Buonanotte, compagno emiliano

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La politica? Una “roba bella e divertente”. Pura passione. Come quella per il genere femminile, altra stella polare di Fausto Cigni, classe 1948, noto in città come il “sindaco” di Modena est. Insomma, uno che ancora oggi ha il suo peso e sposta voti. Anche se lui smentisce e si sminuisce: “Io conto solo per un voto, il mio, spero solo che non mi venga l’Alzheimer per non sbagliarmi”. E giù una risatina compiaciuta per la battuta. Perché Fausto è così: un gigione. Che però, ridendo e scherzando, ha fatto la sua parte per costruire quel che viene definito “modello emiliano”. Anche se oggi, di quella storia, resta poco.

Pan, parsot, figa e lambrosc! Naturalmente consumati con rigore marxista: pane e prosciutto proletari innaffiati da abbondanti dosi di lambrusco cooperativo. Tutta roba emiliana doc. E la gnocca? No, beh, per quella, sul localismo è sempre prevalsa la vocazione internazionalista inclusa nel dna di qualsiasi comunista che si rispetti: “proletarie di tutto il mondo, unitevi! Preferibilmente al sottoscritto”. Il compagno Cigni Fausto (nomen omen, dal latino faustus, felice & fortunato), conosciuto in tutta la città come il “sindaco di Modena est”, popoloso quartiere periferico che però, precisa lui, “noi chiamiamo la città di Modena Est”, è uno degli ultimi mohicani emiliani. Quella tribù di comunisti goderecci cresciuti tra gli Appennini e la Bassa a “pan, eccetera” e piccì, che hanno costruito e fatto la storia – quella dal basso, popolare – del cosiddetto modello emiliano. Tanto per capirci, “mica come quei fighetti di oggi che si vantano di metterci la faccia per quel po’ di fuffa che producono, noi ci mettevamo il culo!”.

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Milano 25 aprile 1977

Ma far ripercorrere al compagno Fausto i dettagli di una storia personale che per molte parti coincide con quella politica e sociale di una città e di una regione, è come tirar fuori sangue da una rapa. Una fatica improba. Che lui spiega così: “Sono molto reticente a parlar di me – puntualizza – conta il partito non l’individuo, il personale. Questa è la mia cultura”. E poi dai, giù: “mica come quelli di oggi per cui il partito è solo un autobus per far carriera, utile in campagna elettorale quando mettere il simbolo sotto la faccia è ancora necessario. Non è che io sia contro tutto ‘sto nuovismo che va di moda. Anzi, ben venga. Però, attenzione (parola che ripete spessissimo), se sotto il vestito di tutto questo nuovo che avanza non c’è un’idea di società, vedi mo’ bein che presto si va a sbattere. Capito, cipollino? (appellativo che ripete spesso, forse in sostituzione dell’ormai obsoleto ‘compagno’)”.

La storia politica di Cigni, che è del ’48, comincia negli anni ’60. “A sedici anni ho cominciato a lavorare come operaio metalmeccanico. Poco eh, tre giorni in tutto, come dico sempre io. Perché mi sono subito infilato nel sindacato, prima tessera quella della Fiom di cui sono diventato delegato, e nella Fgci. La politica è nel mio dna, da sempre: come strumento per risolvere problemi concreti delle persone e per cambiare la società. Mi sono sempre impegnato moltissimo. Senza prendermi mai troppo sul serio, eh, né allora né oggi. Studiavo sì, Marx e Lenin, anche se i miei miti erano il Che e Fidel, Hồ Chí Minh, la rivoluzione cubana e i vietcong, mica l’Unione Sovietica di Brèžnev. Mi piacevano molto anche le donne. Anche oggi per la verità. E far casino con gli amici. Ci davo dentro con la batteria in un gruppo rock che si chiamava “I derelitti”. Cover dei Rolling Stones. Che quella musica lì sulla gnocca aveva ottima presa. Abbiamo suonato un po’ di tempo in giro sì, ma non eravamo granché. Più che altro, come diceva mia nonna, ci piaceva la vita. Si spaziava molto ed eravamo parecchio goderecci. Anche perché essendo tutti in bolletta dovevamo trovare il modo di divertirci con poco”.

