Come e perché Internet ha ucciso William Shakespeare

Quand’ero piccolo, se non mi innamoravo di tutto, di certo mi capitava molto facilmente. Ovviamente correvo dietro ai cani e, come bonus, leggevo i sonetti di Shakespeare. Tipo questo, il LXV:

Se bronzo, pietra, terra e mare sconfinato 
sono travolti dal potere spietato della morte, 
come potrà opporsi la bellezza a tanta furia 
se il suo vigore è pari all’anelito di un fiore? 
O come potrà reggere il fresco alito d’estate 
alla rovinosa stretta dei martellanti giorni, 
se rocche invulnerabili non sono tanto solide 
né porte d’acciaio salde al rovinar del Tempo? 
O tragico pensiero! Dove, ahimè, nascondere 
al forziere del Tempo il suo più bel gioiello? 
Qual possente mano potrà frenarne il lesto passo? 
O chi saprà vietargli lo sterminio di bellezza? 
Ahimè, nessuno, se potere non avrà questo miracolo: 
che in nero inchiostro l’amor mio splenda sempre luminoso.


Be’, non ero proprio piccolissimo quando leggevo Shakespeare. Avevo già smesso di correre dietro ai cani. Ma non di innamorarmi facilmente. Il sonetto LXV mi è tornato in mente ieri notte, saranno state più o meno le tre, dopo aver seguito su YouTube il filo dei alcuni ricordi musicali risalenti più o meno alla stessa epoca in cui Shakespeare è entrato nella mia vita. Gli anni Ottanta. Quelli da bere, del riflusso, della disco, che però non sono stati per tutti così futili e fighettini, e anche un bel po’ tamarri, come molti li descrivono.
Volevo recuperare una vecchia canzone degli Alarm per utilizzarla come base musicale di un video che ho in mente di realizzare. Gli Alarm erano un gruppo post-punk gallese che nel 1984 divenne relativamente famoso grazie a un bellissimo album, “Declaration”. Brani come “Blaze of glory“, “Tell me” o “We are the light“, curiosi mix tra Dylan, un rock a volte molto duro e cori in puro stile Queen, restano ancora oggi notevoli ai miei occhi (via orecchie). In particolare, il pezzo che cercavo era questo, The sixty-eight guns.

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Mentre tentavo di ritrovare le armi del ’68, mi imbatto in questo video in cui Mike Peters, cantante degli Alarm, interpreta un’altra canzone mitica di quel periodo: “In a Big Country”, hit del gruppo scozzese guidato da Stuart Adamson che portava lo stesso nome, Big Country. “Hey – penso – non sapevo che gli Alarm ne avessero fatto una cover”. Approfondendo, scopro che non solo gli Alarm l’avevano realizzata, ma che Mike Peters ha sostituito Adamson come vocalist della band scozzese dal 2010 fino a pochi mesi fa, il novembre 2013. Che fine ha fatto Stu, definito forse un po’ esageratamente la “risposta britannica a Jimy Hendrix”? mi chiedo. Non bellissima: si è impiccato in una stanza d’albergo alle Hawaii ormai nel lontano 2001. Aveva lasciato i Big Country già da un po’, formando un altro gruppo, The Raphaels, e soffriva di un grave problema di alcolismo. Fino alla stretta finale.

Non lo seguivo più da tempo e mi spiace davvero scoprire solo ora la fine che ha fatto il vecchio Stuart (qui il video della sua ultima intervista in cui lo si vede parecchio sciupato rispetto agli anni d’oro). Così, nella notte, comincio un breve tour nella memoria. Naturalmente partendo dal brano che da ragazzo ho ascoltato e riascoltato su vinile fino a consumarlo.


A seguire, il resto. Pezzi come “Look away“, “Fields of fire“, “Come back to me“. Fino a incappare in questo brano sempre loro, “The seer“, impreziosito dai vocalizzi di Kate Bush, che ancora tutti ricordano per successi mondiali come Babooshka e Wuthering Heights, anche se il suo capolavoro assoluto per me resta l’album del 1985 “Hounds of love, quando la bella Kate fece davvero un patto con Dio.


E qui il cerchio si è chiuso, non solo perché me ne sono andato a dormire, ma perché ripercorrendo à rebours ho ritrovato in Kate, le parole del sonetto di Shakespeare: “Dove, ahimè, nascondere/ al forziere del Tempo il suo più bel gioiello?”

E che Kate, oltre che una grande artista, fosse del tutto degna di rappresentare Bellezza, da preservare dallo sterminio del tempo, non vi è alcun dubbio. Di sicuro, né io né William ne avremmo avuti. E forse non solo noi due.

Will aveva visto giusto naturalmente: la vita è una cosa, la letteratura un’altra. E il tempo è sempre ingeneroso. Al punto di cercare in tutti i modi di fermarlo, vera ossessione dei sonetti amorosi di Shakespeare. A volte la letteratura, nei suoi esempi più grandi, ci riesce. Con Internet è un po’ più difficile. Proprio per la sua morbosa capacità di azzerare il tempo con un solo clic, imponendo un’unica dimensione a passato e presente. Perciò, alla fine, sono andato a letto, e mi sono messo a leggere un buon libro, perché la letteratura è salvifica. Quasi sempre.

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