I figli di papà se la tirano su Instagram

Sulla cresta dell’onda da un paio d’anni sui social network, i figli di papà che esibiscono su Instagram gli eccessi che la condizione di super ricchi consente loro, sono percepiti come una specie di degenerazione del capitalismo selvaggio. Invece il loro non è che un ritorno all’antico. A quando era del tutto normale che un nobile ostentasse la superiorità della propria condizione. Nell’era del trionfo neoliberista, gli Übermenschen di Friedrich Nietzsche sono loro. Gli Uber-rich.

Se ho mai desiderato possedere un Rolex? No, confesso di no. Mai avuto il minimo interesse. E neanche ho mai sognato di girare in Ferrari, cenare nell’Osteria dello chef italiano numero 1 al mondo (anche se da casa mia ci arrivo a piedi) o farmi griffare da Dolce&Gabbana perfino le mutande. Anzi, a dirla tutta, ho sempre considerato quello stile lì, i simboli del lusso e chi li esibisce, roba da tamarri. Ogni tanto mi diverto a fermarmi davanti alle vetrine dei negozi in centro a Modena, dove vivo, che non saranno gli stessi di via Montenapoleone a Milano, ma insomma sono comunque destinati a solleticare il portafoglio di gente ben fornita, quali sono moltissimi modenesi. Domandandomi sempre un po’ stupito: “Ma dai, ma chi cazzo compra quella penna da 370 euro? O quella cintura da 250 euro? Ma con che pelle speciale sarà mai stata fatta? Viene da una delle mucche immerse in formaldeide di Damien Hirst?”.

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Non è che non mi renda conto che ci possano essere cinture di miglior qualità rispetto ad altre, ma alla fine la funzione è sempre la stessa: tener su un paio di brache. E per 250 euro il rapporto costo/funzionalità è del tutto sproporzionato. Per me. Forse per via di quella cultura cattocomunista di cui sono intriso, o forse, semplicemente, perché non ho mai avuto i soldi né mai li avrò per destinare a una cintura un budget simile. E nemmeno riesco a immaginare che una Roller Montblanc possa improvvisamente rendere degna di un amanuense la mia calligrafia improponibile meglio di quanto (non) riesca a fare una Bic.

ri_11Anche se la definizione non mi piace affatto, la verità è che sono un tipico esponente della classe media. Insomma quella gente cresciuta nella convinzione che “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo. Quelli che hanno escluso dal proprio vocabolario l’avverbio “troppo”. Né troppo ricchi, né troppo poveri. Né troppo colti, né caproni ignoranti. Né attenti solo al proprio orticello, né filantropi professionisti. Insomma, quelli dell’aristotelico “giusto mezzo”. Una tipologia di classe – potremmo definirla borghesia medio-piccola – che si è espansa a dismisura dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70.

Un’epoca segnata da una colossale ridistribuzione dei redditi che ha prodotto un allargamento del sottoinsieme incuneatosi tra ricchi e poveri: la nobiltà, di sangue o di censo, e l’oceano di poveracci che costituisce la maggioranza in quasi tutte le società, in ogni tempo e in ogni luogo. Un’età dell’oro, almeno per chi di quell’intersezione ha fatto parte, che ha cominciato la propria parabola discendente dagli anni ’80, fino ad arrivare ad oggi, in cui l’impoverimento della classe media è certificato da tutte le statistiche. Il punto, come spiega l’economista Thomas Piketty nel suo saggio “II capitale nel XXI secolo”, è che il recente aumento delle diseguaglianze non è un’anomalia, ma il ritorno alla normalità. L’eccezione è il quarantennio.

ri8In pratica il mondo sta tornando ad essere quello di sempre: gente che per defecare usa un water in marmo di Carrara, e quelli che su quel water ci passano lo straccio delle pulizie. Con la segreta speranza di potere un giorno appoggiarci le chiappe. Avete presente “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino con Will Smith? Il nero sfigatissimo e sprofondato nella povertà più assoluta che, grazie alla propria capacità e determinazione, alla fine diventa milionario, raggiungendo appunto, la “felicità”? Ecco, quella roba lì.

