Il silenzio invisibile degli innocenti

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Una sera di un paio d’anni fa, a margine di un convegno di studio, mi trovai a fare una chiacchierata con una dirigente regionale di una delle tre grandi confederazioni sindacali. Una cosa del tutto informale, da dopocena, quando la stanchezza, il cibo e il vino sciolgono la naturale ritrosia verso uno sconosciuto appena conosciuto. Perfino se si tratta di un giornalista. Naturalmente si parlava di lavoro (non sono tantissimi gli argomenti a disposizione con una sindacalista che non conosci). Soprattutto di quello che non c’è, e che non c’era nemmeno due anni fa. O di quello che, quando c’è, è brutto, sporco e malpagato. Insomma, quello che va per la maggiore.

A un certo punto, con finta ingenuità – confesso – le ho chiesto: “Ma senti, visto che oggi il lavoro è sempre più precario, che per i giovani un’occupazione a tempo indeterminato è praticamente un miraggio oggi e in futuro, che a pagare la crisi sono soprattutto le categorie sociali più deboli e meno tutelate, in crescita esponenziale per altro, perché il sindacato, guardando in prospettiva, non concentra tutti i suoi sforzi su di loro invece che sulle categorie tradizionali che tutto sommato tengono di fronte alla crisi?”. Mi aspettavo, sbagliando, il solito giro di giostra in sindacalese, e invece la franchezza della sua risposta mi ha spiazzato: “Perché a tenere in vita un’organizzazione come la nostra sono pensionati e lavoratori a tempo indeterminato, precari e disoccupati non ci pagano gli stipendi”.

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L’aneddoto, che cito spesso quando si parla di “crisi del sindacato”, mi è tornato in mente in questi giorni leggendo un libretto – come dimensioni ma non per sostanza – scritto da un giovanissimo sociologo italiano, Emanuele Ferragina, appena trentunenne ma docente di Politiche sociali all’Università di Oxford (all’estero, quelli bravi di solito li premiano), “La maggioranza invisibile” (BUR). L’aspetto più interessante del libro è il tentativo, non solo di fornire una chiave di lettura complessiva del disastrato periodo storico di questo Paese, ma anche di prospettare orizzonti possibili per politiche che vadano un po’ al di là di slogan degni di un coro da stadio come “L’Italia può uscire dal tunnel della crisi”. Anche perché, secondo il sociologo, al di là delle indubbie abilità nel marketing politico dell’attuale premier, nel merito delle politiche del governo, “il Jobs Act, che rende tipici, per sempre, i contratti atipici, rende più profondo il solco fra una minoranza sempre più esigua di lavoratori ultra-tutelati e la massa di assunti dopo il 1996, che hanno dovuto rinunciare a ogni garanzia”.

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Ma andiamo con ordine. Il punto di partenza è rivedere innanzitutto le categorie con le quali siamo abituati a leggere la società italiana, destra/sinistra, classi tradizionali, operai/impiegati, termini del conflitto sociale. ecc. Secondo Ferragina, oggi in Italia esistono tre gruppi distinti. Due sono rappresentati politicamente e riconosciuti socialmente e uno che invece è privo, in parte o del tutto, sia di rappresentanza sindacale che politica: la maggioranza invisibile appunto. Invisibile e silente proprio perché priva di rappresentanza e dunque, di voce. Una massa che Ferragina quantifica ormai in circa 25 milioni di persone, citando dati Istat, e pure stimati al ribasso. Sono pensionati sotto i mille euro al mese, precari, disoccupati, neet, acronimo inglese che include quella fascia di persone, sopratutto giovani, che non sono istruiti né in formazione, non hanno lavoro né lo cercano più. Insomma, i milioni di “perdenti” rispetto alla grande rivoluzione neoliberista successiva alla fine del modello fordista, tra gli anni Settanta e Ottanta, e alla conclusione della guerra fredda e degli equilibri che questa aveva, nel bene e nel male, garantito.

