo scemo di guerra in tempo di pace”.

VIDEO / LA GUERRA ALIENA


Alienati o non alienati? I soldati che dal fronte arrivavano al manicomio di Colorno venivano esaminati. La diagnosi era molto semplice: o eri alienato, o non lo eri. E se non lo eri dovevi tornare a combattere. Siamo andati a visitare l’ex manicomio abbandonato e l’archivio che contiene le migliaia di cartelle dei fantasmi che lo abitavano.

Video di Martino Pinna

Saranno circa 40 mila nel corso dell’intero conflitto i soldati italiani afflitti da quello che oggi viene denominato “Disturbo post traumatico da stress”. Percentualmente pochissimi rispetto ai poco meno di 6 milioni di mobilitati nel corso dell’intero conflitto, degli oltre 600 mila caduti e il milione e mezzo tra feriti e invalidi.

Ma quelle poche migliaia sono solo quelli ufficialmente censiti, cioè passati per le varie strutture manicomiali o per gli ospedali civili e militari con varie diagnosi di “alienazione”. Nella realtà, furono sicuramente molti di più, vista la ben nota tendenza da parte delle gerarchie militari e del personale sanitario di tutte le guerre a minimizzarne l’incidenza sulla psiche dei soldati, perché, come segnala Joanna Bourke nel suo saggio ‘Le seduzioni della guerra. Miti e storie di soldati in battaglia‘, anche volendo “quantificare i disturbi emotivi causati dalle guerre e dai combattimenti, i dati forniti dal personale medico risulterebbero inattendibili poiché spesso si evitava qualunque analisi di tipo psichiatrico e si preferiva stilare diagnosi più ‘sicure’, cioè fondate su cause organiche.

L’esercito negava e nega ancora oggi

Temendo che la perdita di soldati per motivi psichiatrici si riflettesse negativamente sulla loro immagine di comandanti, erano gli alti gradi dell’esercito a incoraggiare questo approccio”. Atteggiamento comune ancora oggi, se dobbiamo dar credito a un’inchiesta apparsa su “La Repubblica” nel settembre 2011 secondo la quale il Disturbo post traumatico da stress pare del tutto sconosciuto anche all’Esercito italiano contemporaneo, visto che «su 150.000 soldati impiegati all’estero risultano solo 2-3 diagnosi l’anno su circa 20 casi segnalati. Statisticamente zero».

Pur fermamente “negazionisti” rispetto alla guerra come causa primaria di forme psicopatologiche, medici e psichiatri italiani tra il ’15 e il ’18 furono costretti a riconoscere che «stando ai rapporti che provengono da neuropatologi e alienisti addetti ai servizi di Sanità militare, sembra che in tutti gli eserciti ora belligeranti le malattie nervose e mentali siano frequentissime». Tanto da indurli a scambiarsi continui “consigli pratici” per provvedere alle malattie nervose e mentali insorte nel corso del conflitto. Consigli volti però, in primo luogo, a dotarsi di strumenti per smascherare i simulatori intenzionati a sottrarsi al dovere patriottico di servire la patria offrendole la propria vita.

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Difficile in mezzo a una simile follia collettiva distinguere verità e finzione. Il vero malato dal vero simulatore. Come nel caso di Luigi B., ventiduenne fante di Tortona , nell’alessandrino, ricoverato a Colorno il 21 maggio 1917 e dimesso il 27 luglio come “non alienato”.

Nel diario clinico i medici scrivono che l’atteggiamento di Luigi è semplicemente volto a imitare il comportamento di un altro soldato, capace di convincere le autorità sanitarie circa la veridicità della propria malinconia. Dopo nemmeno dieci giorni da quella dimissione però, Luigi viene ricoverato una seconda volta, perseverando nel suo stato malinconico e depresso e, soprattutto, tentando due volte di suicidarsi. Tentativi che non bastano a convincere i medici dell’effettiva alterazione del suo stato psichico, ma che sono sufficienti comunque per farlo riformare in quanto «lo stato depressivo presentato è da ritenersi volontario, ma da interpretarsi come sintomo della sua incapacità a sottoporsi alla disciplina altrui».

La violenza della guerra e dello Stato

A fare impazzire i soldati infatti, non è solo l’immensa sofferenza della vita di trincea o la costante paura della morte, ma anche la ferrea disciplina militare attraverso la quale lo Stato, tradizionalmente assente nelle vite di uomini per lo più di estrazione popolare, manifesta d’improvviso il proprio enorme potere coercitivo esercitato da moltissimi ufficiali la cui ottusità e crudeltà è ormai accertata dalla storiografia, a partire dal comandante in capo dell’esercito italiano fino al novembre del ’17, generale Luigi Cadorna.