Questo ritorno all’antico finisce per riverberarsi anche sull’estetica. E se i ricchi smaccati non sono mai mancati anche quando non si vedevano, o si vedevano un po’ meno, oggi, esibire senza alcuna remora la propria unicità certificata dagli eurodollari, non è più un problema. Anche perché nessuna etica può contrapporsi credibilmente allo svacco post-ideologico da fine della guerra fredda, alla giungla del capitalismo selvaggio che ne è seguito. Chi si è impoverito, cerca di nascondere la propria condizione in attesa di tempi migliori. Il ricco o lo straricco, non ha invece più alcun motivo per non esibirla. E perché non dovrebbe?

ri7E’ il caso dei “Rich kids of Instagram”. I figli di papà che da un paio d’anni a questa parte sono diventati un caso, prima sul social network più amato dai ragazzi, Instagram, e a seguire sui media di tutti il mondo. Adolescenti figli del famoso 1% dei ricchissimi del pianeta, che si autodefiniscono “funemployed”, impiegati nel divertimento più sfrenato o, ancora più chiaramente, ragazzi il cui unico merito è che “they have more money than you and this is what they do”, hanno più soldi di te e questo è ciò che fanno. Ecco, il loro massimo sforzo è esibire questa differenza nelle immagini che postano su Instagram con commenti e pose che, nelle intenzioni, dovrebbero essere velatamente autoironiche. Loro sulla Ferrari regalata da papà, loro che sfoggiano Rolex e braccialetti di diamanti, loro in partenza sul jet privato da una vacanza a Courmayeur a un’altra alle Maldive. A seconda della stagione o anche – perché no? – dello sfizio del momento. Non c’è limite in fondo se il mondo intero è a completa disposizione di un portafoglio senza limite.

ri4Il blog dei rich kids, ospitato sulla piattaforma Tumblr, merita un breve approfondimento, perché viene sistematicamente frainteso dai media che ne scrivono. Non è nato per celebrare le imprese planetarie di questi figli di papà, ma per irriderle. Come dimostrano anche le pacchiane cornici dorate che circondano ogni immagine pescata da vari profili Instagram, quelli sì gestiti personalmente dalle giovani star del lusso contemporaneo. Che non è che siano scemi e non si rendano conto che una simile ostentazione si presta all’ironia oltre che all’invidia degli altri, ma stanno al gioco, “perché è divertente e perché alla gente piacciono le foto che pubblico. Loro non la prendono troppo sul serio né come un insulto” come dichiarava uno di loro a Vice. Il blog è nato nel luglio del 2012, quando l’anonimo autore ha cominciato a raccogliere le immagini pubblicate su Instagram lanciando anche l’hashtag #rkoi diventato in breve popolarissimo.

Una curiosità è che anticipatrice dell’esplosione globale dei rich kids viene considerata un’immagine postata su Instagram nel gennaio 2012 da Rosinés, una delle figlie allora quattordicenne del presidente venezuelano Hugo Chavez, quello della rivoluzione socialista del XXI secolo, mentre sfoggia davanti alla fotocamera una mazzetta di dollari americani. La ragazzina, poveraccia, venne immediatamente massacrata sui vari social con parodie e vere e proprie dichiarazioni d’odio, privandola del piacere di essere tra i primi, se non la prima, a dare il via a quella che di lì a breve sarebbe diventata una moda planetaria: sono ricco, anzi straricco, e non ho alcun motivo per non vantarmene.

