Fuoco amico

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Appena entri in contatto con lui capisci subito che ha nel dna quel modo di fare di chi non te la manda – mai – a dire. Anche troppo. Fino a risultare il classico rompicoglioni atomico, sempre e comunque. O lo stereotipo del giornalista vecchio stampo, quello con la ghigna del duro ma un’infantile adrenalina che sale a mille quando può tuffarsi in una nuova storia. Che lui, da freelance, racconta in zone di guerra dove gli altri non vanno. E’ stato in Siria, Afghanistan, Iraq, posti nei quali fare giornalismo significa sudare l’anima e rischiare la pelle. Dove tutto diventa essenziale. E che Cristiano Tinazzi racconta allo stesso modo. Senza fronzoli. Per far male. Come fuoco amico.

Hai raccontato la guerra da zone come Iraq, Afghanistan, Siria e Libia. La prima domanda è, forse, la più scontata (ma non troppo): chi te lo fa fare?
Direi nessuno. In questo senso i giornalisti sono un po’ egocentrici, sono al centro delle storie e spesso anche al centro della storia quella con la esse maiuscola. Se avessi dovuto usare la razionalità avrei smesso di fare questo lavoro dopo le prime esperienze, vista la situazione sempre più deprimente del mercato editoriale italiano. Ma parafrasando Luigi Barzini Jr, anche se è un lavoro in declino è sempre meglio che lavorare. Tant’è che me lo sono pure tatuato. E poi c’è forse un problema di immaturità, anche se negli ultimi anni sono diventato molto pianificatore nel calcolare rischi e benefici di ogni trasferta. A 42 anni mi sento ancora “in the middle without any plans/I’m a boy and I’m a man” come canta Alice Cooper in ‘Eighteen’.

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libia 2011

La tua bio (laurea in storia, poi operaio, rappresentante, receptionist d’ostello, contrabbandiere, custode, ecc. ecc,) sembra un copia/incolla contemporaneo di, che so, quella di Jack London.
In effetti uno dei miei libri preferiti è Martin Eden di London. Io però, a differenza del protagonista del libro, vengo da una normalissima famiglia di estrazione borghese. Mia madre aveva un negozio a Milano, mio padre era un piccolo imprenditore. Per vicissitudini finanziarie e dopo la morte di mia madre, dall’essere uno che non studiava e veniva mandato all’ultima spiaggia delle scuole private e poi all’università Cattolica mi sono trovato a dovermi rimboccare le maniche, pagare l’affitto di casa e mantenere me e mio padre, sempre inseguito dal fisco e dalle banche. Ho passato momenti duri e a volte ci si doveva inventare lo stipendio. Questo per dire che non ho avuto un sviluppo lineare casa-studio-famiglia-lavoro. Una vita un po’ errabonda, in quel periodo, che mi ha portato anche a vivere a Londra. La storia del contrabbando è limitata al fatto che per arrotondare lo stipendio, commerciavo stecche di sigarette che rivendevo sottobanco. Sì, ho fatto tanti lavori. Mi sono mantenuto agli studi guidando un muletto, facendo il magazziniere e lavorando nella grande distribuzione degli ipermercati. Mi sono avvicinato al giornalismo, nel 2004, e in dieci anni ho percorso tutte le tappe fino ai massimi livelli pubblicando su innumerevoli testate nazionali, per quello che mi era concesso arrivare, visto che non ho avuto raccomandazioni, parenti nel settore e padrini politici. E non ho un bel carattere.

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Siria 2012

Cosa vuol dire oggi, fare giornalismo di guerra?
Io parlerei di giornalismo di esteri. Il giornalismo di guerra è un settore fin troppo elitario e nello stesso tempo un termine fin troppo abusato per usarlo come metro di paragone. Ho sentito gente che si definiva “inviata di guerra” senza sapere neanche che gli inviati sono quelli interni ai giornali ed è una qualifica (appunto di inviato); così come c’è gente che va embedded coi militari per poi dire di aver visto una guerra. I grandi giornalisti di esteri in Italia sono una quindicina e l’età media è molto alta. Ci sono poi le nuove generazioni, soprattutto fotografi. Un po’ scapestrati e spesso non pienamente consci del concetto di giornalismo classico. Dall’altra parte sono fuori dall’anacronismo esistenziale e mummificante dell’ordine dei giornalisti. Respirano, sudano, danno l’anima e qualcuno purtroppo anche muore, come è successo ultimamente. E’ l’eccesso della vita presa a pieni polmoni. Però sono loro il futuro.

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Cristiano Tinazzi insieme al grande inviato del Corriere della Sera, Ettore Mo

Generalizzare è sempre una forzatura, ma come valuti dal tuo punto d’osservazione la qualità media dell’informazione italiana rispetto alle aree di crisi?
Bassa. Direi molto bassa. Manca anche un settimanale, un mensile di riferimento capace di dare spazio a grandi temi internazionali e ai reportage. Foto e testi di qualità. E quando c’è paga molto poco rispetto alla qualità che chiede.

Quale testata o sito web consiglieresti come maggiormente attendibili per quanto riguarda questo tipo di informazioni?
Come italiani direi Limes. Poi c’è East e Q Code. E Internazionale. Anche Pagina99 ha belle pagine di esteri. Per il resto è molta fuffa, spesso copiata da siti stranieri. Per i giornali ‘storici’ è sempre un piacere leggere Bernardo Valli su Repubblica e gli approfondimenti di Ugo Tramballi sul Sole24Ore. Poi ci sono Daniele Raineri del Foglio e Lorenzo Cremonesi del Corriere.

