Quando gli infedeli scrivono per le musulmane

di Davide Lombardi

Nelle mie intenzioni iniziali, questo articolo doveva essere esclusivamente dedicato al blog YallaItalia.it, attraverso il racconto di uno dei suoi fondatori, Martino Pillitteri. Yalla lo merita: è un progetto davvero interessante per chi vuole cercare di avvicinarsi senza pregiudizi al mondo degli immigrati arabi di seconda generazione, i 2G, gli italiani in parte.

Figli di culture diverse che cercano faticosamente di intrecciarsi tra loro. Riuscendo solo in parte a risolvere le proprie contraddizioni. Un tentativo che forse sarebbe meno faticoso, fossero consapevoli di essere le incarnazioni viventi della negazione del principio logico del terzo escluso: tertium non datur. Vero, quando due civiltà trovano solo nello scontro la propria ragion d’essere. Falso, se sulla pelle porti geneticamente i segni di entrambe.

Ma poi, tra me e le mie intenzioni, si è infilata lei, Noor, a ribaltare completamente il progetto iniziale. Noor, che in arabo significa ‘luce’, è la giovane donna egiziana che ha cambiato in due ore la vita di Martino. E la storia di questo articolo. Un tradimento relativo se si considera che, in fondo, anche Yalla inizia da lei. Da Noor. Perché, come spiega Martino, “se non l’avessi conosciuta, e se lei non mi avesse convinto con un ultimatum – vieni qua al Cairo e mi sposi o te ne trovi un’altra – ad andare in Egitto, oggi non mi alzerei tutte le mattine soddisfatto e felice di andare in ufficio”. A coordinare il lavoro redazionale nella sede milanese di Yalla.

Con Noor “fu amore a prima vista. Senza conoscere nulla di lei, neppure da dove venisse, dopo il primo scambio di battute ero già talmente pazzo di lei che dentro di me sentivo di aver trovato la donna della mia vita. Dopo la prima serata insieme già sognavo di sposarla”. Lei, “una musulmana che sembrava una venezuelana e che credeva di essere la reincarnazione di Cleopatra” vede nell’allora giovanissimo Martino un novello Marco Antonio, ricambia e lo elegge quasi subito a proprio habibi, termine arabo che significa “amore mio” usato continuamente come intercalare dalle donne per rivolgersi ai loro uomini.

Ma un passo alla volta: questa storia comincia a New York. Sono gli anni a cavallo del nuovo millennio e Martino, dopo tre anni e un diploma al Marymount Manhattan College, ha decisamente scelto la Grande Mela come proprio orizzonte. La sua città d’origine, Milano, e l’Italia intera al confronto gli paiono un museo e l’idea di tornarci – perché senza lavoro se la sogna la famosa green card, l’autorizzazione che consente a uno straniero di risiedere negli Stati Uniti per un periodo illimitato – lo terrorizza. C’ha provato a Wall Street, ma è andata male. Il panico è dietro l’angolo. Poi, in una serata di poetry reading (roba che a New York si organizza con le stesse finalità, solo coperte di patina intellettuale, degli speed dating “dove racconti tutta la tua vita in cinque minuti a una decina di ragazze sedute di fronte a te, e poi aspetti la telefonata di quella su cui hai fatto colpo”) conosce Noor, l’egiziana.

Segue quella che sembra una sceneggiatura firmata da Nora Ephron, autrice di “Insonnia d’amore” e “Harry ti presento Sally” . Solo ancora più complicata. Da subito. Perché Martino è sì ormai un vero Harry, il cui “pane quotidiano sono le partite dei New York Yankees, le passeggiate a Central Park e il caffè a Starbucks”, ma Noor, figlia di una famiglia egiziana decisamente benestante vicina all’allora presidente Mubarak, per quanto occidentalizzata, ha molto meno a che fare con la bionda Sally.  E mette subito le cose in chiaro, di fronte alla dichiarazione di lui di essere “cattolico anche se non praticante”:

“Ma almeno sei un credente. Con i dovuti ritocchi, in futuro potremo andare d’accordo. Se non credevi in Dio non avrei più continuato la conversazione con te. Ti sei salvato all’ultimo minuto. Meglio un cattolico che un ateo”.
“A quali ritocchi ti riferisci, Noor?”
“Che un giorno mi guarderai negli occhi e mi dirai che esiste un solo Dio e che Mohammed è il suo profeta”.