ri5Sull’onda del blog dei rich kids ne sono nati molti altri, più local. Come i rich kids di Hong Kong, quelli dell’Upper East (la East side di New York), poi i danesi, i polacchi, i serbi e altri. Nell’elenco, mancano i figli di papà di casa nostra, ma non perché – come scrive Il Foglio di Giuliano Ferrara – “in Italia tra cattolicesimo e comunismo l’opulenza non è stata mai ben vista” ed “è bene non esibirla”, ma perché nessuno si è mai preso la briga di creare una pagina dedicata ai rampolli locali. Che ci sono eccome, ed esibiscono eccome la loro travolgente ricchezza, basta cercare un po’ su Instagram, Facebook e Twitter i profili dei vari “figli di”. Il Belpaese ne abbonda. Ecco perché, per il gusto di smentire il Foglio, ne ho creato uno io. Eccoli qui i “rich kids of Italy”. Naturalmente non ho alcuna intenzione di aggiornarlo in futuro, i bimbi ricchi locali non avranno altra gloria oltre questa. Ma dubito ne soffriranno. Più probabile se ne facciano una ragione mentre sorseggiano un Moët & Chandon mollemente accoccolati in una Jacuzzi, location da cui solitamente mandano inconsapevolmente in soffitta qualsiasi residuo retorico del self-made man, mito americano per eccellenza, secondo il quale duro lavoro e perseveranza garantirebbero risultati e successo. Balle: molto meglio partire con alle spalle i milioni di papà.

Interessante il termine anglosassone – uber-rich – con cui vengono definiti questi ragazzi. E’ chiaramente ripreso dall’Übermensch di Friedrich Nietzsche, il Super-uomo o meglio, l’Oltre-uomo. Come questi kids, che sono “oltre”. Perfino oltre qualsiasi cosa noi comuni mortali possiamo immaginare associato alla parola “ricchezza”. Il rimando al grande filosofo tedesco non è casuale. Per Nietzsche la morale nasce dall’istinto di vendetta, dal risentimento provato dagli uomini inferiori invidiosi nei confronti dell’Übermensch e del suo spirito libero e grande. In definitiva, serve per tener buona la gran massa degli uomini deboli, il gregge, tanto desideroso quanto incapace di sottomettere i pochi uomini superiori, e perciò accontentandosi di uniformarli alla propria mediocrità.

nietzscheNaturalmente i rich kids possono avere al massimo una vaga idea di cosa sia la grandezza di spirito dell’Oltre-uomo nietzschiano, ma hanno certamente tutta la libertà – assoluta diciamo pure – garantita dai soldi. Che, parliamoci chiaro, comprano tutto. Proprio tutto, senza alcun limite (manca solo la vita eterna, ma ci arriveremo. Anzi, ci arriveranno). Perché con la morte di Dio – afferma sempre Nietzsche – tutte le grandi teorizzazioni, dalla morale alla religione, si riducono a flebili retaggi del passato. Oggi che controllato e controllore coincidono, che burattino e burattinaio sono la stessa persona, qualsiasi precetto altro non è che frutto della relatività e nessuna verità incontrovertibile può essere più affermata. In fondo è il pianeta intero ad essere già “oltre”, solo che quel che resta della classe media, per sua natura tendenzialmente conservatrice, non lo sa o non lo vuole accettare, ancorandosi almeno formalmente a valori senza più alcun senso. I rich kids invece, oltre lo sono per diritto di nascita.

Un aneddoto che mi piace raccontare spesso è quello del regalo dell’ex calciatore David Beckham al figlio Brooklyn per festeggiare i suoi quattro anni: una Ferrari giocattolo da 36 mila euro. Era il 2004. Oggi Brooklyn, quasi sedicenne, sta tentando di seguire le orme del padre, anche se la squadra londinese dell’Arsenal lo ha appena bocciato a un provino. Pare difficile che il rampollo di uno dei più famosi calciatori inglesi di tutti i tempi possa aspirare a una carriera folgorante come quella del padre, a dimostrazione che, ogni tanto, “anche i ricchi piangono”. Magari solo per far godere un po’ anche noialtri esponenti del gregge. Che non è che condanniamo la ricchezza in quanto tale, ma ci illudiamo che sia ancora possibile distinguere tra il ricco buono e il ricco stronzo. Il ricco buono è quello alla Bono degli U2 che, a parte spostare il domicilio nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi, si impegna un sacco per quei poveracci di africani. Il ricco stronzo invece è uno alla Gordon Gekko, indimenticabile protagonista di “Wall Street” di Oliver Stone. Ecco, i rich kids ce li immaginiamo così: tutti figli – legittimi, per altro – di Gordon Gekko. Anche se non proprio animati dalla stessa passione di far soldi. Anche perché essendo “oltre” non serve nemmeno più: basta spenderli. Ci sono comunque. Ormai per diritto divino, così come un tempo erano ereditari i titoli nobiliari.