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Parco Lambro, 1976

L’altro grande amore del compagno Fausto, oltre alla gnocca (ci sta: l’Emilia è l’unica regione italiana con un nome femminile), è la politica. “Che allora – assicura – era con la p maiuscola. Modena dal dopoguerra fino ai primi anni sessanta, era una città in continua fibrillazione. Strascichi del periodo bellico. Scontri con la polizia. Conflittualità varie. Poi è scoppiata la pace. La parte più intelligente della città, gli intellettuali, i padroni, il sindacato, il PCI e la DC, hanno cominciato a ragionare sul futuro della nostra terra cercando di fare sintesi su un progetto comune, mettendo in secondo piano le ideologie in nome del pragmatismo. Certo, ognuno aveva il suo blocco sociale. I padroni facevano i padroni, gli operai gli operai. Battaglie anche pesanti, tra noi. Ma sono nati allora grandi progetti come il villaggio artigiano o il mercato del bestiame, che crearono sviluppo vero. Se Modena è questa, oggi, si deve alle felici intuizioni dei protagonisti di allora”.

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Scritta su un muro di Modena, primi anni ’80

E il presente? “Di quel modo di concepire e fare politica non è rimasto niente”. Cigni il nostalgico? Lui giura di no. Anche perché, seppure le sue idee e la sua visione non siano oggi maggioritarie nel partito erede di quella storia, anche se lui per primo si definisce “un pensionato esodato dalla politica”, in città ‘il sindaco di Modena est’ ha ancora il suo peso. Qualche centinaia di voti e forse più li sposta ancora. E sotto elezioni, a farsi una chiacchierata con Cigni ci provano un po’ tutti. Almeno quelli che sanno di aver qualche speranza di entrare nelle sue grazie. Voti che possono bastare e avanzare per entrare, ad esempio, in consiglio comunale, ambito territoriale in cui si è sempre mosso il “sindaco”, due volte consigliere comunale, due provinciale, oltre che a più riprese nella direzione locale del PCI, PDS, DS e PD. “Mai fregato un cazzo di fare il parlamentare, quando supero la Fossalta (piccola località sul fiume Panaro a est di Modena, che insieme al Secchia, ad ovest, delimita i confini della provincia) mi girano le balle” precisa, tanto per chiarire bene i confini della sua azione politica.

“Oggi la politica è una roba abissalmente diversa dai miei tempi – commenta più con orgoglio sornione, che afflitto – anche se non contrappongo gli anni miei al presente. Noi eravamo segnati da un fortissimo senso di appartenenza: i nostri enti locali, quelli guidati dal PCI, dovevano dimostrare al governo centrale che noi rappresentavamo il meglio che potesse esserci. L’Emilia rossa è nata da questa necessità. Dovevamo per forza essere i migliori. Punto”.

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Manifestazione a sostegno della lotta vietnamita, primi anni 70, Toscana

Il grande sviluppo di Modena, il benessere che ancora oggi mantiene nonostante la crisi, si devono, secondo Cigni, a questo pragmatismo collettivo, molto emiliano, rispetto a un’idea di sviluppo allora condivisa. “Ed anche – precisa – ad esponenti politici per i quali la sobrietà era scontata: il sindaco di una città come la nostra prendeva come un funzionario di partito che era legato al salario di un metalmeccanico. Oggi un sindaco prende come minimo tre volte di più. Per non parlare di parlamentari o i consiglieri regionali. Non si capisce perché un consigliere regionale debba prendere 6000 euro o giù di lì. Che cazzo fa più di un consigliere comunale che coi gettoni di presenza intasca infinitamente meno? Dislivelli che sono una follia”.

“Lascia stare destra e sinistra, oggi la politica, tutta, è ormai una macchina del consenso per tornaconti personali o di gruppo o di casta. Il popolo non vede altro, ma questo significa la morte della politica! Già l’Italia è il paese delle vongole, figuriamoci se la classe dirigente dà questo tipo di esempi. Manca totalmente la formazione e selezione dei gruppi dirigenti. Io vengo dal PCI di Berlinguer. Negli anni ’70 ho studiato alle Frattocchie, la scuola di formazione di quadri e dirigenti del partito. Quattro mesi e mezzo di corsi intensivi di politica, economia, grandi temi culturali. Oggi basta che uno sia bello e carino, telegenico, e zac, è più o meno fatta. Voglio vedere chi, tra gli elettori, si legge i programmi elettorali. Tutto si gioca in televisione. Un tempo il segretario del partito contava più di un sindaco e di un deputato. Oggi non conta un cazzo, almeno a livello locale. Detto questo, io sono molto critico nei confronti del mio partito, ma allo stesso tempo constato che siamo gli unici ad avere delle risorse in giro, risorse umane. Però dai, basta con ‘ste contrapposizioni tra ex Ds ed ex Margherita, il PD è nato per fare sintesi. Non so perché non si riesce a fare il salto, forse rendite di posizione e pigrizia”.

