Un emiliano alla corte dei Soviet

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1974, un comunista emiliano vola a Mosca per partecipare a un corso estivo di marxismo-leninismo. Nel grigiore dell’Unione Sovietica di Breznev, scopre che nel “paradiso della classe operaia” familiarizzare con la popolazione locale è impossibile e alzare un po’ il gomito può portare a una condanna a anni di lavori forzati. Un modello che però i sovietici intendevano esportare in tutto il mondo anche addestrando militarmente, a colpi di Kalashnikov, gli ospiti stranieri. Quarant’anni dopo, il racconto di Franco Del Carlo, back in the Ussr.

—Mosca, 1 maggio 1974. E’ la “Giornata di solidarietà internazionale ai lavoratori di tutto il mondo” e sulla Piazza rossa si svolge la tradizionale parata dalla scenografia imponente. Schierato sulle mura della storica fortezza moscovita sede del governo, il Cremlino, insieme al Segretario Generale Leonid Breznev c’è tutto il comitato centrale del partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Su una tribuna laterale sono ospitate le delegazioni dei partiti comunisti stranieri, tra cui naturalmente non manca quella del PCI, il più grande, al di fuori del blocco sovietico.

Tra i delegati italiani c’è anche Franco Del Carlo, all’epoca segretario cittadino del PCI modenese, che insieme ad altri otto colleghi provenienti da varie federazioni d’Italia, è partito il giorno prima da Roma per partecipare a un corso di tre mesi e mezzo a scuola di marxismo-leninismo. “L’invito arrivava direttamente dal PCUS – racconta Del Carlo – e quando Mosca chiamava, da Botteghe Oscure sentivano le federazioni più importanti chiedendo la disponibilità a partecipare. Più per cortesia che per affinità politica: negli anni ’70, per quanto il rapporto col PCUS fosse ancora di amicizia, non avevamo più niente da spartire a livello politico”.

Che nel 1974 ci fosse un bel po’ di crisi in famiglia tra comunisti italiani e sovietici, lo dimostra anche la sobria cronaca di quel giorno di festa, confinata in un trafiletto di pagina 13 dell’Unità, organo ufficiale del PCI, il 3 maggio 1974: “Rispetto agli anni scorsi la manifestazione di Mosca è stata caratterizzata da due novità: è durata due ore, cioè meno del solito, e non si è avuto alcun discorso ufficiale”. Immaginiamo il sollievo dell’autore dell’articolo, Romolo Caccavale, che traspare appena da queste scarne parole.

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Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

Merita invece segnalare su quella stessa edizione il pezzo “Nono illustra a Mosca la vita musicale italiana” in cui il compositore italiano “parla della lotta per la trasformazione della società, del recupero del canto popolare e delle opere elettroniche” sottolineando “l’impegno culturale che caratterizza la produzione dei musicisti schierati a fianco della classe operaia”. Nell’anno in cui la canzone più venduta in Italia risulterà essere “E tu” di Claudio Baglioni – “Accoccolati ad ascoltare il mare, quanto tempo siamo stati senza fiatare” – pensare che la musica di Nono potesse essere in qualche modo “schierata a fianco della classe operaia”, dimostra tutta la “Lontananza Nostalgica Utopica Futura” dai gusti del popolo oltre che del compositore veneziano, anche da parte di un PCI desovietizzato.

“Comunque – ricorda oggi Del Carlo – nel pieno dell’era Breznev, le distanze tra noi e i sovietici erano ormai enormi e dalla Direzione del partito ci dissero di apprendere il meno possibile dal corso di marxismo-lenismo. Semmai di cercare di capire la società sovietica”. Per i sovietici però, la scuola è una cosa seria. Oltre agli italiani, ci sono allievi dei partiti comunisti di altri 52 paesi. Le varie lezioni iniziano dalle 9 del mattino fino alle 12.30 e poi dalle 14.30 fino alle 18 circa. “Lezioni teoriche che a noi non interessavano per niente” dice Del Carlo, “tanto che le dispense che ci distribuirono scritte da Breznev, o chi per lui, tradotte in italiano naturalmente, non le abbiamo mai aperte. Alle lezioni, eravamo l’unica delegazione ad aver ottenuto di poter dibattere con i docenti. Tutti gli altri dovevano ascoltare e basta. Per i sovietici il dibattito era inutile: Lenin e Marx offrivano risposte per tutto”.