ri3Ma davvero possiamo provare invidia per un simile stile di vita? E qui bisogna segnalare un aspetto curioso. Perché i piccolo borghesi come me difficilmente possono invidiare simili eccessi. Dai, non è proprio nella nostra natura. Ricordate? abbiamo tatuato in fronte il motto “in medio stat virtus”. Più che altro quelli come me in genere provano indignazione nei confronti di questi ragazzi che mettono su Instagram lo scontrino di una cena da 5000 dollari. Suvvia, con tutti i bambini che muoiono di fame e malattie in Africa. Suvvia, ma quanto son tamarri questi qui coi loro Rolex e le loro Ferrari, nonostante la presunta autoironia che secondo loro dovrebbe assolverli da ogni peccato?

ri2A provare invidia, a desiderare di imitarli sono invece, e pare quasi un paradosso, i più poveri. Il paradosso sta nel fatto che l’estetica dei rich kids è talmente simile alla parodia borgatara che ne viene data, ad esempio in un classico come “Il supercafone” del Piotta (i suoi capisaldi: “La femmina, li soldi, e la mortazza”), da sembrare copiata da quella. Del resto “esibire” è uno dei pochi diritti dell’uomo universalmente riconosciuti in quest’epoca così social. E se da noi è una delle prerogative preferite dai coatti, gli Usa hanno sdoganato nel mondo l’estetica swag variante di quella rap, in cui – in nome dello stile – il catenone finto oro fa pendant con la canotta. “Hey you’ve got swag!”. Tradotto: “Hey, hai stile!”.

Se sostituiamo per un attimo ombrelloni e sdraio del litorale di Ostia con gli sfondi tropicali usuali per i rich kids in vacanza, le due celebri borgatare de ‘na bira e ‘n calippo” potrebbero tranquillamente confondersi in una compagnia di “figli di”, col solo impiccio di dover sostituire l’inglese al romanaccio. Ti piacerebbe ti regalassero un gioiello di Bulgari da milioni di euro e poi salire sul jet privato per raggiungere lo yacht ancorato alle Antille? “Ammappete!”. Forse perché al vero poveraccio dell’equità non gliene fotte niente. E se vincendo al Superenalotto facesse di colpo i milioni, si trasformerebbe in un batter di ciglia in un rich, kid o kitch fa lo stesso.

ri6E a noi piccolo borghesi, così tromboni, così indissolubilmente ancorati a un’idea di società possibilmente più equa, media insomma, così incapaci di andare oltre un mondo che è già “oltre” da un pezzo, che cosa resta? Niente. Nemmeno la possibilità di godere dei piaceri che i due estremi regalano: né la bira e il calippo, né lo yacht e il jet. Nemmeno l’invidia, nemmeno l’indignazione, che personalmente non provo neanche un po’, forse perché troppo scafato, troppo vecchio o troppo snob, non so. E comunque ho già usato tre volte un avverbio di troppo. Magari perché senza accorgermene, comincio anch’io ad essere oltre. E sarebbe anche ora. Che non se ne può più del livore da perdenti di noi piccolo borghesi.

Davide Lombardi

Ad eccezione della mucca di Hirst, di Rosinés Chavez e del tizio coi baffi, tutte le immagini sono tratte dal blog “Rich kids of Instagram”.

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2 pensieri su “I figli di papà se la tirano su Instagram

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