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Achille Occhetto alla svolta della Bolognina. Fine del PCI

Su Matteo Renzi, la stella cometa del nuovo Partito Democratico, il compagno Cigni è ovviamente tutt’altro che tenero. “A parte che sotto il vestito di Renzi non c’è niente – dichiara – un uomo solo al comando non ti porta da nessuna parte. A che serve, poi, attaccare la Cgil come ha fatto di recente? Ma dai, su. Smettiamola di costruir steccati, guardiamo al sodo, al pragmatismo. La politica è nata per risolvere i problemi, non per crearne. Sulle questioni deve essere all’avanguardia e arrivarci prima se possibile, non rincorrerle. Per me un partito deve avere questa funzione. Stiamo sul pezzo, sui temi, il sesso degli angeli a me non interessa. Voglio un partito moderno ma con una storia. Non una roba fatta di slogan e comitati come quello di Renzi”.

Restio a parlar di sé, il compagno Fausto parlerebbe invece per ore, senza fatica, di donne e di politica. Con la libertà di chi tanto non ha niente da perdere. Niente da conquistare. Ecco, giusto qualcosa da difendere: la sua storia personale, di cui appunto parla malvolentieri, glissando completamente su alcune stagioni. Come quella, negli anni ’70, all’interno del leggendario servizio d’ordine del PCI. “Anni difficili – la sua unica concessione – in cui sì, spesso si faceva a botte coi fasci. Ma non solo, anche con gli autonomi, o il katanga, il servizio d’ordine del movimento studentesco. Poi vabbè, si è tanto parlato di gladio bianca, gladio rossa, dei preparativi per difendersi da eventuali colpi di stato che dopo Grecia e Cile non sembravano così impossibili, ma di questo io non so niente…”. Inutile insistere, niente, bocca cucita.

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Volantini delle Brigate Rosse

Nessuna concessione invece, parlando sempre di quegli anni, alle Brigate Rosse: “Compagni che sbagliavano? Tutte pugnette. Niente compagni, gente che sbagliava e basta. Io li ho sempre visti come Giorgio Amendola: fascisti rossi. Lo stragismo voleva far regredire i grandi movimenti di massa stimolando risposte di carattere autoritario. Sindacato e politica hanno respinto questa sfida. Allora, su qualcuno esercitarono un certo fascino, ma poi milioni di persone si schierarono togliendo loro l’acqua in cui sguazzavano”.

“Rifarei tutto quello che ho fatto – assicura –  ho avuto la grande fortuna nella vita di fare quello che volevo e per me la politica è stata una cosa bella e divertente. Ecco se devo proprio ricordare tra le tante cose del mio passato, quella di cui sono particolarmente orgoglioso, quella che spicca in alto a sinistra come si diceva una volta, è stato mettere in piedi il centro lavoratori stranieri della Cgil, nei lontani anni ’80. Di fronte a una novità come l’inizio del fenomeno migratorio, la capacità di PCI e sindacato, la mia Cgil, è stata allora quella di inventarsi una contrattazione ad hoc, e diversi servizi per integrare i cosiddetti nuovi cittadini che arrivavano. L’immigrazione va intesa come contaminazione e non come esclusione del diverso. Anche di fronte a fatti come la strage delle redazione di Charlie Hebdo diventa sempre più determinante l’accoglienza, licenziare leggi che aprano spazi di integrazione all’interno di un quadro di diritti e di doveri.

Perciò, sono assolutamente favorevole allo ius soli, al voto amministrativo dopo 5 anni che uno risiede qui e paga le tasse. Lo sai che sono 93 mila i permessi di soggiorno regolari in provincia di Modena? Quindi questi pagano 240 milioni di tasse, di cui 170 vanno all’Inps: stanno pagando le pensioni agli italiani. Questa è la verità! Altro che tutto ‘sto urlare al lupo per gli sbarchi. Bisogna che la politica guardi alla realtà: o le trasformazioni si affrontano per quello che sono o sono guai. Oggi non lo stiamo facendo, né in Italia, né in Europa”.

Scuote la testa. Borbotta. Poi sbotta, si alza e se ne va: “Quando si invecchia c’è solo posto per il come eravamo, che palle! Me ne vado: ciao cipollino”. Buonanotte, signor Cigni.

Davide Lombardi

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