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“Realtà sovietica” e “Rassegna sovietica” furono due riviste fondate dal Segretario Nazionale dell’Associazione Italia-Urss, il reggiano Vincenzo Corghi

“Si era allora ancora nel mezzo della crisi sino-sovietica con truppe russe e cinesi schierate lungo il fiume Ussuri, confine tra i due paesi. Ad un certo punto, durante un seminario nell’aula magna della scuola, i sovietici ci chiesero di sottoscrivere un documento di condanna dei cinesi. Presi la parola io perché la nostra capodelegazione, una di Reggio Emilia, era timorosa di esporsi. Dunque, come suo vice, il compito fu mio. Dissi che non avremmo firmato quel documento perché non ritenevano si dovesse condannare il popolo cinese. I dirigenti possono sbagliare, i dirigenti cambiano, ma il popolo – un miliardo di persone – quello resta. E noi non eravamo contro i cinesi. Finito di parlare, sulla sala calò il gelo. Neanche i miei applaudirono. Poi ci fu la solita malignità dei russi che dopo di me fecero parlare greci, francesi, e tedeschi orientali. Tutti contro di noi. Soprattutto i greci che erano esuli espatriati in Urss, mantenuti dal PCUS. Gente che aveva lasciato altri compagni ad Atene a combattere il regime dei Colonnelli. I sovietici li usavano contro di noi per dimostrare il nostro isolamento. Al seminario era presente anche Boris Ponomariov, tutore dei compagni stranieri per conto del Pcus. A fine dibattito mi chiamò cercando di convincermi che la nostra posizione era sbagliata. Naturalmente non ci riuscì e la cosa finì lì. Devo dire che c’era grande rispetto nei nostri confronti, non ci facevano particolari pressioni, a parte provare a convincerci di essere nel torto”.

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Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

In realtà, come ha rivelato in un’intervista del 1997 l’allora segretario di Rifondazione comunista Armando Cossutta, Ponomariov spinse per provocare una scissione all’interno del PCI tra fedeli alla linea sovietica e fautori della new wave di Berlinguer, trovando però la contrarietà perfino del segretario del PCUS succeduto a Breznev, Jurij Andropov. Ipotesi tutt’altro che peregrina quella di Ponomariov, vista la naturale propensione alla scissione dimostrata dalla sinistra italiana prima, durante e dopo il PCI. Del resto, perfino nella piccola Modena – che comunque allora era numericamente una delle federazioni più importanti d’Italia – una volta tornato dall’esperienza sovietica convinto che mai e poi mai il comunismo russo avrebbe potuto essere un modello imitabile per l’Italia, Del Carlo viene accusato da “molti compagni modenesi di essere diventato antisovietico”. “Io rispondevo che se fossero andati in Urss lo sarebbero stati anche loro”. “Per me – prosegue – quella fu solo una conferma. Già l’anno precedente ero stato per una settimana in Kazakistan per un gemellaggio insieme all’allora sindaco di Modena, Germano Bulgarelli, e ricordo che durante il volo di ritorno gli dissi: se dobbiamo andare in Italia a fare quello che abbiamo fatto qui, è meglio che cada l’aereo, almeno salviamo gli italiani da questa esperienza”.

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Dall’album fotografico personale di Franco Del Carlo, nella foto: giovani Pionieri sovietici in Kazakistan. Al centro, con gli occhiali, Germano Bulgarelli.

