Perché indossiamo le mutande di cotone

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Fino a 900 anni fa il cotone era praticamente sconosciuto in tutta Europa e invece molto utilizzato dagli arabi, dai quali abbiamo cominciato a importarlo e imparato a tesserlo. Le prima industrie del cotone sono nate in città come Bologna, Mantova, Milano e Verona.

Anche se siamo in pieno inverno e la temperatura esterna viaggia intorno ai zero gradi, ognuno di noi, in questo momento, indossa qualcosa di cotone. Se non altro le mutande. O i calzini. Nessuno ci fa caso, ovviamente: nella nostra vita il cotone è ormai una presenza scontata. Non solo nell’abbigliamento, l’utilizzo più comune, ma per molte altre cose di cui non siamo nemmeno a conoscenza. Sono in fibra di cotone le banconote che utilizziamo, la carta dei libri e dei giornali che leggiamo (il cotone è cellulosa quasi al 100%), perfino la polvere da sparo, la cordite, è composta al 65% da fulmicotone o nitrocellulosa. La sua scoperta, poi portata a compimento da Alfred Nobel nel 1889, è del 1846, ad opera del chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein che facendo reagire una miscela nitrante da lui inventata col cotone, si accorse che il composto derivato, colpito con un martello, esplodeva e si incendiava subitaneamente. Alla velocità del fulmicotone, appunto.

Insomma, per questi e mille altri usi, il cotone è uno dei materiali più presenti nelle nostre vite. È talmente utilizzato che nel 2013 nel mondo sono state prodotte almeno 123 milioni di balle di cotone, ciascuna delle quali dal peso di poco meno di 2 quintali, abbastanza per produrre 20 t-shirt per ogni abitante del pianeta. Impilate una sopra l’altra, questa montagna di balle creerebbe una torre alta quasi 65 chilometri; sistemate orizzontalmente, farebbero il giro del mondo una volta e mezza.

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Fonte immagine, conekt via photopin cc

Ma non è sempre stato così. Almeno in Europa. Prima della conquista araba della penisola iberica iniziata ai primi del 700 d.C. e quella della Sicilia un secolo dopo, il cotone da noi era praticamente sconosciuto. Gli unici capi di abbigliamento erano tessuti in lino e lana. Anche presso i romani, seppur conosciuto, il cotone era utilizzato pochissimo. Molto semplicemente, per noi europei, era un prodotto esotico. Storie diffuse nell’Europa medievale ne raccontano come di una misteriosa miscela tra piante e animali: un agnello germogliato da una pianta e attaccato ai suoi steli che, chissà perché, di notte si protende verso il terreno per bere. L’origine araba del cotone (per noi occidentali) è testimoniata anche dalla parola con cui viene chiamato in quella lingua, qutun. Il francese coton, l’inglese cotton, lo spagnolo algodón, il portoghese algodão, l’olandese katoen, rivelano la radice mediorientale.

E’ solo intorno al 1100 che, dopo circa 150 anni di produzioni già attive nell’emirato di Sicilia e nel califfato di Cordoba, che comincia a diffondersi anche nell’Europa occidentale la lavorazione del cotone. Nel nord Italia, a Piacenza e Parma, Bologna, Milano, Mantova, Pavia, Verona e Venezia, che per almeno tre secoli costituiranno il più importante polo produttivo d’Europa. Il cotone viene coltivato, oltre che in Sicilia, anche in Puglia e Calabria, per poi essere esportato al grezzo verso nord, a Venezia e Genova, e da lì proseguire lungo il Po e i suoi affluenti.

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Nell’immagine, tratta dallo “Statuto dei commercianti di panni di fustagno” del 1339, conservata al Museo civico di Bologna, un tessitore mostra il suo prodotto a un gruppo di possibili acquirenti. (Fonte: Elizabethancostume.net)

L’aumento della produzione rende concorrenziale il prezzo del nuovo tessuto. Si cominciano a realizzare lenzuola in cotone ad esempio, assai poco costose e decisamente meno ruvide per la pelle rispetto alla lana. Il cotone si dimostra particolarmente versatile (richiede meno lavorazioni rispetto alla lana ed è quindi più facile da produrre in grandi quantità) e combinabile con altri tessuti. Oltre alla lana, anche seta, lino e canapa. E’ così che la domanda aumenta esponenzialmente. Particolarmente popolare diventa il fustagno, dall’arabo fushtan, un ordito di lino con una trama di cotone in varie combinazioni. Il massimo splendore dell’industria italiana del cotone si raggiunge intorno al 1300, fino a quando i fustagnari, gli artigiani italiani del fustagno, si trovano a dover affrontare la concorrenza tedesca (i tedeschi, sempre loro, già da allora) in forte espansione.

Ma ci vorranno almeno un paio di secoli ancora prima del completo declino dell’industria della lavorazione del cotone italiana. Nel suo saggio del 2008 “The Italian Cotton Industry in the Later Middle Ages, 1100-1600” la storica americana Maureen Fennell Mazzaoui data all’inizio del sedicesimo secolo la virtuale estinzione dell’imprenditoria locale in due centri importantissimi come Bologna e Verona. Da lì in poi, l’industria del cotone prenderà altre strade fino a trovare la propria capitale, quella di un vero e proprio impero industriale, nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo.

cottonLo sanno in pochissimi, ma se oggi il cotone è il principale capo d’abbigliamento che utilizziamo lo dobbiamo anche all’ingegno e all’operosità di quegli artigiani italiani che lo diffusero in tutta Europa. Ma perché fu proprio il nord Italia a costituire il più importante polo produttivo d’Europa? A spiegarlo ci ha pensato il docente di Harvard Sven Beckert nel suo monumentale saggio “Empire of cotton. A global history”, inedito in Italia.

Scrive Beckert:

“La produzione di cotone si sviluppò in Italia per due motivi. Innanzitutto, perché città come Bologna, Milano, Verona, ecc. avevano già alle spalle una lunga tradizione nella produzione di lana: e dunque la disponibilità di operai specializzati, commercianti ricchi di capitali, e consuetudine al commercio su lunghe distanze. Una volta deciso di impegnarsi nella trasformazione intensiva del cotone, gli imprenditori dell’epoca poterono attingere pienamente a tali risorse, mettendo in rete le tante donne delle campagne della pianura padana, dedite alla filatura del grezzo, con gli artigiani delle città ai quali andava invece il compito della tessitura.

In secondo luogo, l’Italia settentrionale, grazie ai propri porti molto sviluppati, in particolare Genova e Venezia – le Liverpool del dodicesimo secolo – aveva facile accesso al cotone grezzo proveniente da Anatolia e Siria, oltre che – successivamente – alle produzioni agricole del sud d’Italia. I primi documenti che testimoniano l’importazione di cotone grezzo dal Medio Oriente, a seguito delle Crociate, risalgono al 1125”.

Ecco, la storia delle mutande (dal latino mutandae, gerundivo di mutare, che significa “da cambiarsi”) di cotone che indossate in questo momento, comincia allora. Non proprio a dire il vero, perché almeno fino all’Ottocento le mutande non erano affatto diffuse e quelle poche che venivano usate erano di lana o lino. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. (Davide Lombardi)

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