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In direzione della Mecca. Photo credit: minoir via photopin cc

It won’t be easy, buddy” capisce subito Martino. Ma che importa? Come scriveva Platone, “le cose dell’amore le decide il cielo”. E cosa conta se questa decisione l’ha presa Maometto o Gesù Cristo?  Dopo un minuto Martino è già pronto a recitare con calda voce hollywoodiana un romantico “I love you”. Naturalmente a lei, araba fin nel midollo, non basta: la sua lingua ha sessanta parole che possono essere usate per comunicare le diverse sensazioni amorose. Ma che importa? I love you!

Seguono otto mesi di grande amore all’ombra del ponte di Brooklyn. Poi Milano. Fino al fatidico giorno in cui Noor gli chiede di “mettere le cose a posto”. Insomma, di sposarsi come deve fare una brava ragazza araba. Si va veloci da quelle parti: “non ho mai frequentato uno speed dating – commenta Martino – ma grazie a Noor ho sperimentato la versione aggiornata in voga in Egitto, lo speed matrimonio; prima ci si sposa, e poi ci si conosce”. Yalla, yalla, dai, dai, veloci!

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Matrimonio tradizionale. Photo credit: Ernie Reyes via photopin cc

Qualche perplessità da parte sua ci sarebbe perché lei è sì una ragazza dell’élite egiziana, con tutto quel che ne può conseguire in termini economici e culturali, ma è anche una fervente musulmana. “A dire il vero – commenta Martino – il pensiero di abbracciare la fede islamica, fare il Ramadan e litigare con la mia futura moglie per non chiamare i nostri figli Mohammed e Fatima non mi faceva fare salti di gioia. Io mio figlio l’avrei voluto chiamare Elvis. Questo nome è un investimento; chi si dimentica di uno che si presenta con quel nome? D’altro canto invece, chi si ricorda di te quando ti chiami Mohammed?”.

Però, naturalmente, alla fine l’amore trionfa, e lui cede volando in Egitto per chiedere la mano al padre di lei. Missione quasi impossibile – lui ne ne vuole sapere di dare in mano a un infedele la sua adorata principessa – quanto ineludibile. Visto che sposare una musulmana significa fare altrettanto con la sua famiglia (nel caso di Noor, un grande clan di circa trecento persone), la sua comunità e la sua religione. Passando naturalmente attraverso il beneplacito del patriarca. Che di fronte all’incapacità di Martino di andare oltre un’adesione del tutto formale all’Islam, ma soprattutto di rinunciare alla propria identità occidentale e liberal, arriva a tentare di prenderlo a badilate. Dal canto suo, Martino però ammette “che ci prendevo anche un po’ gusto a provocare gli uomini egiziani sul fatto che una bella principessa araba musulmana si fosse innamorata di un infedele occidentale invece che di uno sceicco azzurro”.

Cairo Rooftops
Matrimonio tradizionale. Photo credit: Ernie Reyes via photopin cc

La vita al Cairo è tutta un’iperbole: bellissima e complicatissima. “Ero riuscito a inserirmi all’interno del circuito che forniva assistenza alle imprese italiane che volevano investire in Egitto. L’unico deterrente era il mio ufficio: era una sorta di Striscia di Gaza, stretto e pericoloso. Tra la mia scrivania e il muro dietro le mie spalle c’erano settanta centimetri. Non potevo fare stretching né sgranchirmi le gambe. Davanti e sotto la mia scrivania passavano topi e insetti che sembravano delle mini iguane, mentre dal balcone del piano di sopra gettavano la spazzatura che atterrava sul pianerottolo adiacente alla mia finestra. Vedevo letteralmente bucce di banane, avanzi di cous cous, spezie e stracci cadere giù dai piani superiori e transitare davanti alla mia finestra. Nel mio ufficio c’era uno staff di tredici persone, di cui undici egiziani. Si iniziava a lavorare alle 8,30 ma i miei colleghi carburavano intorno alle 11. Arrivavano in ufficio con le occhiaie, tutti, nessuno escluso. I colleghi maschi passavano le serate nei locali a fumare shisha, il narghilè, mentre le ragazze andavano al ristorante, ci restavano fino a tarda notte e poi parlavano per ore al telefono di casa. Io stesso ricevevo telefonate alle 3 del mattino da parte del mio assistente, che mi chiedeva se avevo voglia di farmi un narghilè. Inevitabilmente i loro ritmi notturni influivano sulla loro performance professionale”.