Esperienza che però, vissuta da privilegiato figlio di un partito fratello a scuola di Marx e Lenin, e con la certezza di tornare al paesello natio dopo tre mesi, per Del Carlo non fu nemmeno così malaccio. “Appena arrivati – racconta – i sovietici si dimostrarono di un’ospitalità stupenda. La mattina ci sottoposero a un’accuratissima visita medica, per certificare il nostro stato di salute, al pomeriggio andammo a mangiare in un ottimo ristorante in Piazza Puskin. Alloggiavamo in una palazzina a circa due chilometri dall’Istituto, solo noi nove, in due per camera. La nostra ‘incolumità’ era garantita da due agenti presenti nella guardiola della portineria 24 ore su 24. Già il 2 maggio ci pagarono lo stipendio, 800 rubli. Perché sì, la nostra presenza al corso era pure retribuita. Le lezioni però erano micidiali così, come da accordi, chiedemmo di poter visitare anche luoghi – scuole, fabbriche, ospedali – in cui potevamo toccare con mano il loro livello di vita. Essendo noi tutti comunisti, avevamo maggior libertà di movimento rispetta a quella che veniva concessa agli operai e ai giornalisti che l’imprenditore di Carpi Renato Crotti inviava in Urss perché ‘gli emiliani venissero davvero a conoscenza di quella che era la vita nel cosiddetto paradiso dei lavoratori’. Agli uomini di Crotti i sovietici facevano vedere solo le eccellenze, se così le possiamo chiamare, in modo che ne ricavassero la miglior impressione possibile. O almeno, ci provavano”.

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Libertà relativa, naturalmente, quella dei compagni emiliani, come ammette lui stesso ricordando un episodio particolarmente significativo: “Eravamo appena arrivati a Mosca e una sera mangiamo in un locale di fronte alla principale stazione di Mosca. Un gruppo di ragazzi e ragazze russi stava salutando una recluta in partenza per il militare. Desiderosi di entrare in contatto con la gioventù sovietica ci aggreghiamo a loro e decidiamo di andare a fare una passeggiata tutti insieme. Dopo cinque minuti siamo circondati da quattro camionette della polizia che prelevano i ragazzi mentre a noi ci riaccompagnano nella nostra palazzina, con metodi anche un po’ rudi. Il giorno dopo, il nostro interprete russo ci assicurò che i ragazzi erano stati rilasciati. Chissà…”.

Forse proprio alle proteste seguite a quell’episodio poco piacevole, le maglie del controllo sovietico si allargano.

“Potemmo addirittura partecipare a una dimostrazione di come funzionava la giustizia del proletariato assistendo ad un processo. Sotto accusa era un povero diavolo di un autista della metro che l’8 marzo di quell’anno, nella stanza che condivideva con la sua compagna all’interno di un appartamento collettivo diviso con altre famiglie, aveva bevuto un po’ troppo e fatto troppa ‘baldoria’ con la sua compagna. I coinquilini avevano chiamato la polizia che lo aveva subito tratto in arresto. La giuria era composta da sole donne così lui, forse sperando di ammorbidirle un po’, ottenne di cambiare avvocato difensore facendosi assegnare una donna. Il tentativo però fallì, visto che il poveraccio fu condannato a sei anni di lavori forzati. Per aver fatto un po’ di casino in camera da letto…”.

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Fonte immagine: The Eastern Blog.

A Del Carlo e agli altri, fu anche concessa la possibilità di venire a contatto diretto con la ben nota flessibilità della storiografia sovietica, mutevole a seconda delle variazioni delle linee guida del partito nel corso del tempo. “A San Pietroburgo, allora Leningrado, andammo a visitare il Palazzo d’inverno. C’era una mostra sul Consiglio dei commissari del popolo (il Sovnarkom) formatosi nel 1917 e presieduto da Lenin fino alla morte nel 1924. Lev Trockij, caduto in disgrazia già all’inizio dell’epoca staliniana e che di quel consiglio era membro con l’incarico di Commissario del popolo per gli affari esteri, non era presente da nessuna parte. Facemmo notare ai nostri accompagnatori la dimenticanza. Ne seguì una discussione di due ore. Del tutto inutile: siete male informati, ci dissero, Trockij non faceva parte di quell’organismo. Insistere fu del tutto infruttuoso, l’avevano semplicemente cancellato dalla storia”.