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Antagonisti della maggioranza invisibile sono gli altri due blocchi. Il primo che Ferragina definisce “neoliberista”, è composto da quelli che un tempo avremmo chiamato semplicemente “i ricchi”, coloro i quali della crisi hanno sgradevole sentore giusto dalla lettura dei giornali. Poi ci sono i “garantiti”, quelli con posto fisso, ferie pagate, tredicesima e magari quattordicesima, che la crisi invece la sentono, ma che oltre a contenere le spese in attesa che passi la tempesta, si occupano soprattutto di difendere all’arma bianca i diritti acquisiti (per quanto indeboliti) contro tutti coloro che – intenzionalmente o meno – li minano, anche solo potenzialmente. Per esser chiari, se la torta è ridotta, non sono disposti a cedere una briciola della propria fetta in nome di una solidarietà nei confronti di una comunità nazionale che, in Italia, semplicemente non esiste (forse l’unico anello mancante dell’analisi di Ferragina). Insomma, a pagare la crisi, sono soprattutto loro, noi, la maggioranza invisibile.

“I neoliberisti – scrive Ferragina – vogliono ridurre lo stato sociale ed estendere il loro mantra a quasi tutti gli aspetti della società. Tale prospettiva ideologica, pur non essendo rappresentata pienamente da nessun partito, ha trovato terreno fertile grazie al contesto internazionale e al parziale sostegno delle principali forze di governo (di centrodestra come di centrosinistra), ma è stata frenata dalla forza dei garantiti. Questi ultimi, che hanno difeso a spada tratta le concessioni ottenute durante l’epoca fordista, sono stati capaci di ancorarsi allo status quo e farsi rappresentare da partiti e sindacati. I garantiti, tuttavia, sono un gruppo sociale in via di disgregazione: il loro numero decresce ogni giorno, mentre si ingrossano le fila della maggioranza invisibile”.

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Nulla più di un esempio concreto legato all’impero decadente a cui appartengo, quello del giornalismo, può aiutare a capire come questa configurazione delle classi sociali sia – oltre che efficacissima come sintesi – del tutto trasversale alle categorie professionali, i cui membri sono ormai solo in linea teorica assimilabili ad un blocco univoco: i giornalisti, i medici, gli operai, ecc. ecc.

Cosa volete che abbiano mai in comune un giornalista come Ferruccio De Bortoli, prossimo ad essere liquidato dal Corriere della Sera con una buonuscita da 2,5 milioni di euro, con uno dei tantissimi giornalisti precari pagati a 4 euro lordi a pezzo (anche qualora questo riempia un’intera pagina), se non la tessera dell’Ordine? La risposta è evidente anche senza aver letto Ferragina: assolutamente nulla. Anche perché, contrariamente a quanto accadeva in passato quando la giusta gavetta giornalistica, anche lunga, avrebbe comunque portato prima o poi a un’assunzione, oggi una simile prospettiva è semplicemente impensabile per un giovane che voglia dedicarsi alla professione.

Chiaro che De Bortoli e il giovane precario sono i due casi estremi: l’uno è una star (almeno economicamente) del giornalismo, l’altro un oscuro soldatino intruppato nell’anonima falange dei peones. In mezzo si trova il sempre più sparuto gruppo degli ultimi giapponesi, ipercontrattualizzati e ipergarantiti, pronti a difendere a cannonate i propri benefici in un settore industriale in caduta libera, ma nei fatti costretti a ritirarsi passo dopo passo, se non dal punto di vista salariale, almeno rispetto alla qualità delle proprie prestazioni professionali, sempre più impiegatizie.

Il bello è che sono ipergarantiti anche in caso di fallimento dell’impresa editoriale. Per salvare quattro gatti di una testata giornalistica con dipendenti forti di rapporti contrattuali “a norma”, si muovono sindacati, istituzioni, ordine dei giornalisti, politici, insomma il tradizionale circo delle “parti sociali” che si esibisce sui tavoli della contrattazione. E per l’enorme massa dei collaboratori senza una garanzia che sia una? Al solito, il nulla. Si dà ormai per scontato che siano da sacrificare sull’altare della flessibilità, incontrovertibile dogma neoliberista, che per altro da noi funziona benissimo soprattutto in uscita, mai in entrata.

E dunque, in definitiva, davvero possiamo pensare che De Bortoli e il nostro giovane precario (o anche un freelance come me) possano essere portatori degli stessi bisogni e interessi? Che possano avere un ordine professionale che rappresenti credibilmente problematiche e prospettive di entrambi? Un sindacato che riesca a tutelare interessi che, di fatto, sono diametralmente opposti?