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Photo credit: The Gallery Goddess via photopin cc

Noor invece, pur innamorata nel modo che concepiamo noi occidentali, non rinuncia a nutrire la sua parte araba, quella più formale e fedele alle usanze locali. Cerca di convincere Martino a cambiare nome (“Noor aveva scelto il mio nuovo nome arabo la sera stessa che ci eravamo conosciuti: mi sarei chiamato Marwan. Caspita, non sapevo nulla sull’Islam ma avevo già un nome musulmano”) e a convertirsi all’Islam. Perché, “il matrimonio nel mondo musulmano non è soltanto un’unione d’amore. È una sorta di condivisione di un progetto che si basa sulla fiducia nel proprio partner e sull’amore verso Allah”. Non di solo amore avrebbero dovuto vivere Martino e Noor, “lei voleva tutto il pacchetto: mi voleva in Egitto in pianta stabile; ci teneva che avessi un lavoro che conferisse una certa credibilità socio-economica; che amassi lei; che le comprassi una casa; che diventassi musulmano; e soprattutto che digiunassi durante il Ramadan e pregassi il suo Dio al suo fianco; ed esigeva che i nostri figli venissero circoncisi”.

“A un certo punto – continua – ero arrivato a uno stato d’animo in cui rigettavo tutto quello che riguardava l’Islam; nonostante sia sempre stato un laico convinto, mi dispiaceva addirittura di non essere mai stato un chierichetto”. Ma il vero punto di rottura, quello che poi porterà alla fine della storia d’amore tra Martino e Noor, è l’usanza egiziana di garantire alla sposa anche dopo il matrimonio un tenore di vita adeguato a quello della sua classe sociale. Che nel caso di Noor è parecchio alto.

Questo il dialogo conclusivo col padre di Noor.
“Va bene ragazzino, andiamo al sodo della questione. Devi essere un musulmano vero, e comprare una casa per mia figlia. Ma una casa grande, non un loft. Come minimo ti costerà mezzo milione di dollari”.
“Ma io non li ho tutti quei soldi”.
“Beh, visto che vieni da una famiglia benestante, puoi chiederli ai tuoi genitori. Loro li avranno”.
“Cosa? E io vado a chiedere i risparmi di una vita perché le tradizioni egiziane esigono che un uomo si sveni per sposarsi? Per compiacere la vostra reputazione, per far vedere ai vostri amici e vicini di casa che Noor si è maritata con un uomo del suo stesso livello?”.
“Queste sono le condizioni, ragazzino. E poi le tradizioni impongono che sia la famiglia del fidanzato a comprare i mobili e pagare le spese del matrimonio e del viaggio di nozze. Stando larghi, prevedo circa settecentomila dollari di spesa”.
“Ma quanto costa avere una vita sessuale normale in questo Paese? Questo pensai, ma non fui così pazzo da dirlo a voce alta”.

Martino, in un ultimo disperato tentativo cerca di convincere Noor a rinunciare, lei, a modalità per lui insostenibili (non solo economicamente), e scegliere lui, per quello che è – fino in fondo – e per quello che può darle. Noor, pur combattuta, decide di rimanere fedele al suo mondo. E la storia – che Martino Pillitteri ha raccontato in un libro stimolante e spassoso, “Quando le musulmane preferiscono gli infedeli”, si conclude lì. Martino lascia la casa di lei e non si rivedranno mai più.

Al di là di un amore finito, Noor è stata comunque “il battito di ali della farfalla del Cairo che provoca un terremoto a Milano”. La chiave per accendere in Martino un interesse da allora mai sopito per il Medio Oriente e il Nord Africa. Nonostante quella ormai lontana delusione: la loro storia si è conclusa più di dieci anni fa. “Oggi il mondo arabo, l’Islam e i media arabi sono il nutrimento della mia vita” dice. E spiega: “la bellezza di quel mondo risiede nel suo essere pieno di contraddizioni. Non è mai scontato o banale. D’accordo, nemmeno la vita qui da noi è così banale, ma di sicuro più scontata. Tendiamo a perdere le sfumature che invece sono il sale per gli arabi. Nella mia vita, da qui a un mese so cosa mi aspetta, in Egitto ogni giorno è una sorpresa. Tutto può cambiare dalla sera alla mattina, da un giorno all’altro. La differenza sta nel controllo dei processi che anche in un Paese incasinato come il nostro è molto più facile rispetto all’Egitto. Nel mondo arabo è un arte gestire il tempo, i rapporti, ogni momento della quotidianità. Se cerchi l’avventura, se sei attratto dall’ignoto, quello è il posto giusto, anche se è facile perdere la pazienza. Alla fine della mia esperienza cairota, non reggevo più, adesso mi manca”.

