Se un convegno cambia il mondo

In pochi si rendono conto quanto possa incidere nella nostra vita la visione filosofica che la sottende.
Oplà, viviamo. Et c’est tout.
Invece, il modo in cui viviamo dipende – inconsapevolmente – dal modo in cui ci rappresentiamo nel mondo e dal modo in cui rappresentiamo il mondo stesso. Weltanschauung, come dicono i tedeschi: visione del mondo.

Per quel che mi riguarda, almeno da quando possiedo l’età della ragione, il mio modo è stato quello del cosiddetto “pensiero debole”: la realtà non esiste, tutto è interpretazione, ermeneutica.
Fu Heidegger – supremo guru all’epoca in cui studiavo filosofia a Venezia – a introdurre l’ermeneutica in ambito ontologico, finendo per rendere “il discorso sull’essere” – l’immutabile teorico – piegabile e pieghevole all’interpretazione.

Naturalmente la cosa non è valsa solo per me, ma per una bella fetta di umanità che ha vissuto quest’epoca di transizione a cavallo tra un millennio e l’altro come l’era della liquidità – per citare Bauman – in cui le uniche cifre dell’esistere sono l’incertezza e l’incessante mutare di forma e sostanza di tutte le cose: un eterno navigare in mare aperto in cui perfino i (temporanei) porti da raggiungere sono illusori perché anche le mappe si modificano – alla faccia della nostra ossessione per il gps – e laddove sorgeva un’isola al momento dell’agognato arrivo non si trova più niente.

Tra i prodotti di questa Weltanschauung si può inserire di tutto di più: l’economia in mano a una finanza del tutto sganciata da qualsiasi realtà – cadono governi e si bruciano miliardi (virtuali) a colpi di acquisti e vendite, per paure vere o presunte, dei broker di New York e Francoforte; si dà il via a orwelliane guerre permanenti in ogni angolo del mondo per combattere quel nemico “liquido” per eccellenza che è il “terrorismo”; la “sicurezza” diventa la principale paranoia del nostro tempo non solo per ragioni di convenienza di chi oggi detiene il potere in Occidente, ma soprattutto per la costante incertezza che governa la nostra esistenza a qualsiasi livello. Tutto fluttua. E parrebbe non esserci altro modo di stare al mondo.

La realtà quindi diventa quasi un gioco da ragazzi. Un esempio ancora più concreto? Ho conosciuto recentemente un militare appena rientrato dall’Afghanistan. Mi raccontava che tra i nostri militari laggiù circola la convinzione che Bin Laden sia stato ucciso già nel 2003. Viene tirato fuori dal cilindro solo qualche mese fa per ragioni di convenienza politica: si tratta ora di trovare un modo onorevole di sganciarsi da un conflitto che potrebbe tranquillamente andare avanti nelle medesime condizioni dei dieci anni passati (10 anni!) per i prossimi cento.

Naturalmente non so se sia vera la notizia: credo che nessuno avrà modo di verificarla né ora né forse mai. Forse è solo una delle mille bufale che prendiamo per buone ogni giorno. Ma in fondo, cosa cambia? Nell’iper-virtualità che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle – non solo in regioni lontane dalle quali tutto non può che essere necessariamente filtrato (un po’ come il passaparola, il gioco da bambini in cui il primo della fila diceva una parola che veniva ripetuta di orecchio in orecchio fino ad arrivare completamente distorta all’ultimo, quello che doveva pronunciarla ad alta voce provocando le risate generali), la verità è frutto nemmeno più di un’interpretazione, ma di una banale opinione, la tanto esecrata doxa che per i greci era la parente maligna di aletheia – verità – il metronomo della realtà indipendentemente da come la si pensasse a Mileto o ad Atene.

Questo il quadro. Che però, forse, vive una svolta.
Come segnala Maurizio Ferraris in un articolo davvero interessante uscito su Repubblica dell’8 agosto scorso: “Il ritorno al pensiero forte“.

