I Balcani producono più storia di quanta ne possano consumare

Sono passati giusto vent’anni da quando il fotogiornalista Ron Havivfondatore insieme a James Nachtway ed altri dell’Agenzia VII,  scattò a Bijelijna, città bosniaca ai confini con la Serbia (oggi parte della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovinaquesta celebre foto.

Era il 31 marzo 1992: un paramilitare serbo delle Tigri di Arkan colpisce con un calcio una donna già morta, una musulmana vittima della pulizia etnica. Secondo il Centro di Documentazione e Ricerca di Sarajevo, furono oltre 1000 i civili massacrati tra marzo e aprile del ’92 dalle Tigri tra Bijelijna e dintorni. Fu l’inizio della guerra di Bosnia che si doveva concludere solo tre anni dopo con la firma dell’accordo di Dayton.

Se non dimenticate, di sicuro le vittime di Bijelijna sono senza nome. La prima vittima civile della guerra infatti, è ancora oggi convenzionalmente identificata nella studentessa ventiduenne di Dubrovnik Suada Diliberović, falciata da un cecchino serbo il 5 aprile 1992 a Sarajevo, sul ponte di Vrbanja (oggi ri-denominato Diliberović-Sučić, dal nome di un’altra delle vittime di quella giornata).

  • La foto di Haviv fu in seguito acquisita dal Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra dell’ex Jugoslavia.
  • La frase che dà il titolo a questo post è di Winston Churchill.
  • Per chi volesse approfondire, questo libro curato da Alessandro Marzo Magno, pubblicato nel 2001 ma per nulla datato, resta uno strumento imprescindibile.
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