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Libia 2011

C’è ancora qualcuno che pensa valga la pena avere un inviato (o pagare un freelance come te) piuttosto che attingere dalla Reuters?
Tranne le pochissime testate che ancora hanno inviati, direi di no. Almeno in Italia.

Cosa ti fa più incazzare di come vengono raccontate le guerre?
La superficialità e il tuttologismo. Spesso gli inviati o anche i freelance che si recano in un contesto sanno poco o nulla del posto in cui si trovano. Passano dalle elezioni in Brasile alla Siria. Spesso c’è gente che fa interni che a un dato momento si inventa sugli esteri.

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Libia 2011

Come funziona esattamente la tua attività di freelance in zone di guerra?
Ho una formazione di studi storici e quindi mi pongo con un approccio analitico rispetto ai Paesi che devo seguire. Innanzitutto seguo solo alcune zone, come l’area nordafricana e quella mediorientale. Ritengo che si debba essere specializzati, non generalisti e questo comporta grossi studi e molto tempo perso in rete a cercare materiale affidabile. Non per niente ho scritto e scrivo spesso per testate di geopolitica. Serve anche valutare appieno quali sono i rischi andando in un determinato posto e come muoversi avendo un minimo di sicurezza. Se ci sono alert di possibili rapimenti, l’atteggiamento della polizia nei confronti della stampa etc. Il secondo step è sul posto.

Ti proponi tu a qualche testata/tv per seguire gli eventi? Ti contattano loro?
Entrambi i casi. Ho ormai una serie di referenti e di contatti sviluppati nel corso degli anni che mi permettono un ventaglio di possibilità sia sulla carta stampata che in ambito radiotelevisivo. A volte vengo contattato per committenze da altre realtà con le quali non ero precedentemente in contatto.

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Libia 2011

Con che tipo di attrezzatura “basic” ti muovi?
Io paragono sempre una partenza per lavoro a una escursione in montagna. Cosa mi serve per partire? Che tipo di indumenti? Come li trasporto, come distribuisco il peso, quanto peso massimo posso trasportare calcolando che potrei dovermi spostare con tutto il materiale. In questo caso quindi il mio consiglio è che devi provare più volte a portare tutto addosso. E ti devi allenare a farlo. Due zaini, uno da trekking di ultima generazione e uno frontale con l’attrezzatura. Anche qui come riempirlo lo decidi in base a dove vai. Ti serve giubbotto antiproiettile ed elmetto? Hai un kit medico? E soprattutto sai correttamente usare questo materiale? Altro peso supplementare. E poi doppi cavi, batterie, caricatori. Il peso varia a seconda del contesto in cui si opera. Anche qui vale la logica. Ho visto gente girare con le valigie con le rotelle o portarsi le scarpe coi tacchi. La testa serve anche a questo.

Concretamente, come ti organizzi per realizzare i tuoi reportage quando ti trovi sul territorio? Come ti crei i tuoi contatti in zona? Quali canali usi per raccogliere le informazioni necessarie per scrivere i tuoi pezzi?
L’organizzazione viene a monte, prima di partire, si trova un fixer, lo si incarica di pianificare e preparare interviste o sviluppare delle idee, trovare contatti. Se non hai idee è inutile che ti prendi un fixer e lo paghi 200 euro al giorno. Lo devi guidare tu. Se non sa cosa vuoi difficilmente ti porta a trovare qualcosa. Quindi anche qui: la testa. Si parte se si hanno idee da sviluppare e se c’è spazio sul mercato. Altrimenti si fanno le stesse cose che han fatto altre cento persone e difficilmente si vende qualcosa. Fare il giornalista è un lavoro, non un gioco per adulti.

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Siria 2012

Che rapporto si instaura tra giornalisti presenti in zona di guerra? Solidarietà o competizione?
Una forte solidarietà che diventa spesso amicizia. Spesso mi capita di trovare persone che ho conosciuto in altri posto in precedenza. A volte offri un passaggio, altre ti viene offerto. Situazioni dove hai bisogno della corrente elettrica o di spedire un file. Un posto per dormire. E’ una situazione molto comunitaria. Oggi poi esistono piattaforme dedicate ai giornalisti internazionali anche su Facebook dove ci si scambia informazioni, contatti, si condividono idee. La stessa funzione che aveva prima il sito Lightstalker.org. C’è un bell’ambiente, ci si scambia informazioni senza nessun problema. Ci sono sottogruppi dedicati a specifiche aree di crisi. Non ho mai avuto problemi a dare o ricevere contatti e persone sul posto, cosa che invece mi è capitata con alcuni giornalisti italiani.

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Libia 2011

Cosa consiglieresti a chi ha intenzione di intraprendere il tuo stesso percorso?
Di deviare percorso.

Insieme ad alcuni colleghi, sei stato presente all’attacco a Tripoli al compound di Gheddafi. Oltre a questa, quali sono le esperienze più forti e significative che hai vissuto durante il tuo lavoro di giornalista di guerra?
Credo Aleppo. A Tripoli ero in un contesto di caos totale. In Siria invece mi sono sentito come un topo in trappola, sotto bombardamenti aerei e d’artiglieria per giorni. Lì in diverse occasioni ho pensato che non ce l’avrei fatta a tornare.

Intervista di Davide Lombardi.

Tutte le foto sono di Cristiano Tinazzi

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