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Trockij cancellato da una foto storica con Lenin

“Al tempo non andava meglio per Nikita Chruščёv, deceduto nel 1971. Quando morì non lo seppellirono nel mausoleo del Cremlino come tutti gli altri segretari del PCUS. Per anni a lui fu riservata una tomba nel cimitero di Novodevičij a Mosca, come lapide solo una croce di legno. Poi dopo, siccome era parecchio visitata dai nostalgici del vecchio segretario deposto da Breznev nel 1964, gli han fatto una tomba con due blocchi di marmo, uno bianco e uno nero, che nelle loro intenzioni doveva simboleggiare la sua doppiezza”. Col senno di poi, forse una destinazione migliore per il vecchio Nikita, visto che in quello stesso luogo riposano Gogol’, Bulgakov, Prokofiev, Šostakovič e tanti altri. Personaggi certamente più apprezzati nella Russia contemporanea di quanto lo possano essere Stalin, Andropov e tutti gli altri, le cui salme si trovano ancora al Cremlino.

Particolare impressione fece a Del Carlo, la visita a una fabbrica tessile, “diecimila telai che lavoravano incessantemente, un rumore incredibile, ragazzotte con solo delle cuffie sulle orecchie per attutire rumore. Lavoravano senza alcuna tutela. Dissi al direttore che, fossimo stati in Italia, gli avremmo piantato uno sciopero tale da fargli chiudere la fabbrica. Ma quello era il paradiso dei lavoratori, e incrociare le braccia era ritenuto semplicemente inconcepibile. Capì senza ombra di dubbio che quella che loro chiamavano ‘dittatura del proletariato’ altro non era che la dittatura del partito sulla società. Il proletariato non c’entrava proprio niente”.

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Immagine dalla rivista “Realtà Sovietica”

Il programma del corso prevedeva anche cinque giorni di addestramento militare in un campo dell’Armata rossa. Non era obbligatorio, ma quattro di noi, tra cui io, decidemmo di partecipare, non all’addestramento vero e proprio che prevedeva anche percorsi militari e cose del genere, ma solo per sparare con l’Ak-47, il Kalashnikov, che provai per la prima volta. Negli anni ’70, i sovietici pensavano che in certe parti del mondo la lotta armata fosse necessaria. Non dappertutto le cose andavano come in occidente. Per esempio al corso c’era una delegazione di uruguayani di cui diventammo amici. Più tardi, in Italia, venimmo a sapere che rientrati a Montevideo erano stati tutti arrestati e fucilati dalla dittatura militare guidata da Juan María Bordaberry. Ma, sia chiaro, noi italiani andammo a sparare per divertimento, per provare l’Ak-47, non ci sono altri motivi: la rivoluzione in Italia non era più in programma da tempo. Anzi, ricordo che incontrammo una guarnigione di carristi, gli stessi che erano stati a Praga nel ’68 a reprimere la Primavera di Dubček. Riuniti tutti insieme nell’aula magna della loro caserma, io presi la parola dicendo che noi italiani consideravamo un grande errore l’invasione russa in Cecoslovacchia. I soldati – devo dire – applaudirono il mio discorso. Al termine, il colonnello comandante mi avvicinò, aveva un grande stemma simbolo del suo ruolo. Se lo staccò dalla divisa appuntandomelo sulla giacca per poi abbracciarmi. Non vuol dire che fosse d’accordo con me, ma era un segno di rispetto per chi la pensava diversamente da loro”.

Difficile capire quanto, nei ricordi di Del Carlo, la totale presa di distanza rispetto al comunismo sovietico sia filtrata da un’evoluzione personale che lo ha portato oggi, settantasettenne, ad aderire, “convintissimamente” dice, alla nouvelle vague renziana. Che certo non ha nulla a che spartire con il percorso di uno come Del Carlo, figlio di partigiani rossi, passato attraverso tutta la trafila che allora si faceva nel partito, prima il Pionieri, poi la FGCI e infine il PCI. Un (ex) comunista che in passato sarebbe stato definito “revisionista” anche se in casa sua, dove ci siamo incontrati, spicca ancora adesso in bella mostra su una parete un quadro con Che Guevara e, accanto ad alcune foto di famiglia, una foto sempre del Che mentre abbraccia un bambino.

