Rolle da vedere

Ho ripescato dall’archivio della Tribuna di Treviso del 23 giugno 2006 un mio vecchio articolo su un luogo perso tra le colline venete, assolutamente da vedere: Rolle.

Lo scoprissero gli inglesi questo angolo intatto di paradiso, lo adotterebbero subito modificando al massimo il nome in un evocativo, per loro, Rolleshire, ma guardandosi bene dall’intaccarne la sostanza, frutto sapiente di un equilibrio altrove perduto tra uomo e natura. Per noi invece Rolle, minuscola frazione di Cison di Valamarino aggrappata alle colline che fanno da terra di mezzo a quelle ben più celebri di Conegliano e Valdobbiadene, è stato a lungo un borgo dimenticato, capace di rilucere solo in occasione di una capatina magari domenicale alla Terrazza Martini, ristorante piuttosto noto nella zona (sì, ma che fatica arrivarci affrontando quel saliscendi di straducole erte che il bosco fitto sembra nascondere, o proteggere, neanche fosse necessario superare una serie di prove prima di giungere alla meta).

Un oblìo colpevole durato fino a tre anni fa, quando il Fai (Fondo per l’Ambiente Italiano) ha deciso di fare di questo spicchio di Eden – «una cartolina mandata dagli dei» secondo il poeta Andrea Zanzotto – miracolosamente scampato allo scempio di cui è stato vittima gran parte del territorio veneto, il luogo d’elezione di una sperimentazione a tutto tondo volta a preservare, esaltandone l’unicità, l’equilibrio di questo ambiente. Che è fatto di storia, di natura, di urbanistica e agricoltura, ma anche delle genti che ancora lo popolano, «le quali – spiega Adelina Secco, vicepresidente regionale del Fai – vengono coinvolte in questa nostra iniziativa, non come soggetti passivi, ma come attori protagonisti nella salvaguardia della bellezza che è la missione della nostra fondazione».

«Ora prosegue Secco – gli abitanti cominciano a comprendere che non vogliamo fare di questo borgo e delle colline che lo circondano una sorta di museo all’aria aperta, stupendo quanto immobile, ma un luogo vivo dove economia e cultura, esigenze paesaggistiche e modelli di sviluppo, si compenetrino armoniosamente tra di loro. Tra l’altro, ci tengo a sottolineare che si tratta del primo progetto di tutela ambientale in Italia che coinvolge a pieno titolo i residenti. Già questo mi pare rimarchi una fondamentale differenza d’approccio». Gli obiettivi concreti da raggiungere, per ammissione degli stessi promotori, sono piuttosto ambiziosi. E vanno dalla promozione di un turismo «colto e sensibile», alla valorizzazione – in collaborazione con le università di Padova e Venezia, ma non solo – dell’agricoltura locale non ancora piegata a meccanismi produttivi di tipo industriale, alla creazione di un «marchio» che dia riconoscibilità a un’ampia zona che ha il suo cuore a Rolle, ma che comprende l’area collinare dei comuni di Refrontolo, Follina, Tarzo e Cison, per proseguire verso sud fino a Pieve di Soligo.

Facendo di nuovo il verso agli inglesi, un Rolleshire alla veneta: prodotti e cibi buoni, bella gente e paesaggi morbidi (tanto da sembrare tratteggiati dalla penna di Goffredo Parise in una sorta di appendice reale delle atmosfere dei suoi Sillabari), pronti ad accogliere tutti coloro che abbiano la capacità di intuirne fino in fondo la bellezza. «La nostra speranza – continua l’architetto Enrico De Mori, responsabile locale del Fai – è che tutta questa zona venga compresa nell’ambito di applicazione della convenzione europea del paesaggio. Per godere dei benefici conseguenti, ovviamente anche di tipo economico, è necessario elaborare un preciso progetto che parta dalla comunità locale, comprenda una porzione ampia di territorio che potrebbe essere quella da noi individuata, e che infine venga riconosciuto per la sua specificità e originalità in relazione alla salvaguardia o al recupero di un’area. Ci stiamo attivando anche in questo senso».

Intanto, in occasione del terzo anniversario della scelta del borgo storico come «punto Fai» domani alle 17 si inaugura l’esposizione all’aperto (fino a settembre) di una serie di opere dell’artista trevigiano Simon Benetton, il «poeta del ferro» (la presentazione delle opere e dell’autore sarà a cura di Andrea Manzato, mentre Adriana Vaccari reciterà alcune poesie). Si tratta di cinque sculture – di cui una, in realtà, composta da tre elementi – che sono state installate in vari punti di Rolle – la chiesa, la fontana – ma anche giù giù in mezzo ai vigneti di prosecco «creati dall’opera paziente e faticosa dell’uomo segnando il paesaggio quasi a dominarlo come fa uno scultore con la materia usata». Una proposta non casuale, alla quale l’artista ha aderito immediatamente con grande entusiasmo. «Il mio lavoro di trasformazione del ferro – spiega Benetton – parte dalla natura a cui appartiene questo elemento per disegnare, attraverso l’intervento del pensiero che agisce plasmando la materia, un tramite, una porta tra uomo, natura e infinità dello spazio. Immergendosi in questo stupendo contesto, il pensiero che le opere rappresentano si libera nello spazio senza turbarlo, ma al contrario, integrandosi con esso e celebrandone l’immensità». «L’opera di Benetton – conclude Secco – plasma il ferro creando profonde e intense suggestioni a similitudine di quanto fanno più semplicemente, ma con grande inconsapevole efficacia artistica, gli agricoltori nelle scoscese vallette di Rolle».

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