E lo stesso vale, ovviamente, per tante altre professioni. Penso a mio padre, medico oggi in pensione, riuscito a vincere nei primi anni Settanta un concorso da primario anestesista a poco più di trent’anni. D’accordo, all’epoca, in un piccolo ospedale di montagna, non certo il Niguarda di Milano, ma il suo trampolino di lancio è stato quello. Possiamo immaginare un medico trentenne che oggi riesca a diventare primario, foss’anche nel più sperduto ospedale rimasto in Italia?

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Per concludere con gli esempi, ne voglio portare uno che ritengo particolarmente significativo delle storture di un welfare tutto da ripensare (non certamente in chiave neoliberista) e di una cultura della rappresentanza e della tutela dei lavoratori, non meno da rivedere.

Ho un amico ex Alitalia che, dall’accordo del 2008 tra governo e parti sociali in seguito al crac della compagnia di bandiera, percepisce una cassa integrazione mensile superiore ai 2.000 euro.

La supercassa Alitalia allora concordata era in deroga alla normativa vigente: riguardava la bellezza di 6 mila persone ed è durata 7 anni (4 di cassa in senso stretto e 3 di mobilità) rispetto ai 2 anni previsti per le casse integrazione normali. Essendo di tipo speciale non era neppure in parte coperta dalla contribuzione aziendale, ma ricadeva e ricade quasi per intero sulla fiscalità generale, cioè è stata pagata dai cittadini con le tasse. Ai dipendenti venne garantita una copertura economica per sette anni che ha riguardato in media l’80 per cento della retribuzione originaria. Pagata però dai contribuenti.

Un esempio estremo, esattamente quanto tracciare un parallelo tra De Bortoli e il povero giornalista precario, ma il punto resta sempre lo stesso: cosa volete che abbia in comune il mio amico, che ha usato la sua disoccupazione per laurearsi, contribuire all’economia familiare, andare in vacanza al mare e in montagna come fosse normalmente occupato, con un precario di oggi che a conclusione del rapporto di lavoro a tempo determinato e in attesa di strappare un nuovo contratto, si trova magari per mesi senza uno straccio di copertura?

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A questo punto, riprendendo Ferragina, “la domanda che sorge spontanea di fronte a questa strutturazione del campo sociale è: riuscirà la maggioranza invisibile a dispiegare la sua forza, trovando un terreno che la unifichi in opposizione a neoliberisti e garantiti? La risposta, pur se incompleta, è che il terreno comune per avviare il processo di riconoscimento esiste già. È quello della redistribuzione efficiente e della riforma in senso universale del welfare state” che per il sociologo significa, per esempio, l’introduzione del reddito minimo garantito che “potrebbe essere già implementato, seppur scegliendo una soglia minima bassa”.

Anche perché, come dimostra uno studio dell’Ocse, l’inversione di rotta rispetto a queste diseguaglianze inaccettabili (non solo eticamente, in una società evoluta) non danneggiano nel lungo periodo solo gli sfigati della maggioranza invisibile, ma rallentano la crescita. Cioè danneggiano tutti (a parte i super ricchi naturalmente, che potrebbero essere messi in difficoltà esclusivamente dall’esplosione atomica della bolla finanziaria globale). Infatti, secondo l’Ocse, “L’Italia ha perso il 6,6 per cento di Pil a causa della disuguaglianza, registrando una crescita dal 1985 al 2010 leggermente superiore all’8 per cento, mentre sarebbe potuta essere del 14,7 per cento. (…) In pratica, dice l’Ocse, se si attuano misure per ridurre le disparità di reddito, anche l’economia in generale ne gioverà parecchio”.

Tempo fa, una sera a cena fuori col mio amico ex Alitalia che sta a Roma, ho parlato di queste cose. Gli ho spiegato e lui ha capito. Gli ho raccontato che questo periodo per me, che sono un giornalista e videomaker freelance agganciato di volta in volta a lavori occasionali, è particolarmente difficile economicamente. Abbiamo chiacchierato a lungo, raccontandoci di noi e di questo tempo. Della crisi. Poi ci siamo alzati e siamo andati a pagare. Alla romana.

Davide Lombardi

Tutte le immagini di questo articolo sono di Stefania Spezzati per le Officine Tolau e si riferiscono alla manifestazione degli indignados a Roma, il 15 ottobre 2011.

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