Nel 1974, nel PCI le posizioni alla Del Carlo, diciamo fortemente “scettiche” rispetto all’Unione Sovietica, erano ormai certamente maggioritarie, ma i forti contrasti interni non erano affatto esauriti. Soprattutto in una regione radicalmente “rossa” come l’Emilia.

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Franco Del Carlo oggi. Sullo sfondo, a destra, si può vedere il quadro col Che

Fu proprio la Primavera di Praga a portare a un deciso mutamento nei rapporti del PCI con l’URSS di Breznev e con il resto del movimento comunista mondiale. Contrario fin da subito all’intervento, a invasione sovietica avvenuta, il PCI si trovò davanti a uno dei momenti più critici della sua storia. Per la prima volta, il partito espresse il suo “grave dissenso e la riprovazione” nei confronti delle scelte di Mosca. A differenza dei quasi tutti i partiti comunisti occidentali che, dopo l’iniziale dissenso, si riallinearono progressivamente alle posizioni del PCUS, il PCI riuscì a ritagliarsi una certa autonomia, a malincuore accettata dalla dirigenza sovietica, senza peraltro giungere mai a troncare definitivamente con l’Urss. Promossa dal segretario Luigi Longo, a prevalere fu la vecchia formula di Togliatti dell’«unità nella diversità» come principio dei rapporti tra partiti comunisti, che smussò le posizioni considerate più estreme come quella di Berlinguer che, nel settembre 1968, considerava addirittura «l’eventualità di una lotta politica con i compagni sovietici», spingendo i comunisti italiani al lungo percorso alla ricerca di una mitica “terza via” tra il sistema sovietico e la socialdemocrazia, quella che in seguito prese il nome di eurocomunismo.

Quarant’anni dopo, in un mondo completamente cambiato, Del Carlo continua ad avere stretti rapporti con l’ex Urss, oggi semplicemente Russia, grazie alla ditta di export di articoli per la casa messa in piedi negli anni ’90. “Da allora ci sono stato altre 57 volte”. Ritiene la Russia di oggi “molto migliore di quella sovietica, anche se le diseguaglianze sono enormemente aumentate. E’ vero, diversamente da oggi, nell’Urss erano tutti uguali. Nel senso che stavano tutti male, a parte i dirigenti del partito. Il capitalismo russo è un capitalismo selvaggio, darwiniano: se uno vuole ce la fa, se non ce la fa, vuol dire che non vale niente. In città come Mosca o San Pietroburgo dove la ricchezza abbonda, alla fine anche il diseredato riesce a raschiare le briciole dal fondo del barile e a sbarcare il lunario. In campagna si fa molta più fatica. Ci sono sacche di povertà spaventosa. A me colpiscono le babushke, le tipiche nonne russe col fazzoletto in testa, che si piazzano fuori dai centri di culto ortodossi per cercare di vendere i piccoli gioielli di famiglia. Stupendi centrini fatti a mano che magari svendono per 10 rubli. Fanno impressione”.

viaggioDella sua esperienza sovietica il ricordo più bello resta assolutamente privato: il momento in cui la moglie lo raggiunge a Mosca per una settimana durante quella lunga estate sovietica. Per Franco, allora trentaseienne, tre mesi e mezzo lontano dalla compagna sono un sacrificio, anche se nel nome della fede comunista. “Ci tengo a dire – mi precisa – che proprio a Mosca è stata concepita mia figlia Liuba, in una stanza dell’Hotel Bucarest dove alloggiava mia moglie. Ljub in russo vuol dire amore“. Concludendo la nostra chiacchierata, gli preme raccontarmi proprio questo dettaglio, quasi fosse l’unico momento veramente colorato nel grigiore di un’estate sovietica.

Davide Lombardi

Nell’immagine di copertina, manifesto pubblicitario a Mosca in occasione del cinquantesimo anniversario del viaggio intorno alla terra di Jurij Gagarin. Fonte: The Eastern Blog.
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