Islamic Cairo (Old Town)
Per le vie del Cairo. Fonte: Andrew Demma.

La vita in Egitto? “Un’utopia trascorrere una serata a casa da solo a leggermi un libro in santa pace; non riuscivo a tenermi lontano tutte quelle persone che avevano continuamente bisogno di favori e di soldi; non era possibile evitare di impiegare trenta minuti per fare un chilometro in taxi; non ero più in grado di trattenere la mia collera quando i commercianti mi facevano pagare di più le merci rispetto al prezzo di mercato; e spesso non riuscivo semplicemente ad attraversare le strade del centro senza dover dare una mancia a un qualsiasi uomo in uniforme che fermasse il traffico puntando il mitra verso le macchine”.

Rientrato in Italia, a metà del primo decennio del 2000, inizialmente non ne ne vuole nemmeno sentire parlare di arabi, di Egitto e di Islam. Ma assorbite delusione e stanchezza, il seme ormai piantato torna a fiorire. E’ così che nasce Yalla, fondata insieme all’islamologo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Paolo Branca, inizialmente come supplemento periodico dell’allora settimanale Vita, poi come sito indipendente seppur sempre legato al gruppo di Vita.

“L’idea – spiega – era di raccontare l’Italia che cambia attraverso le voci dei protagonisti di questo cambiamento, gli immigrati di seconda generazione. La forza del nostro blog collettivo è che non esiste una linea editoriale precisa. Non esiste un Verbo che vogliamo spargere per il mondo. L’unica linea guida è quella del confronto tra voci diverse che raccontano, discutono e litigano sui temi che ci interessano. Su Yalla Italia ragazzi e ragazze mettono nero su bianco il loro processo identitario. Parlano di se stessi, delle loro esperienze, dei loro punti di vista, dei rapporti con i genitori e parenti, di come conciliano l’essere musulmani con la vita in una società secolarizzata”.

Può sembrare una mera curiosità che un uomo abbia riversato su un progetto collettivo, open, l’essenza della propria vicenda autobiografica nata dall’incontro/scontro tra due identità profondamente diverse, ma così non è. Nella sua storia che ha dato origine al progetto di Yalla, nei post che quasi quotidianamente i ragazzi propongono sul blog, è possibile rintracciare le riflessioni, ma anche i dubbi, i tentativi – e naturalmente le paure – che ognuno di noi si trova ad affrontare davanti all’evidente transizione di un Paese che non sarà mai più lo stesso. E che forse non è proprio quel disastro che a volte appare a noi autoctoni: “Dopo il mio ritorno dall’Egitto – dice Martino, che nemmeno per un minuto ha rinunciato nella sua esperienza agiziana alla propria identità occidentale seppur cercando sempre il confronto – la realtà italiana ha incominciato ad apparirmi come se fosse un laboratorio multicolor dal quale far uscire nuove idee, soluzioni, linguaggi e anche, una sorta di Islam europeo moderno che possa competere con l’Islam esportato dall’Arabia Saudita in tutto il Medio Oriente”.

E Noor? Anche lei profondamente cambiata da questa vicenda. Quattro anni dopo la fine della loro storia d’amore, Martino riceve una email. Questa:

«Caro Martino, avevi ragione sui matrimoni misti. I tre figli che mi ha dato mio marito cattolico canadese si affezionano alle persone in base alla loro simpatia e alla loro umanità. Non sono né cattolici né musulmani. Saranno loro a scegliere la loro fede. Sempre se ne avranno una, Inshallah. In fondo, come dice il Profeta, se Allah avesse voluto che tutti gli uomini fossero musulmani, l’avrebbe fatto. Ci tengo a dirti che non rimpiango nessun momento che abbiamo passato insieme. Dopo quella sera a casa mia, ero certa che saresti ritornato da me. Avevo anche convinto la mia famiglia ad accettare la tua conversione formale. Non ti chiedevo mica la luna. Solo una firma e un nome nuovo. Mica di circonciderti. Che Allah ti protegga sempre. Salam e baci. Noor».

Davide Lombardi

Fonte immagine di copertina: leeno via photopin cc

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