L’attacco del pezzo la dice lunga sulla consapevolezza di Ferraris circa la materia che sta trattando: “Uno spettro si aggira per l’ Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare “New Realism”, e che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima e che ho organizzato con due giovani colleghi, Markus Gabriel (Bonn) e Petar Bojanic (Belgrado). Il convegno (…) vuole restituire lo spazio che si merita, in filosofia, in politica e nella vita quotidiana, a una nozione, quella di “realismo”, che nel mondo postmoderno è stata considerata una ingenuità filosofica e una manifestazione di conservatorismo politico“.

Uno spettro si aggira per l’Europa? Addirittura una rivoluzione epocale come quella che ha segnato tutto il secolo scorso?  C’è da sperarlo davvero.

Fondamenti della “rivoluzione” del “new realism”? “Argomentare contro la tesi secondo cui la verità è una nozione relativa, e del tutto dipendente dagli schemi concettuali con cui ci accostiamo al mondo. 

È in questo quadro che si definiscono le parole-chiave del New Realism: Ontologia, Critica, Illuminismo.
Ontologia significa semplicemente: il mondo ha le sue leggi, e le fa rispettare. L’ errore dei postmoderni poggiava su una semplice confusione tra ontologia ed epistemologia, tra quello che c’ è e quello che sappiamo a proposito di quello che c’ è. È chiaro che per sapere che l’ acqua è H O ho bisogno di linguaggio, di schemi e di categorie. Ma l’ acqua bagna e il fuoco scotta sia che io lo sappia sia che io non lo sappia, indipendentemente da linguaggi e da categorie. A un certo punto c’ è qualcosa che ci resiste. È quello che chiamo “inemendabilità”, il carattere saliente del reale. Che può essere certo una limitazione ma che, al tempo stesso, ci fornisce proprio quel punto d’ appoggio che permette di distinguere il sogno dalla realtà e la scienza dalla magia.

Critica, poi, significa questo. L’ argomento dei postmoderni era che l’ irrealismo e il cuore oltre l’ostacolo sono emancipatori. Ma chiaramente non è così, perché mentre il realismo è immediatamente critico (“le cose stanno così”, l’ accertamento non è accettazione!), l’ irrealismo pone un problema. Se pensi che non ci sono fatti, solo interpretazioni, come fai a sapere che stai trasformando il mondo e non, invece, stai semplicemente immaginando di trasformarlo, sognando di trasformarlo? Nel realismo è incorporata la critica, all’ irrealismo è connaturata l’ acquiescenza, la favola che si racconta ai bambini perché prendano sonno.

Veniamo, infine, all’ Illuminismo. La storia recente ha confermato la diagnosi di Habermas che trent’anni fa vedeva nel postmodernismo un’ondata anti-illuminista. L’Illuminismo, come diceva Kant, è osare sapere ed è l’ uscita dell’uomo dalla sua infanzia. Da questo punto di vista, l’Illuminismo richiede ancora oggi una scelta di campo, e una fiducia nell’ umanità, nel sapere e nel progresso. L’ umanità deve salvarsi, e certo mai e poi mai potrà farlo un Dio. Occorrono il sapere, la verità e la realtà. Non accettarli, come hanno fatto il postmoderno filosofico e il populismo politico, significa seguire l’ alternativa, sempre possibile, che propone il Grande Inquisitore: seguire la via del miracolo, del mistero e dell’autorità“.

Non sarà certo un convegno a cambiare il mondo. Ma da qualche parte – per distoglierlo dall’orrore che è diventato – bisognerà pur cominciare.

Dal mio amico Stefano Aurighi un aneddoto di quasi 25 anni fa.
Università di Bologna,  tra studenti e un docente si discute al bar
di come definire in un solo termine i seguaci del (già dominante) “pensiero debole”:
i flebili fu la felice espressione partorita da quell’improvvisato simposio


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