Cose così, in ordine sparso

Tanto per dimostrare le sollecitazioni a cui è sottoposta di continuo la nostra mente, le connessioni imprevedibili che ne possono derivare. Immediatamente, o magari dopo molto tempo, dopo essere rimaste a lungo a sedimentare.

Seguono alcuni articoli che ho letto e mi hanno incuriosito in questi ultimi giorni.
Così. Per vedere che associazioni di idee potranno produrre. In me o in chi li leggerà su mio suggerimento.

Il primo è “E Playboy creò l’Eros“, vita e segreti di Hugh Hefner, l’uomo che ha cambiato il desiderio in utopia e cambiato la visione del sesso. Tra foto patinate, conigliette e case dei sogni.

Quello che “Playboy” ha prodotto non è stato tuttavia solo un impero economico fondato sul sesso, sulle immagini del sesso, prive del sesso vero, e neppure un grande cambiamento nel costume di uomini e donne riguardo la sessualità, quanto piuttosto il modo con cui far irrompere nella sfera pubblica ciò che era considerato privato. Certo, il processo che porta al superamento della distinzione tra pubblico e privato era già iniziato con l’avvento della televisione negli Stati Uniti (in Italia la tv arriverà nel 1954, e il suo impatto sarà forte solo a partire dalla metà dei Sessanta); tuttavia, sottolinea Preciado, «la cosa pornograficamente moderna era la trasformazione di Marilyn in una informazione visuale meccanicamente riproducibile capace di suscitare effetti corporali».

“Playboy” non è solo una rivista di nudi, oltre che d’intrattenimento colto – nel primo numero contiene articoli sul jazz, sul “Decameron”, brani di “Sherlock Holmes” – ma anche una rivista d’interni: un reportage sul design per l’ufficio moderno. Da allora in poi, la creatura di Hefner ha lavorato sullo spazio e sulla sua immaginazione. Meglio: sullo spazio immaginario.
Ha creato una nuova mentalità, e un consenso, cambiando il modo di sognare a occhi aperti di milioni di americani, e poi di europei. Ha inventato «nuove modalità di produzione di senso e soggettività che avrebbero caratterizzato la cultura americana del Ventesimo secolo».

Con ogni probabilità senza la rivista per uomini di Hefner non ci sarebbe stato Andy Warhol: la sua Factory, luogo dell’immaginario trasgressivo e creativo, tana dell’arte del Novecento, è pensabile solo in rapporto simmetrico alle case allestite da Hefner, al letto girevole su cui il padrone di “Playboy” lavora eternamente in pigiama, cancellando la differenza tra giorno e notte, tra feriale e festivo, tra attività di direzione e attività sessuale.

La copertina di Playboy Italia del novembre 2009 con Marge Simpson

Il secondo: “Fenomeno Cold War Kids“, i “Figli della guerra fredda”, un gruppo rock di trentenni californiani che non conoscevo. “Hanno il rock-blues nell’anima. E si ispirano a Jagger e Dostoevskij.

Mine Is Yours è un album che, non ancora uscito nei negozi, ha già registrato un milione di click su iTunes, solo per l’acquisto virtuale del disco intero; numeri assai più alti per i singoli brani. E i suoi autori, il gruppo californiano Cold War Kids, rischiano di diventare la rivelazione rock dell’anno. Al tour che doveva inizialmente svolgersi in un circuito di club, in giro per gli States, hanno dovuto aggiungere date negli stadi di quaranta metropoli americane e canadesi: da Nashville a Toronto. Canzoni come “Louder than ever” hanno invaso le radio d’Oltreoceano e presto investiranno anche l’Europa con il loro sound romantico e perfetto.

Il terzo: “Stampami un violino“. Dalle scarpe alle biciclette, ino ai pezzi di aereo. Gli oggetti possono essere fabbricati con una macchina che funziona come una stampante. E che trasformerà profondamente l’economia. Si tratta della “stampante 3D” che ho visto usare in diretta da Grillo durante un suo spettacolo nel quale ha creato un fischietto perfettamente funzionante.

Oggi sta nascendo la stampa tridimensionale (3d), una tecnologia che riduce il costo di fabbricazione di oggetti, rendendoli economicamente accessibili come i beni prodotti su scala industriale. Questa innovazione potrebbe favorire una svolta economica e sociale profonda come quella cominciata trecento anni fa.
La tecnologia funziona così. Prima si visualizza un progetto dettagliato del prodotto sul monitor del computer e, se è necessario, si modificano forma e colore.
Quindi si dà il comando di stampa ed entra in funzione una macchina che comincia a costruire l’oggetto: deposita un materiale che esce da un’apertura o consolida un sottile strato di polvere di plastica o di metallo attraverso minuscole gocce di collante o un sottile raggio di luce. I prodotti vengono creati per aggiunta progressiva di materiale, uno strato per volta. Non a caso questa nuova tecnologia è chiamata “produzione additiva”. Alla ine spunta fuori dalla macchina l’oggetto descritto nel progetto, per esempio un pezzo di ricambio dell’auto, un paralume o un violino.

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