Ma dove ha la testa quella? Eh, su Facebook ha la testa quella

steviezine

Non ho idea se specificare dalla prima riga che in questo post si parla di “futuro dell’informazione” scoraggi subito il lettore inducendolo a cliccare altrove, ma mi auguro di no. In fondo si tratta solo all’apparenza “roba da addetti ai lavori”, perché  tutte le decisioni che prendiamo, le prendiamo in base a come siamo informati.  Perciò non è una questione accademica capire che fine faranno gli strumenti che per oltre tre secoli ci hanno fornito notizie ogni giorno (i primi quotidiani della storia sono nati in Inghilterra all’inizio del ‘700 e fin dal nome segnalavano il proprio impegno giornaliero: Daily Journal, Daily Courant e Daily Post).

E’ un dibattito che va avanti da anni in tutto il mondo e non trova conclusione semplicemente perché nessuno ha ancora trovato la pietra filosofale che permetterà di fare buona informazione che sia anche economicamente sostenibile. Solo su una cosa sono tutti d’accordo: l’ultima sgualcita copia su carta del New York Times sarà acquistata nel 2043 (previsione ampiamente ottimistica dello studioso dell’editoria americana Philip Meyer riportata nel libro del 2007 di Vittorio Sabadin “L’ultima copia del New York Times“). Il futuro – ma anche il presente – è solo digitale.

Ne parlo perché ieri è uscito un pezzo piuttosto interessante su Fanpage, firmata dal direttore Francesco Piccinini: “Il giornale on line è morto (o forse non è mai esistito)“. Di già? Neanche fai in tempo a lanciare il primo vagito che sei all’estrema unzione? In realtà quello che Piccinini dà per morto è il modello del giornale cartaceo semplicemente digitalizzato, cioè l’idea di “voler replicare sul web un prodotto realizzato per essere distribuito su carta”.  Eh no, Marshall McLuhan è sempre lì a ricordarci che “il medium è il messaggio” e quindi l’informazione online deve trovare proprie specificità che sono assai diverse da quelle di un contenuto pensato e stampato su carta.

Scrive Piccinini che su Internet “un contenuto esiste solo se interagisce socialmente. Un contenuto che non interagisce non esiste, ma per interagire deve scatenare delle reazioni e delle inferenze che, necessariamente, lo trasformano in percezione. In alti termini se “facts are sacred” non lo è la loro presentazione. In tal senso, non basta più elencarli: i fatti bisogna narrarli. Perché il lettore è mobile, non è più un hard reader, è un lettore liquido. Un contenuto che non interagisce non interessa e, de facto, non esiste“.

Chiaro che questa parte del suo ragionamento è perfettamente sintetizzabile in un dialogo carpito poco fa per strada a due signore sulla settantina:
Ma dove ha la testa quella?!?
Eh, su Facebook ha la testa, quella…“.

E pure Piccinini e non solo lui. Facebook e  Twitter in particolare, di fatto reti Internet parallele (soprattutto il primo) sono ormai i principali generatori di traffico per qualsiasi sito, certamente molto più potenti di una ricerca su Google (anche se resta fondamentale il posizionamento in relazione alle singole keyword) perché quella prevede un esercizio attivo, mentre lo stream di tutti i nostri contatti sui social è assolutamente passivo: una news non la vai a cercare, te la trovi sul piatto senza dover muovere un dito.

Poi resta il problema dell’interazione, cioè del  fare della propria pagina una vera community che sistematicamente produce condivisioni, commenti e like. Fanpage vanta 2 milioni e 600 mila “mi piace” alla propria pagina Fb, ma ha una percentuale di condivisioni e partecipazione percentualmente irrisoria rispetto a una simile quantità di fan alla propria page.  Oltre al fatto che i post che funzionano producendo migliaia di condivisioni sono quelli con gattini e cagnolini abbandonati, gli operai dell’Ilva di Genova senza stipendio fanno 35 condivisioni e 53 like.

Ma non è di entertainment e infotainment che voglio parlare qui, né di una testata come Fanpage, ma di come in futuro la notizia dovrà prendere forma adattandosi alla specificità del medium. Per Converso ad esempio abbiamo scelto di dare ai nostri reportage identica dignità, anche dal punto visuale, ai tre strumenti narrativi che utilizziamo: testo, foto, video. A parte quest’ultimo che non può che essere specifico di Internet ma che comunque deriva dalla televisione, gli altri due sono chiaramente ripresi dal normale standard della carta stampata, magari riferendosi più ai settimanali che ai quotidiani, storicamente più votati al reportage lungo e all’immagine di qualità.