Valutazioni inconcepibili per gli psichiatri dell’epoca che, al contrario, continuarono a mettere al riparo l’esercito da qualsiasi responsabilità nel produrre psicopatie riconoscendo al massimo che sì, la guerra poteva esasperare gli stati d’animo dei soldati, intensificando in loro emozioni come l’ansia, la paura e l’angoscia, ma che eventuali derive patologiche erano possibili solo in soggetti costituzionalmente predisposti. Insomma, gente che la follia ce l’aveva nel sangue, ereditaria. Pronta a scatenarsi alla prima occasione che, non fosse stata la guerra, avrebbe certamente trovato altri eventi più o meno traumatici per manifestarsi.

Gente che andava individuata e isolata, al fine di “provvedere alla profilassi morale dell’esercito combattente con l’allontanarne gli elementi che lo possono inquinare. Infatti è disastroso il potere di diffusione di contagio di cui può essere capace un solo alienato paranoico perseguitato-persecutore, o i danni enormi che può cagionare l’esecuzione di delicati ordini affidati ad un graduato che sia alienato o semplicemente psicopatico”.

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Come per tutti coloro che subirono analoga sorte, quasi certamente tutti i militari che passarono per Colorno – durante e anche dopo la guerra – venivano da un primo ricovero in un ospedale nei pressi del fronte. Solo in seguito, se ritenuti bisognosi di ulteriore osservazione o di tempo per recuperare, venivano allontanati dalla prima linea e inviati in ospedali di retrovia. Quando possibile, nei pressi del territorio d’origine.

Come nel caso del soldato Antonio T., trentenne parmense, trasportato nell’ottobre 1916 dall’ospedale da campo di San Giorgio di Nogaro, in Friuli, a Colorno con la diagnosi di «stato depressivo». Non riusciva a dormire, rifiutava il cibo e continuava ad avere allucinazioni terrificanti anche a distanza di mesi, racconta Ilaria La Fata nel suo saggio ‘Follie di guerra – Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte‘, imprescindibile per ripercorrere la storia dell’ospedale psichiatrico di Colorno durante il periodo bellico. Nell’aprile dell’anno successivo, Antonio si trova ancora in manicomio, e sebbene sia «più quieto», il suo stato d’animo e la sua disperazione non sono mutati, come riporta la sua cartella clinica:

“Sta quasi sempre nel corridoio dell’infermeria, in un angolo, col viso nascosto fra le braccia, silenzioso. Se lo si interroga non risponde, se si insiste a lungo solleva il capo e con atteggiamento irato e disperato dice: ma sì! Ammazzatemi pure, fate ciò che volete, assassini”.

O ancora, tra quelle mura si è consumata la storia di Giuseppe S., venticinquenne di Borgotaro, sempre nel parmense, cominciata (perché la sua vita, come quella di quasi tutti gli altri fantasmi di Colorno, inizia e si conclude nelle poche notizie conservate nella sua cartella clinica) nella primavera del 1918 quando, durante una licenza, profondamente turbato e terrorizzato dalle esperienze vissute in trincea, diviene preda di continue allucinazioni.

E’ convinto di essere ancora al fronte e di doversi misurare contro il nemico, parlando «da sé ora ad alta voce, ora a bassa voce, sempre di guerra come se fosse in azione, assalendo o respingendo i nemici o fuggendoli terrorizzato». Dopo essere stato ricoverato a Mantova con una diagnosi che da «psicosi di natura traumatica» diviene «sindrome schizofrenica» – insistendo significativamente su di una sua patologia latente più che su cause esterne – Giuseppe viene ricoverato a Colorno nel 1919, rimanendovi pressoché nello stesso stato fino alla morte, avvenuta il 17 marzo 1942:

[quote_center]“Egli non ha mai dato segno di interessarsi a cosa o a persona alcuna, con chi lo visita è completamente indifferente e si limita a mangiare ciò che essi gli portano senza dire una parola, mai esprime il più piccolo desiderio o bisogno. Se lo si lascia resta sdraiato tutto il giorno in terra, alla pioggia o al sole inerte, isolato nella sua apatia”[/quote_center]

La storia non siamo noi

Vite inutili. Dimenticate. Divorate dal tritacarne della Storia, come si usa dire dire in casi simili. Come se la storia stessa fosse un prodotto del caso, del destino, della volontà di un dio, e non di una partita a scacchi giocata in ogni luogo e in ogni tempo dalle oligarchie politiche, militari, economiche sulla pelle di pedine come Giuseppe e Antonio e di tutti gli altri spiriti muti che ancora oggi abitano i grandi spazi abbandonati del manicomio di Colorno.

filo spinato

Una struttura che rispetto a tante altre analoghe sparse per l’Italia, ha una particolarità davvero unica. Sorge letteralmente incollata allo stupendo palazzo ducale – meglio noto come la reggia di Colorno, costruita agli inizi del XVIII secolo dai Farnese – in un edificio un tempo convento dei Domenicani. Con la destinazione ad uso manicomiale del 1873 di quella parte adiacente la reggia, residenza estiva della duchessa Maria Luigia d’Austria fino alla sua morte nel 1847, il palazzo conosce – come per contagio virale – una decadenza ininterrotta fino al recupero e restauro completato a cavallo del nuovo millennio, non a caso in coincidenza con la definitiva chiusura del manicomio. I cui edifici versano invece ancora oggi in stato di totale abbandono, mentre parte della reggia riportata all’antico splendore è ora sede della Scuola internazionale di cucina italiana di Gualtiero Marchesi.

