Non sei riuscita a cambiarmi

Non ricordo esattamente l’anno, di sicuro intorno alla metà dei Settanta. Ero un bambino allora. Mio padre mi portò con sé una sera a Pordenone a vedere un concerto di Fabrizio De André. Ricordo un capannone che allora mi parve immenso con lui e la band su un palco appena rialzato dal suolo. E un fumo talmente denso che per tutto il concerto mi bruciarono gli occhi.


Ad un certo punto, dal pubblico, che allora dialogava con chi stava sul palco, uno chiese a De André di suonare “Il bombarolo“. Lui ci pensò solo un secondo, poi disse: “Quella canzone da sola non ha senso, è parte di un concept album, quindi se volete vi canto l’intero disco”.
Boato del pubblico. E via con nove canzoni in più rispetto a quelle previste in scaletta.

Fu in quell’occasione che ascoltai per la prima volta “Verranno a chiederti del nostro amore”.


Digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni 

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per ritornare dopo l’amore alle carezze dell’amore era facile ormai 
non sei riuscita a cambiarmi non ti ho cambiata lo sai. 

Il testo mi è tornato in mente quando qualche giorno fa ho trovato la frase che adesso campeggia sull’header di questo blog: “Gli unici uomini di potere che ho conosciuto sono quelli che si sono chinati per raccoglierlo”. Frase quanto mai vera. Nessuno, almeno tra gli uomini “di potere” che ho conosciuto personalmente, per raggiungerlo non ha dovuto piegare la schiena e inchinarsi a leccare il culo di chi lo deteneva prima di lui. In attesa del proprio turno. Che poi, certo, alla fine è arrivato. Grande o piccolo che sia. Perché il potere è prima di tutto una condizione dello spirito.

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Inizialmente ho pensato che la mia mancata “condizione dello spirito” sia dovuta agli anni in cui mi sono formato, i Settanta. Per dire, da ragazzino qualcuno aveva affittato sotto casa mia un negozio in cui metteva a disposizione di chi entrava materiali – libri, opuscoli, manifesti – sull’esperienza di Salvador Allende in Cile e il successivo golpe di Augusto Pinochet. Oggi ho un negozio che vende cellulari.
Ma poi no, ho capito che non è vero. Che non c’entra niente. Che molta gente formatasi negli anni Settanta – molto più di quanto teoricamente abbia potuto farlo io che, anagraficamente, dovrei considerare come “anni di formazione” gli Ottanta – ha scelto tranquillamente di non scagliare il potere dalle mani, ma di provare (riuscendoci benissimo) a raccoglierlo.

L’arte della sconfitta è un’abilità tipica dell’hombre vertical, uno che ce l’ha nel sangue: una certezza quasi matematica. Un po’ come Hector Cuper, ex allenatore dell’Inter. Un maestro in materia. Con, in più, la tragica grandezza di essere riuscito a macchiare perfino l’unica cosa che nessuno gli aveva mai negato: la dignità.
Un’epopea, la sua, che raggiunge quasi la perfezione.

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,
ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi
sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai.

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