Si tratta, almeno per la lunghezza dei testi che proponiamo, di una scelta in controtendenza rispetto all’informazione fastfood che va di moda (mai costringere l’utente a una lettura che impegni per più di cinque minuti), ma che certamente è solo di transizione (forse) in relazione agli scenari futuri che in molti, cercano di immaginare anticipando quel che sarà (e magari con l’ambizione di fare della propria capacità anticipatrice, tendenza).

Il New York Times ha diffuso tra i propri dipendenti un lungo report dal titolo inequivocabile: “Innovation“.  La premessa è la stessa da cui parte l’articolo di Piccinini: “Di tutte le sfide che deve affrontare una media company nell’era digitale, produrre grande giornalismo, è la più difficile. Il nostro rapporto quotidiano con i lettori è profondo, ampio, e coinvolgente. Allo stesso tempo, siamo in ritardo in una zona critica: l’arte e la scienza di trasmettere il nostro giornalismo ai lettori (dell’era digitale). Abbiamo sempre avuto estrema cura per i risultati e l’impatto del nostro lavoro, ma non abbiamo fatto abbastanza per tradurre quel codice nell’era digitale“.

Un problema che se ha il più famoso quotidiano del mondo, figuriamoci tutti gli altri. Piccoli (e piccolissimi) e grandi. Il Nyt per altro è una media company che con l’innovazione ci prova davvero: lo storytelling interattivo “Snow fall” del 2012, ha fatto storia: per i milioni di accessi e per il Pulitzer che ha portato a casa.  Un successo senza discussioni, ma anche un prodotto non replicabile (nemmeno avendo le spalle coperte da milioni di dollari) come ha ammesso Richard Berke, assistant managing editor del Nyt: “Abbiamo investito troppo lavoro, tempo, persone su quel progetto. Sappiamo che è stato un successo e continuiamo ad avere nuovi visitatori ogni giorno. Ma non possiamo permetterci di puntare su quello. Sperimenteremo modelli diversi, magari più economici e meno impegnativi”.

Un’ipotesi molto più praticabile sembra quella proposta proprio oggi sempre dallo stesso quotidiano “Uno stato-canaglia tra due fiumi“: una serie di brevi testi (puri fatti, all’anglossone) accompagnato da una mappa da scorrere che fa il punto sulla presenza dell’organizzazione jihadista Isis (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) lungo Tigri ed Eufrate.

Naturalmente si tratta solo di un esempio, utile perché fresco di giornata, ce ne potrebbero essere molti altri. In attesa che qualcuno con un colpo di bacchetta magica disegni un futuro sostenibile per tutti (per chi l’informazione la fa e per chi ne fruisce), vale la pena, almeno nel caso di una testata come Converso (e alla tipologia di lettori che cerchiamo di coinvolgere), fare riferimento ad alcuni punti fissati da Lelio Simi (tra i fondatori di DataMediaHub, hub su media e giornalismi italiani) nel suo blog Senzamegafono:

  • Fattibilità e scalabilità: ovvero la capacità di realizzare progetti di questo tipo che possano essere “sostenibili” e replicabili con una certa continuità in una testata in modo che questi lavori non rappresentino semplicemente un reportage “da esposizione” realizzato una tantum ma qualcosa che – pur tenendo conto del tempo e delle risorse comunque necessarie a realizzarli – entri a pieno diritto nella routine del lavoro giornalistico, sapendosi evolvere e crescere.
  • Leggibilità: ovvero la capacità concreta di coinvolgere il lettore in un’esperienza che lo porti a utilizzare tutti i diversi strumenti messi a disposizione dal racconto (testo, immagini, video, interattività) invitandolo a penetrare e approfondire la lettura della storia nei suoi diversi snodi e non semplicemente a rimanerne ammirato e colpito dagli “effetti speciali”.

(Davide Lombardi)

L’immagine in alto è tratta da Steviezine, quadrimestrale “povero” ma interessante, edito dalla giornalista Alana Levinson. 

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