La porta aperta

Per poter visitare la struttura manicomiale bisogna chiedere autorizzazione all’Asl che però la nega, in quanto pericolante. Sia la parte ottocentesca che le orride ali aggiunte successivamente in varie fasi nel corso del Novecento sono dunque teoricamente inaccessibili: delle parti più recenti sono murate sia porte che finestre, mentre l’edificio che costituisce il nucleo originario è protetto al piano terra da spesse inferriate.

Peccato che il massiccio portone dell’ingresso principale che dà sulla centralissima via Roma, sia semplicemente accostato, in modo tale da rendere l’ex manicomio, nel peggiore dei casi facile preda di vandali di ogni tipo che infatti hanno fatto scempio degli interni dell’edificio; nel migliore, luogo di culto per abbandonisti, che non sono coloro che la psicoanalisi definisce affetti da un “atteggiamento rinunciatario e passivo”, ma i molti appassionati attratti dalla desolazione delle rovine.

numeri ricoverati

Desolazione che è facile immaginare abbia accompagnato le vite dei 16 mila internati – divisi abbastanza equamente tra uomini e donne – nei cento anni di storia del manicomio di Colorno. Luogo fin dall’inizio destinato ad accogliere «gli alienati poveri della provincia».

Un dato che emerge con evidenza dallo studio della La Fata che rileva l’assoluta “preponderanza di lavoratori appartenenti ai gradini più bassi della scala sociale e la scarsità di quelli collocati in strati sociali più elevati”, anche se non per tutti i ricoverati al momento dell’ingresso in struttura veniva indicata in cartella la professione. Perché per un paziente, varcare la soglia del manicomio significava perdere la propria identità di persona per essere definito solo con la diagnosi attribuita, elemento assai più interessante per individuarlo e qualificarlo. E stabilire eventuali terapie. Che, di fatto, erano praticamente inesistenti. Limitandosi alla contenzione fisica per gli “agitati” e a stimolare a un po’ di “terapia occupazionale” in un ambiente relativamente più sereno – rispetto a quello che poteva essere una trincea sul Carso, per rimanere agli “scemi di guerra” – per i “tranquilli”.

Più sereno per modo di dire, visto che per tutto il triennio bellico la popolazione manicomiale aumenta in modo costante, raggiungendo cifre così elevate (nonostante le costanti dimissioni, in particolare dei soldati che transitavano da Colorno) da costringere i tanti ricoverati a dormire su un pagliericcio posto direttamente sul pavimento, privati dell’unico spazio individuale loro concesso: il letto.

Tra i quasi trecento soldati ricoverati, solo due uomini appartenevano ad una classe più agiata. Uno di questi, Michele D., avvocato quarantaduenne della vicina Fornovo Taro, entra a Colorno ai primi di febbraio 1918 «molto preoccupato di dovere prestare servizio militare» e affetto da «psicosi maniaco-depressiva», per rimanervi fino alle dimissioni, il 3 novembre 1918, lo stesso giorno in cui a Villa Giusti a Padova viene firmato l’armistizio fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia.

Ma si tratta appunto di eccezioni. In un’Italia ancora quasi prevalentemente rurale, circa la metà del regio esercito era composto da contadini, quasi tutti appartenenti alla fanteria, la più sacrificata di tutte le armi, destinata da sola a subire il 95% delle perdite. Di questi milioni di pedine per tre anni in mano a una spietata macchina bellica pronta a sacrificarli al grido di “Avanti, Savoia!”, solo poche centinaia passarono per il manicomio di Colorno.

Quel poco che resta di loro è tutto racchiuso nell’archivio dell’ex ospedale. Fuochi fatui di spiriti inquieti, sottratti all’ombra per un istante mentre scorriamo rapidamente alcune delle loro cartelle cliniche. Per esser subito riconsegnati all’oblio di esistenze segnate fin dalla nascita da una immutabile condizione di subalternità. Vite per le quali è difficile riuscire a trovare un senso che, probabilmente, neppure un dio sarebbe mai in grado di attribuire.

testo e grafiche: Davide Lombardi

video: Martino Pinna

foto: Davide Lombardi, Martino Pinna

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